Politica

Quando il calcio oscura tutto: crisi di un sistema che dimentica realtà e futuro

Almeno per un giorno, la politica si fa da parte. E con essa la guerra in Medio Oriente, le uscite ondivaghe di Trump, la minaccia di uscire dalla Nato, la crisi economica, il prezzo del petrolio, i problemi di quelle famiglie che rischiano di non arrivare alla fine del mese. Oggi, nel mirino, c’è soltanto il calcio, l’uscita dai mondiali per la terza volta consecutiva, un conflitto che dimentica quanto stia avvenendo in un’altra parte del mondo dove i bombardamenti continuano a uccidere, le città diventano solo macerie, le armi non tacciono nemeno per un momento.

Il pericolo di una crisi internazionale è tutt’altro che svanito, Trump minaccia di lasciare la Nato, ritiene che i Paesi dell’Occidente lo stiano tradendo perchè non vogliono intervenire in quello stretto di Hormuz dove le navi non transitano più mandando in tilt l’economia del Sud e del Nord.

Il calcio come distrazione nazionale

Tutto questo passa in second’ordine nel Paese chiamato Italia, dove una intera generazione di giovinetti non ha avuto e non avrà la possibilità di vedere in campo gli azzurri cimentarsi e trionfare in un torneo che può far dimenticare le tante traversie che ci circondano.

La verità è che il football non è soltanto uno sport: si quello più diffuso in Italia, dove dal lunedì al sabato in tutti quei minuti di libera uscita non si parla d’altro. Intorno a quell’intrigo di polemiche, di si e di no, di miliardi spesi a profusione, di  affari che sembrano cambiare la felicità di una comunità a dispetto di un’altra.

Qui gravitano interessi che fanno girare la testa se tenti di mettere il naso e di cercare un pò d’ordine e di professionalità. Si fa di tutto per arrivare a vincere uno scudetto che plachi per qualche mese le velleità di chi ha molti altri problemi da risolvere. Così, i furbetti di quel mondo se ne approfittano e concludono affari che probabilmente il tifoso dell’Inter o del Milan, della Juventus o della Roma nemmeno immaginano.

Un sistema malato che sacrifica i giovani

Se questo è il palcoscenico non deve meravigliare il fatto che la nostra nazionale esca dal giro da tanti anni, per tre competizioni consecutive. Le squadre di club non pensano a far crescere i giovani, quelle promesse che, se curate ed educate, possano arrivare in fretta ad essere dei campioni.  Si guarda al prossimo futuro ad un’azione che momentaneamente possa suscitare l’emozione di un popolo che mangia pane e calcio dalla mattina alla sera.

Allora, chi se ne frega delle scuole di calcio, dei ragazzini che hanno una voglia sfrenata di diventare in un amen come Totti o Del Piero. L’importante è concludere quello che sembra un affare con una spesa che appare modica. Dove andare a parare? All’estero, naturalmente, in  specie in quei Paesi del cosiddetto terzo mondo, dove la miseria e la fame la fanno da padrone. In questo modo il vivaio italiano va a farsi benedire e nelle formazioni di ogni squadra (dalla più favorita a quella più pericolante) scendono in campo mezze calzette che sono approdate in Italia con l’aureola del campione.

A volte gli stranieri sono tanti, troppi in un campionato che si definisce italiano. Spesso, la nostra lingua si dimentica, ci si capisce a gesti o con qualsiasi altro mezzo. Ricordo il tempo che una squadra di Istanbul riuscì a strappare il grande Zeman dalle nostre panchine e il trainer dovette “comprare” un interprete perchè altrimenti non avrebbe potuto insegnare a quei giovani i suoi metodi e le sue convinzioni.

Oggi, proprio oggi, si fa un gran parlare di dimissioni, di teste che debbono cadere subito prima della recita di un Ave Maria o di un Padre nostro. Ma se si vuole andare a fondo del problema si capirà che ciò che si deve cambiare è il sistema che non va più e rischia di mandare a rotoli quel che già adesso mostra le sue crepe. Andiamo a chiedere di questi tempi ad un ragazzino di dieci o undici anni quali sono i suoi idoli. Vi risponderà che sono Sinner o la Brignone. Dei calciatori fanno fatica a pronunciare addirittura  il nome perchè ci sono troppe consonanti e pochissime vocali.

Dove vogliamo andare a parare è facile intuirlo. Non si tratta di sostituire questo o quel dirigente. Certo, è giocoforza farlo oggi che la polemica riempie i giornali sportivi e non. D’accordo, vanno via uno o più esperti e poi? Se il ritornello dovrà essere lo stesso tanto vale la pena non cambiare nulla. Ma il popolo urla e strepita: “Tutti debbono andarsene a casa”. Giusto, sacrosanto. Allora è giunto il momento di rivoluzionare il calcio moderno e di tornare ai valori di una volta. Potremmo sembrare dei nostalgici e nulla più. Ma tanto provare per un tempo e vedere chi ha ragione e chi torto.

Insomma, è il momento di cambiare davvero pagina, di dare un volto nuovo (o vecchio?) al football di casa nostra se si vuole che gli azzurri tornino a competere anche in campo internazionale. Sono tre campionati che manchiamo dalla grande giostra internazionale: vogliamo continuare di questo passo o provare a rivoluzionare un sistema che fa acqua da tutte le parti?

Tra rivoluzione necessaria e immobilismo

Interrogativo troppo facile per la maggioranza dei tifosi che chiedono una totale e differente gestione, ma questo combacia con i mille interessi che oggi gravitano in questo mondo? Chissà, forse si, forse no. L’importante è che non si perda altro tempo in chiacchiere che non servono a nulla. Parlare il politichese ha già guastato un ambiente importante di cui non vogliamo fare il nome per non aprire altre polemiche che già angustiano milioni di persone, migliaia di famiglie che non sanno come mettere insieme il pranzo con la cena. Solo una piccola parentesi vale la pena di aprirla per una strana somiglianza che appartiene a due mondi così diversi solo apparentemente: lo sport e la politica.

Anche nell’opposizione che fa la guerra a Giorgia Meloni (diventata il bersaglio di ogni polemica anche la più insignificante) è di moda “lo straniero”. Sembrerà stravagante quel che scriviamo, ma se osserviamo il panorama di questi ultimi giorni non potrete dar torto a questa tesi. Si va alla ricerca di un candidato che possa essere la persona per il cambio della guardia a Palazzo Chigi. I concorrenti, cioè i favoritissimi, sono due: Elly Schlein e Giuseppe Conte. Non si trova il modo di decidere e allora gira sempre di più la voce di un “papa straniero”. Un terzo incomodo che possa superare il grande scoglio.

Tornano di moda alcuni nomi ormai scomparsi. I riformisti del Pd sconfitti al referendum fanno risentire forte la loro voce. Potrebbe essere Pina Picierno, una battagliera a cui non piace la rivoluzione della segretaria o addirittura Rosy Bindi che molti giovani non sanno nemmeno chi sia. Con brutale cattiveria Silvio Berlusconi diceva di lei: “È più bella che intelligente”. Quando la interrogano in tv  Rosy sorride, fa un gesto come per dire che è una boutade, però si vede lontano un miglio che la farebbe a piedi da Siena a Roma pur di tornare nel grande giro.

Published by
Bruno Tucci