Politica

Uccise due “teste” del regime, chi guiderà ora l’Iran? Ma in Italia si pensa al referendum e la Meloni si fa intervistare da Fedez

Ora che due “teste” del regime iraniano sono state uccise chi comanderà in quel Paese che da 47 anni conosce soltanto la dittatura? Israele ha colpito ancora ed in un solo giorno ha eliminato il braccio destro del vecchio Khamenei e il capo della polizia militare, l’uomo che dopo le proteste di piazza a Teheran in favore della libertà ammazzò a freddo trentamila manifestanti.

Ali Larijani e Qasem Soleimani sono stati eliminati ed ora l’interrogativo è uno e uno soltanto: chi ha in pugno il futuro dell’Iran? Si potrebbe rispondere: il secondogenito del vecchio tiranno, Mojtaba, se possibile più cattivo del padre. Ma di lui non si sa più nulla. Le indiscrezioni affermano che sia in Russia a farsi curare perchè è stato gravemente ferito, la sua voce è scomparsa, tanto è vero che il proclama lanciato in televisione qualche giorno fa è stato letto da una annunciatrice della tv di stato. Qualcuno dei nemici, in prima fila i seguaci di Tel Aviv ritengono sia morto; altri sostengono che le sue condizioni sono gravi e difficilmente potrà guidare il Paese.

Allora, se questa è la situazione, da oggi in poi con chi avranno a che fare in futuro Trump e Netanyahu? Forse questa è una domanda a cui si potrebbe rispondere con il tempo, ma è vero anche il contrario se (Dio lo voglia) si potrà instaurare un dialogo che porti la pace. I più intransigenti, al momento, sono i pasdaran, i fedelissimi del regime. Però, visto che ormai il Paese non  ha più una guida suprema, con tutta probabilità questo sarà il primo problema da risolvere, ammesso che il popolo, liberatosi finalmente dei tiranni, possa finalmente tornare in piazza alla ricerca disperata della libertà.

Comunque sia, la guerra continua e non c’è il minimo segno che Teheran possa alzare bandiera bianca. Almeno non nel prossimo futuro. Negli Stati Uniti, molti recriminano il conflitto, non ne vogliono più nemmeno sentir parlare. L’economia scricchiola, l’inflazione ha ripreso a galoppare, i democratici accusano il tycoon, ma anche diversi repubblicani non sono d’accordo con il loro leader, perchè è entrato in una guerra senza avere una strategia da seguire.

Il presidente riteneva che una volta fatto fuori il capo, la maggior parte degli iraniani avrebbe finalmente potuto cambiare il volto del Paese. Previsioni sballate, Donald non ha più il seguito di qualche anno fa e teme fortemente il voto di mezzo termine che si terrà a novembre. Se quel giorno, il plebiscito dovrebbe scemare notevolmente, i guai per lui aumenterebbero. Più di quel che oggi appaiono pur essendo già evidenti. Joe Kent, il capo dell’antiterrorismo, si è dimesso e ha motivato il suo gesto: questa è una guerra che non si doveva fare perchè veniva violato ancora una volta il diritto internazionale. Non solo, ma era la scelta ad essere sbagliata, perché dimostrava che non si conosceva il potere del regime iraniano.

Se proprio di guerra non si può parlare, in Italia il clima è sempre più infuocato. Il referendum sulla separazione delle carriere (si voterà domenica e lunedì) ha ormai soltanto un sapore politico. Del merito della riforma non ne parla più nessuno. Si va solo alla ricerca di un cavillo che possa far pendere la bilancia da una parte o dall’altra. Sono ammessi i colpi bassi, delle parole di Sergio Mattarella che predicava la moderazione non si ha più sentore.

Mancano quattro giorni e ogni gesto diventa possibile. I magistrati sono sul piede di guerra, il comitato per il no non conosce sosta: si è sul pezzo da mattina a sera e pure di notte. A destra, si continua a ripetere che il voto non avrà quel significato politico che l’opposizione predica: insomma non ci sarà nessuna crisi se dovesse prevalere il No. Se non sarà la fine del governo, certamente si potrà parlare di una spallata in vista del traguardo, cioè delle elezioni politiche del 2027.

Il referendum “non sarà contro la magistratura”. Lo assicura il ministro Nordio il quale sostiene che in caso di vittoria del Si “apriremo subito un tavolo per un confronto sincero e leale con i giudici”. Ma di queste parole nessuno si fida a sinistra: “Vogliono solo stravolgere la Costituzione”, è il mantra che si ripete di continuo. Pure i commentatori si dividono, ma in prima pagina sul Corriere della Sera Antonio Polito assicura “che non ci sarà nessuno stravolgimento”.

Nella sede dei partiti come a Palazzo Chigi si affilano le armi e i comizi si susseguono: i più impegnati sono Elly Schlein e Giuseppe Conte, oggi alleati, ma fino a quando?. Giorgia Meloni accetta l’invito di un famoso follower: è andata a farsi intervistare da Fedez e il tutto si saprà domani alle tredici quando si svelerà il pensiero della premier, noto da tempo.

Personalmente per una volta esprimo il mio parere: nei panni della presidente del consiglio non ci sarei andato. La politica è una cosa seria e questa materia lei la mangia da anni, da quando era appena una giovanetta della Garbatella.

Published by
Bruno Tucci