Politica

Umberto Bossi, il “visionario” che cercava di cambiare il paese

In questi ultimi giorni, alcuni professionisti dell’informazione, titolari del potere di “fare scandalo” in vita e in morte, hanno ricordato Umberto Bossi a “modo loro”. Se chiedessimo a un giornalista “investigativo” di esprimere un giudizio sul Rinascimento, ne ricaveremmo un elenco dei vizi dei Papi anziché delle opere di Raffaello e Michelangelo. Il mondo dei comunicatori di violenza finisce nei corridoi delle procure, mentre io voglio considerare l’azione politica di Bossi durante il periodo storico in cui è vissuto e l’eredità che ha lasciato.

Bossi fonda la “Lega Autonomista Lombarda” nel 1984, l’anno del Concordato Stato-Chiesa, e partecipa al dibattito politico sulla laicità delle nostre Istituzioni, che durava da anni. Egli denunciava il clientelismo di massa della Prima repubblica, che non riguardava solo i partiti ma la stessa Chiesa. L’impegno del Vaticano, in cambio dell’otto per mille, era quello di non identificarsi in alcun partito: un passo necessario verso la formazione di uno Stato laico.

Non va dimenticato che il più alto numero di praticanti cattolici si è avuto nel periodo in cui i parroci facevano assumere i fedeli nelle fabbriche. Tale metodo di adesione “clientelare” è stato sempre utilizzato dal PCI e dai sindacati, che riuscivano a triplicare il numero dei propri tesserati. Era la vecchia DC che aumentava il popolo degli iscritti grazie alla vicinanza con la Chiesa o era la Curia che riusciva a incrementare il livello dei fondi ad essa destinati dai governi? La Chiesa avrebbe sempre rispettato questo impegno Concordatario. Il patto è venuto meno con il Referendum sulla Giustizia e spiego perché.

Il Referendum si è trasformato in una consultazione popolare sul “Trumpismo” della Meloni che sta dalla parte dei poliziotti, vuole contenere le occupazioni abusive dei Centri sociali, l’immigrazione irregolare e la delinquenza di strada. Un governo laico che mette sullo stesso piano Israele e Hamas, lontano dalla missione ecclesiale che tutela i deboli e i derelitti del mondo.

I tre milioni di NO che hanno fatto la differenza, sono quelli delle nuove generazioni che prima non votavano, in gran parte cattoliche e del volontariato, scese in campo a favore di una Giustizia “amica” che applica il diritto internazionale delle “genti”, tutela il clandestino, persegue con violenza i reati economici e usa la mano leggera contro i delinquenti “per necessità”. Le questioni dei salari e dell’emigrazione giovanile non c’entrano, perché questi fenomeni non sono mai stati risolti dai governi politici e tecnici degli ultimi trent’anni.

La sconfitta politica della Meloni deriva dall’avere cercato un consenso basato sulle continue denunce mediatiche dei “delitti” degli esclusi, che i giudici avrebbero omesso di perseguire ai danni dei cittadini comuni. In meno di un mese, i SI sono passati da una vittoria del 60% ad una sconfitta di analoga entità. Un errore che un Uomo di esperienza politica come Bossi non avrebbe mai commesso, un trabocchetto nel quale Salvini è caduto come un pollo. Fin qui il clientelismo di massa: passo ora a considerare quello delle élites.

Nel maggio 1994, un mio carissimo amico era diventato ministro del bilancio in quota Lega Nord. Egli era chiamato “Tartaglini” perché si proponeva di “tagliare” la spesa pubblica. Il neoministro era invitato in tutti i salotti “bene” romani.

Non era come partecipare alle cene di Madame De Tencin, nella Francia del XVIII secolo, ove poteva capitare di sedersi vicino a uomini come Fontanelle o Montesquieu. I frequentatori abituali di quei salotti erano produttori cinematografici, attori, registi, scrittori, giornalisti, editori, “postulanti” che cercavano di conservare i contributi pubblici grazie ai quali si mantenevano. Queste “élites”, che fino ad allora erano schierate dalla “parte giusta” della Storia, non erano scandalizzate per le espressioni di alcuni scalmanati che agitavano il cappio contro “Roma ladrona”; anzi, le giustificavano ed erano pronte a condividerle. Tuttavia, prima di trarre conclusioni “morali” affrettate, bisogna svolgere alcune considerazioni.

Il livello etico di un paese non lo giudichi dalle classi-guida ma dai comportamenti “diffusi”.

Possiamo affermare con certezza che in Italia i nonni dei più accesi riformatori “etici”, hanno fatto studiare i figli grazie alla seconda occupazione rigorosamente in nero. Per almeno tre generazioni, il “popolo” si era adattato senza troppe remore all’idea del “voto di scambio”.

Il più elevato indice di evasione fiscale in Europa è sempre stato quello degli italiani, nonostante le pesanti sanzioni penali. Nell’Europa moderna esiste una differenza abissale tra il “popolo” ucraino che resiste compatto alle unghiate di un orso famelico, rispetto ai rivoluzionari del “benessere” che entrano in crisi irreversibile per le bollette del gas.

Per costituire un’associazione o un partito basta andare dal notaio e trovare qualche socio fondatore. I movimenti che nascono ogni giorno sono innumerevoli e si estinguono per ragioni mercantili. Un movimento come le “Sardine” poteva conseguire effetti elettorali in sede locale, ma alla fine è sparito. I movimenti pro-Pal non si finanziano con i soldi degli “iscritti”, ma di qualche grande vecchio in rapporto con gli Stati canaglia.

Per formare un movimento di popolo ci vuole qualcosa di più: bisogna trovare valori aggreganti, bisogna essere “visionari”. Mussolini riesumava i Cesari e il saluto romano, Hitler i Nibelunghi e Lenin il proletariato. Bossi ha evocato le fonti del Po, l’ampolla dell’acqua sorgiva, la storia del Carroccio e di Pontida. Un Uomo così poteva certo considerarsi un “eretico” rispetto all’età dei “lumi”, comunque meno pericoloso di quei despoti del Novecento.

Contro ogni aspettativa degli osservatori politici dell’epoca, Bossi avrebbe incarnato il popolo del “nord” che pretendeva di identificarsi nella parte sana e produttiva della Nazione. Questa “ideologia” era divisiva e il Sud si sentiva discriminato. La contestazione aperta della Regola di ripartizione delle risorse pubbliche tra il nord che produceva e il Sud parassitario, è servita anche al Sud per cercare di ammodernarsi.

Nonostante la cultura “unificante” della sinistra di governo, ancora oggi i cittadini “meridionali” continuano a lamentarsi degli impianti che disperdono le risorse idriche, dei maggiori indici di mortalità dei propri ospedali, delle carovane di malati da Catanzaro a Milano o a Torino. È certo prezioso lo spirito di solidarietà nazionale previsto dalla Costituzione, purché questo gap sanitario ed economico non diventi endemico.

Bossi affermava che la Lega si sarebbe fatta una propria “Costituzione”, perché quella vigente ingabbiava il paese produttivo. Il primo passo “politico” di Bossi è stato quello di valorizzare il lavoro senza protezione rispetto a quello “garantito”. Personaggi come Miglio, ricordavano agli italiani che, con l’avvento del mercato unico sancito in Europa nel 1993, il “lavoro” non dipendeva più dallo Stato, bensì dal tessuto economico “libero” da lacci burocratici. Il che obbligava a ridimensionare i costi delle strutture pubbliche per salvare il sistema delle imprese nella lotta per la competizione globale. Alla politica di natura clientelare del passato, doveva subentrare la “buona amministrazione” degli enti locali, che i leghisti ritenevano di garantire nelle “Regioni Verdi”.

Gli stessi leghisti rilevavano che la guerra “burocratica” contro la mafia finiva per indispettire l’imprenditore brianzolo costretto a produrre decine di costosi certificati ogni volta che partecipava ad una gara. Questa battaglia “cartacea” non produceva alcun apprezzabile risultato, salvo quello di rafforzare le spinte secessionistiche nel nord del paese. Strutture sorte con fini limitati diventavano giganti costosi, che la collettività non riusciva più a mantenere. Eppure, tutti questi uffici giustificavano sul piano etico la loro funzione, quella di impedire che la platea non rispetti le regole; essi si ergevano a difesa di valori come l’equità e la giustizia, finché qualche leghista non aveva scoperto che è meglio un sistema meno “giusto” ma più efficiente.

La battaglia della Lega contro il Fisco “rapace” non faceva che riprendere le tradizioni francesi degli agricoltori e camionisti guidati da Nicoud e dai Gilet gialli. Questi movimenti bloccavano le strade di Parigi: persino la polizia nazionale, considerata garante della legalità, minacciava di far volare il ministro dalla finestra. Al confronto, gli agricoltori vicini alla Lega che contestavano le quote latte europee, erano ovini mansueti.

L’altra critica alla Lega Nord riguardava la legge Bossi-Fini del 2002, la più contestata dalle sinistre. Il fatto che una democrazia debba rispettare gli usi, i costumi e la fede degli immigrati, come quello di portare il burka o di combinare i matrimoni perché la donna non ha diritto all’amore, era considerata dalla Lega una sciocchezza spaziale. Uno Stato laico deve difendere i diritti umani e sociali che derivano dalle proprie leggi: è l’immigrato che si deve adeguare.

La questione dei rapporti tra religioni è stata affrontata dalle sinistre sulla base dell’art. 19 della nostra Costituzione, che garantisce il diritto di professare liberamente la propria fede in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne il culto in privato o in pubblico. Gli imprenditori e gli insegnanti dovrebbero garantire il diritto a praticare la preghiera e osservare il mese di digiuno durante il Ramadan e di astenersi dal lavoro durante le festività religiose islamiche.

Tutto ciò può andare bene, dicono tuttora i sindaci della Lega, alla condizione che analogo trattamento sia riservato ad ogni altro culto. Le feste religiose in Italia sono il risultato del Concordato tra Chiesa e Governo. Se i “democratici” vogliono estendere analoghi diritti a tutte le altre religioni, si mettano d’accordo con i protestanti, gli ayalollah, i califfi, il partito unico cinese, gli animisti africani e così via per “dividersi” i giorni festivi che il nostro governo ha fin qui concesso soltanto ai cattolici. A meno di voler ritornare al quindicesimo secolo, allorché nei paesi cristiani vi erano 115 giorni non lavorativi all’anno.

L’invito ai datori di lavoro di tenere conto delle esigenze religiose dell’operaio, in via teorica può essere preso in esame nelle (residue) fabbriche con almeno mille addetti, ma è impossibile per il piccolo e medio imprenditore la cui catena produttiva è limitata a 30/50 unità, come hanno sempre affermato i leghisti doc.

Osservo infine che i popoli democristiani, socialisti e comunisti della prima Repubblica, si sono vergognati delle loro origini, hanno cambiato simboli e sono andati in “soccorso” ai vincitori, mentre gli elettori della Lega ricordano sempre con nostalgia i “Tempi gloriosi” di Umberto Bossi.

Published by
Giorgio Oldoini