Politica

Trump e la Groenlandia, “la farsa è finita”. In Italia i politici possono tornare a litigare tra loro

Un fatto è certo: chi riesce a capire quel che succede nel mondo è bravo. Donald Trump prima minaccia il finimondo, vuole a tutti i costi la Groenlandia, non ne può fare a meno per questioni di sicurezza. Ventiquattro ore dopo, torna indietro, è come se rimettesse le lancette dell’orologio perché era andato troppo avanti per un guasto inspiegabile. Insomma, “la farsa è finita”, come scrivono oggi in prima pagina tutti i giornali. Se questo è il panorama internazionale, meglio occuparci dei fatti di casa nostra che sono già complicatissimi, tanto per cambiare. A sinistra, è di moda il verbo dividersi: si è tutti contro tutti mentre si attendono i risultati del referendum. Chi vincerà tra il sì e il no? I sondaggi balbettano, non sono più tanto sicuri che la riforma passerà. Il ministro Carlo Nordio litiga con i magistrati, i giudici sparano a pallettoni contro di lui che era di famiglia fino al giorno in cui Giorgia Meloni ha preso la guida del Paese.

Se fra i progressisti la confusione è grande, lo è pure, sia pure in parte, tra i vertici dei conservatori. Domanda: sono ancora validi questi due sostantivi, oppure la realtà è talmente diversa che se ne deve fare a meno? Bisognerebbe chiederlo agli inquilini del Palazzo, i quali, in questo caso, tornano ad usare il politichese, cioè quel linguaggio che dice e non dice. Meglio, no? Nelle pieghe in cui il Paese sta vivendo è più “igienico” star lontano ad una presa di posizione che non ammette dubbi. Se in via del Nazareno, la sede del Pd, si fa fatica a capire chi è il buono e chi il cattivo, dalle parti di coloro che stanno con l’esecutivo l’aria non è diversa.

Matteo Salvini una ne fa e cento ne pensa: certi giorni sembra un uomo dell’opposizione tanto violente sono le sue accuse che non combaciano con quelle della premier. Poi, però, quando i giornalisti gli sono addosso per capire dove vuole andare a parare si meraviglia e replica: “Dov’è il problema? La nostra alleanza non scricchiola, si illudono gli avversari e la dimostrazione viene nel giorno in cui si deve votare. Nessuno è contro, si va avanti senza la minima preoccupazione”.

Non è solo tra i partiti “maggiori” che il denominatore comune non si trova, La musica non cambia anche quando si debbono affrontare le crepe dei cosiddetti cespugli. Primo: questo è un termine che non piace a chi ha poche preferenze; secondo: “senza di noi”, almeno a sinistra, i sogni del ribaltone svanirebbero. Addio alle speranze riposte nelle elezioni politiche del 2027 e, perché no, in quelle del referendum il cui risultato è quanto mai incerto. Fra i 5Stelle Giuseppe Conte domina il panorama del suo Movimento se si eccettuano i capricci di Chiara Appendino e dei vecchi nostalgici del “grillismo”, molto pochi in verità. Nemmeno i gemelli Fratoianni e Bonelli sono felicissimi perché vorrebbero avere una maggiore voce in capitolo, visti i risultati delle ultime elezioni.

Carlo Calenda è quasi un mistero. Non gli si possono negare alcuni buoni propositi, ma rimangono nell’aria senza successo. Chi lo ascolta fa “si” con la testa, poi nulla più e si ricomincia da capo. Nel teatrino politico di ogni giorno (che non incanta nessuno), si insinua la presenza di Matteo Renzi, l’onnipresente nei talk show, stravagante per i suoi interventi che hanno comunque un sapore diverso.

L’interrogativo è questo: dove vuole andare a parare con la sua “Italia Viva” ferma da sempre ad uno striminzito due per cento delle preferenze? Oggi, l’ex presidente del consiglio è schierato a sinistra, ma è soprattutto l’uomo che ha come bersaglio Giorgia Meloni. Le trova tutte pur di attaccarla, usando talvolta alcune espressioni che non sono politicamente corrette: “La deve smettere di baciare la pantofola a Trump”, “il suo governo non ne ha azzeccata una. Andate a chiederlo a chi fa ogni giorno la spesa. I soldi non bastano più perché tutto è aumentato del 24 per cento”. Renzi, più di Elly Schlein, non cambia refrain e puntualmente ogni giorno, o quasi, trova un cavillo per attaccare la premier. Per quale ragione è così categorico? Lo si può capire se si va a leggere il suo curriculum. Fino a qualche anno fa era l’uomo nuovo della politica italiana che poteva rimanere in sella a lungo, non aveva antagonisti che potessero batterlo. Quaranta per cento di preferenze, un potere assoluto. Un referendum maledetto lo fece inciampare e da quel  momento la sua stella è come scomparsa. Ora vagola, è alla disperata ricerca di un “quid” che possa risollevarlo. A destra non c’è posto, meglio cambiare direzione. Deve conquistare Elly Schlein. Ci riesce? Solo a parole perché le poltrone sono tutte occupate.

Ma il politico è caparbio, non arretra nemmeno di un passo. Italia Viva lo ha deluso, niente paura, puntiamo su una rinnovata Margherita dove potranno trovare posto i patiti della vecchia Dc, i moderati e i riformisti del Pd e, udite, udite, pure la Schlein che non nasconde le sue ambizioni di dare una spallata al governo e di sedersi lei sulla poltrona di Palazzo Chigi. Soltanto illusioni? Forse, anzi probabilmente; ma la speranza è l’ultima a morire e tentare non nuoce.

Gli esempi dei “sempre verdi” sono tanti, difficile contarli tutti, l’elenco potrebbe riempire l’intera pagina di un giornale. Gli ultimi in questa graduatoria si chiamano Michele Emiliano, ex governatore della Puglia e Vincenzo De Luca, ex numero uno della Campania. Il primo respinto, dal suo successore Antonio De Caro, è riuscito ad ottenere una consulenza pari ad undicimila euro al mese (al diavolo il suo vecchio lavoro da magistrato); il secondo, per le dimissioni del sindaco di Salerno, vorrebbe tornare ad essere lui ad occupare quel posto che fu già suo anni fa.

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Bruno Tucci