Politica

Trump-Xi Jinping, il vertice che cambia gli equilibri: diplomazia, Taiwan e il grande gioco del potere

Si può definire storico l’incontro tra Donald Trump e Xi Jinping? Si vedono a Pechino i due grandi leader mondiali: tappeti rossi, sventolio di bandierine cinesi e americane, strette di mano, un pranzo da favola. E poi? La dura realtà, perché su alcuni problemi non si scherza. L’isola di Taiwan non si tocca, “altrimenti si rischia un’altra guerra”, tuona il sorridente (all’apparenza) padrone di Pechino. Parla chiaro di modo che non si possa fraintendere il discorso. Un momento dopo, torna ad essere un ospite suadente e permissivo: “Dobbiamo essere partner, non rivali”. Ecco fatto: il tycoon è soddisfatto, può tornare a Washington e dire alla gente che il suo Paese è considerato come merita. I big capitalisti che lo hanno seguito nel viaggio sono gli unici, certamente, a fregarsi le mani: hanno concluso affari per trilioni di dollari, applaudiranno per sempre il loro presidente perché meglio di così non poteva andare.

Taiwan, Hormuz e la diplomazia del confronto

Dunque, chi ha vinto e chi ha perso fra i due? La stampa progresista non ha dubbi, Xi Jinping è stato il vero mattatore della scena, sul palcoscenico è rimasto soltanto lui. “Il sorpasso”, titola stamane Il Manifesto, non avendo dubbi su chi ha trionfato e su chi ha dovuto accontentarsi delle briciole. Non è proprio la verità: si è accecati dall’ideologia anche in campo internazionale perché pure Trump ha raggiunto in parte i suoi obiettivi. In primo luogo, per il modo in cui è stato ricevuto tanto da essere considerato il vero dominatore dell’Occidente. Secondariamente, perché su Stretto di Hormuz sono stati compiuti molti passi avanti. Dovrebbe riaprire presto, dando una grossa mano alla ripresa economica di tutto il mondo. Compresa la Cina che su questo problema si è trovata in piena sintonia con gli Stati Uniti. Non è poco, se pensiamo che con la riapertura dello Stretto, la stragrande maggioranza dei Paesi tirerà un sospiro di sollievo: a Nord come a Sud, a Est come a Ovest. Il prezzo del petrolio tornerà a scendere, l’inflazione non avrà più gli scossoni delle ultime settimane, la gente comune avrà meno grattacapi per arrivare alla fine del mese.

Un pareggio geopolitico tra Stati Uniti e Cina

Se ci è permesso un paragone sportivo, potremmo scrivere che l’incontro si è concluso con una x, un pareggio insomma. È vero che il pericolo Taiwan non è da sottovalutare, ma se in futuro il mondo sarà più tranquillo perché i venti di guerra si sono allontanati, entrerà in gioco la diplomazia, la quale avrà il compito di trovare un accordo che sia giusto per entrambe i contendenti. L’oculatezza sottolineata dal leader cinese (sostantivo che potrebbe far paura) sarà superata anche quando si parlerà di Taiwan e del suo futuro. Le minacce saranno superate, questo prevedono pure i maggiori commentatori americani e la paura di un conflitto nucleare si attenuerà, se non sparirà, secondo i più ottimisti.

Il riflesso italiano: Meloni, Schlein e Conte verso il 2027

Già, proprio il pareggio, un termine che domina la scena politica del nostro Paese. Lo teme la destra che perderebbe il suo predominio, lo paventa pure la sinistra perché se nel 2027 non si raggiungerà una vera maggioranza, non si potrà far nascere un governo che abbia la tanta sospirata stabilità. L’unica soluzione sarebbe quella di un esecutivo tecnico che non poche difficoltà ha creato in passato. Si studiano, quindi, le mosse per portare nei propri schieramenti quegli assenteisti, meglio i delusi, che non sono più andati a votare. Sono una pletora che potrebbero far pendere la bilancia da una parte o dall’altra. Il referendum sulla giustizia lo ha dimostrato perchè l’opposizione ha stravinto proprio perchè il numero di coloro che disertavano il seggio è diminuito notevolmente.

Rimangono i problemi di fondo: Giorgia Meloni dovrà capire che cosa è andato di traverso e correggere il tiro della sua politica se non vorrà cedere lo scettro ad una sinistra sempre più convinta che nel 2027 ci sarà il ribaltone. Palazzo Chigi cambierà inquilino, su quella poltrona tornerà un progressista. Si, ma quale se ancora il campo largo non è d’accordo sul candidato che dovrebbe combattere l’attuale premier? Sono due, per il momento, i guerrieri che vanno all’assalto della presidenza del consiglio: Elly Schlein, la segretaria del Pd, il partito che ha più preferenze, e Giuseppe Conte che ritiene di meritarlo perchè ha maggiore esperienza avendo guidato il governo con due diverse alleanze. Per non parlare degli outsider che alla fine potrebbero aver partita vinta proprio per questa lite infinita che disturba una buona parte dei progressisti. Non si pensa solo al 2027, si va ancora più in là perchè un paio di anni più tardi si dovrà scegliere un nuovo capo dello Stato e a quel ruolo la sinistra non può rinunciare. Il sempre più acido Matteo Renzi (colpito da un male non ancora identificato dai virologi) tuona: “Iddio non voglia che la destra vinca le prossime politiche, vorrebbe dire che al Quirinale andrebbero Giorgia Meloni o, al peggio, Ignazio La Russa”.

Dal derby Roma-Lazio al Tar: l’Italia della commedia politica

Un quadro da tragedia o da commedia? Se dovessimo dar retta agli ultimi avvenimenti che hanno riempito i giornali, dovremmo propendere per la seconda ipotesi. Ne ha dato prova un dilemma che ha mandato in tilt il vertice sportivo e di conseguenza pure il Tar. Quando si doveva giocare il derby tra Roma e Lazio per evitare possibili incidenti? All’ora di pranzo della domenica? No, perché in contemporanea al Foro Italico ci sarà la finale del torneo di tennis. Allora, meglio rinviare la stracittadina a lunedì sera. Lo decide il prefetto ed è pronto subito un ricorso al Tar che, vista la malata, se ne lava le mani e rimanda la scelta ai massimi organismi sportivi. Come si conclude il tira e molla? Con il ritorno al passato: si giocherà a mezzogiorno di domenica e che Iddio ce la mandi buona.

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Bruno Tucci