(Foto Ansa)
Un’onda blu ha attraversato gli Stati Uniti, ridisegnando gli equilibri politici a Washington e consegnando ai Democratici il controllo di entrambi i rami del Congresso. Le elezioni di metà mandato del 3 novembre si sono trasformate in un voto di forte contestazione nei confronti di Donald Trump e dei primi due anni della sua presidenza, con risultati che hanno superato anche le aspettative del Partito democratico. Una sconfitta che priva il presidente della maggioranza parlamentare e rischia di condizionare profondamente la seconda parte del suo mandato.
Alla Camera i Democratici hanno raggiunto almeno 218 seggi sui 435 complessivi, la soglia necessaria per ottenere la maggioranza assoluta.
Al Senato, composto da 100 membri, i democratici hanno conquistato il controllo dell’assemblea superando la soglia di 50 seggi e arrivando a una maggioranza di almeno 54. Si tratta di un risultato particolarmente significativo, perché fino a pochi mesi fa la conquista del Senato era considerata un obiettivo difficilmente raggiungibile.
La vittoria si è estesa anche alle elezioni dei governatori, con la conquista di Stati tradizionalmente repubblicani. In Texas Gina Hinojosa ha sconfitto Greg Abbott, diventando la prima governatrice democratica dal 1995. I Democratici hanno conquistato anche Iowa e Ohio, mentre hanno mantenuto governatorati importanti come Pennsylvania, New York, Maryland e Illinois. I Repubblicani hanno invece conservato la Florida e il South Carolina. Il risultato segna dunque un’avanzata democratica anche a livello statale, con possibili ripercussioni sulle politiche locali e sull’opposizione all’amministrazione federale.
Le prime proiezioni sono arrivate nella notte americana. Alle 2.30 ora italiana il New York Times attribuiva ai Democratici il 93% di possibilità di conquistare la Camera e il 78% il Senato. Alle 3.21 sono arrivate le prime indicazioni sulla riconquista della Camera, mentre si moltiplicavano le sconfitte repubblicane anche nei collegi considerati sicuri.
I risultati più inattesi si sono registrati al Senato. In Kansas Adam Hamilton ha battuto Roger Marshall: era dal 1932 che lo Stato non eleggeva un democratico. In Texas James Talarico ha conquistato un seggio, un risultato che mancava al partito dal 1988. Successi sono arrivati anche in altri Stati in bilico, mentre in Michigan Abdul El-Sayed ha superato il repubblicano Mike Rogers.
All’alba è arrivata la conferma della conquista democratica del Senato. Poco dopo, alle 7.26 ora italiana, con il raggiungimento di quota 218 seggi, è stata certificata anche la maggioranza alla Camera.
La Camera conta 435 membri e per la maggioranza assoluta servono 218 seggi. Il Senato è composto da 100 membri e la soglia ordinaria è di 51 voti, mentre in caso di parità può intervenire il voto decisivo del vicepresidente. Il controllo delle due Camere permette ai Democratici di guidare le commissioni, condizionare l’attività legislativa e avviare indagini sull’amministrazione.
Trump potrà continuare a esercitare il potere di veto sulle leggi approvate dal Congresso, ma dovrà confrontarsi con un Parlamento controllato dall’opposizione.
C’è anche la questione dell’impeachment. La Camera può approvare la messa in stato d’accusa del presidente a maggioranza semplice. Per rimuoverlo, tuttavia, servono i due terzi dei senatori presenti al processo: 67 voti se tutti i componenti sono in aula. La vittoria democratica permette quindi di avviare un’eventuale procedura, ma non garantisce i numeri necessari per destituire Trump.
Il presidente ha seguito lo spoglio alla Casa Bianca. Quando la sconfitta appariva ormai evidente, ha scritto: “Se il mio nome fosse stato sulla scheda avrei vinto a valanga”. Poi, su Truth, ha ribadito: “Non ero sulla scheda elettorale e, se lo fossi stato, avremmo vinto CON UNA VITTORIA SCHIACCIANTE!”.
Nei giorni precedenti aveva minacciato uno scontro istituzionale: “Diventerò Mr. Veto se i democratici vincono la maggioranza”, aveva dichiarato, promettendo di utilizzare il potere presidenziale per bloccare le iniziative dell’opposizione. Dopo il voto ha però assicurato di essere disposto ad accettarne i risultati e a collaborare con i Democratici.
La stampa americana ha sottolineato la portata della sconfitta. Il New York Times ha parlato di “clamorose sconfitte a sorpresa in tutto il Paese”, il Washington Post di “storica sconfessione”. Barack Obama ha celebrato il risultato: “Gli americani hanno inviato un messaggio chiaro: desiderano una politica che unisca anziché dividere e leader capaci di offrire soluzioni concrete”.
“Questi risultati sono stati possibili perché si sono fatti avanti candidati eccezionali”, ha aggiunto l’ex presidente. “Sebbene a questa amministrazione restino ancora due anni di mandato, il nostro compito ora è rimboccarci le maniche, apportare cambiamenti laddove ne abbiamo il potere, evitare ulteriori danni e gettare le basi per il futuro”.
Da Teheran è arrivata infine la reazione del presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf, che ha interpretato il risultato come un messaggio contro la guerra: “Per coscienza o per il costo della vita, gli americani hanno detto NO ALLA GUERRA, e noi sosteniamo questo messaggio”.