Referendum sulla giustizia, un voto che si fa sempre più politico (Fonte Ansa) - Blitz Quotidiano
Ora si polemizza soltanto sulla bagarre per il referendum che dovrà dire sì o no alla riforma della giustizia. Delle oltre tre ore di conferenza stampa di Giorgia Meloni è rimasto solo un argomento che sovrasta gli altri: quello appunto della divisione delle carriere. Ed è su questo voto che le forze politiche si dividono come se quel giorno chi va alle urne dovesse scegliere tra la destra o la sinistra, una specie di gara per accaparrarsi Palazzo Chigi. Non c’è dubbio che quella sarà una data spartiacque, perché non è vero che nulla cambierà per il governo se il risultato dovesse essere favorevole al no: l’esecutivo subirebbe uno smacco di non poco conto. Ed è proprio per questo che la campagna elettorale si infiamma e nessuno più bada agli interventi dei protagonisti. Sono politicamente corretti?
La premier non ha avuto peli sulla lingua quando ha sostenuto che “i giudici a volte vanificano il lavoro del Parlamento”. Ha ricordato diversi casi, primo fra tutti quello dell’imam di Torino che, in procinto di essere espulso dall’Italia (per una decisione del ministro Piantedosi) è stato poi “salvato” dai giudici ed è potuto rientrare nella città dove attualmente ancora vive. La sinistra insorge, rifiuta tutto ciò che fa la maggioranza, tanto che Giuseppe Conte risponde a tono: “Vogliono mettere la giustizia al di sotto della politica”. Di più, ricorda una frase di Giuseppe Grillo a lui assai caro prima di farlo fuori dal Movimento: “Vogliono il ritorno della casta dei politici intoccabili”.
A dire il vero non è molto chiara l’idea dell’opposizione a proposito: da una parte sono certamente schierati i 5Stelle che si avvalgono dell’aiuto degli estremisti guidati da Fratoianni e Bonelli e dall’onnipresente Maurizio Landini (alla ricerca disperata di avere in futuro un ruolo che conta in politica); dall’altra, la “moderata” Elly Schlein che non si vuole far coinvolgere perché teme che questa sia una trappola che la voglia eliminare dal posto che oggi occupa. Sono i cosiddetti referendum nei referendum: il primo dovrebbe ridimensionare la premier in caso di sconfitta; il secondo emarginare la leader del Pd e scegliere con le primarie un nuovo leader. Giuseppe Conte, il favorito. Ma, attenzione, il segretario della Cgil è in agguato, forte dei voti dei sindacalisti che ancora lo seguono (sono meno di una volta, ma certamente numerosi).
Le polemiche si intrecciano perché non è sicuro che la destra sia tutta per il si e la sinistra massicciamente per il no. Nel Pd, ad esempio, si è creata una compagine che non è d’accordo con quanti ritengono che è giunto il momento di dare una spallata al governo; tra i giudici c’è chi storce la bocca e dichiara senza paura che voterà a favore della riforma (il famosissimo Antonio Di Pietro). In parole semplici, chi sarà l’uomo o la donna che sarà protagonista il giorno che il popolo sovrano dovrà deporre la scheda nell’urna? “Senza magistrati” o meglio con i giudici non politicizzati, il Paese sarà più sicuro, è il ritornello che piace alla maggioranza, mentre gli avversari più accaniti replicano con un refrain diverso: “Senza questo governo saremmo più sicuri”.
Nel braccio di ferro, gli stranieri irregolari diventano sempre più gli uomini che dovrebbero essere espulsi immediatamente. Senza un lavoro e con pochissimi soldi in tasca, finiscono per fare i gregari della malavita organizzata. Ecco perché si cerca in ogni modo di evitare gli sbarchi di gente che non ha futuro e potrebbe presto diventare un succubo di chi tira i fili della mafia. È un referendum che fino a qualche tempo fa riteneva che la destra avrebbe avuto con facilità partita vinta. Oggi, i pronostici sono diversi, perché la minoranza ha alzato il tono della sfida e ha più frecce al suo arco.
La pericolosissima situazione internazionale rende più caotico il futuro perché c’è chi organizza manifestazioni per il “rapimento” di Nicolas Maduro, mentre non apre bocca sullo sterminio del potere iraniano che sta provocando migliaia di morti e un numero innumerevole di feriti che hanno la sola colpa di respingere la tracotanza e la brutalità con cui si comporta di Ali Khamenei.
Così, la divisione che diventa sempre più problematica in Italia fa dimenticare i tanti problemi che assillano il nostro Paese: la sanità, la scuola, il salario minimo, la povertà di milioni di famiglie che non riescono ad arrivare alla fine dei mese, la disoccupazione dei giovani che non accenna a diminuire, la sicurezza. Si è per Maduro o contro Maduro, l’Iran passa in seconda fila e non se ne capiscono le ragioni. Chi dovrà andare a votare per il referendum ha sempre meno fiducia nella politica. C’è chi vorrebbe punire chi non si reca alle urne, ma i primi a dover essere messi sotto accusa sono quegli uomini o quelle donne che invece di risolvere i problemi continuano a polemizzare e a dimenticare quel che il Paese vuole: pace e tranquillità economica.