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Usa e Iran, è il momento della verità. Ma Trump minaccia altri missili

“El momento de la verdad”, scriveva Ernest Hamingway in un suo famoso romanzo che si occupava delle corride in Spagna. Oggi in Pakistan, esattamente a Islamabad, si vive un “altro momento della verità” in cui si parla di guerra e di pace. La delegazione degli Stati Uniti sarà lì ad aspettare quella degli iraniani. Ci sarà l’incontro, cominceranno finalmente quei colloqui che potrebbero ridare tranquillità al mondo? Trump non cambia ritornello, dice che se non si arriverà ad un patto pioveranno dal cielo altre bombe che distruggeranno ponti e fonti energetiche. È solo una minaccia oppure stavolta il tycoon andrà sino in fondo? Chi lo può prevedere visto lo strano comportamento del presidente americano, il quale una ne fa e cento ne pensa?

Il mondo è sempre con il fiato sospeso ad attendere, cerca sponde che possano allontanare il pericolo, nuove strade che convincano gli uni e gli altri a smetterla di avere a che fare solo con la guerra. Non si possono fare previsioni perché si trovano di fronte due delegazioni che non demordono e non vogliono fare un passo indietro. L’orgoglio innanzitutto anche se questo può significare morte e distruzione. Non esiste nessuna certezza che il dialogo possa cominciare: Teheran non ha dubbi, non si piegherà alla resa e porterà avanti il suo credo, quello che gli Stati Uniti hanno invaso illegalmente il loro Paese. Al di là di ogni pretesa, è sullo stretto di Hormuz che si gioca tutta la partita. In quei trentatré chilometri di mare è racchiuso il futuro dell’intero universo, perché un conflitto oggi non avrebbe confini, porterebbe morte e distruzione a Nord e a Sud, ad Ovest come ad Est.

Chissà se i rappresentanti di quelle delegazioni si siano posti questo interrogativo. Forse no, altrimenti si sarebbero comportati in modo diverso per raggiungere la pace in pochissimo tempo. Invece si continua a discutere e a dividersi su problemi che potrebbero essere risolti in breve tempo se si usasse il buon senso e il raziocinio. Invece, vince la tracotanza di dimostrare chi è il più forte, chi ha il potere di essere il numero uno ad ogni costo. Non ci resta che sperare in un momento di piena lucidità dei contendenti. Ridurre le proprie pretese, trovare un possibile punto d’incontro che possa far dire ad ognuno di aver raggiunto il proprio obiettivo.

In questa parentesi di paura, una sola cosa è sicura: la chiusura dello stretto di Hormuz che è stato riaperto solo per una manciata di ore per poi tornare ad essere vietato. È proprio in quelle acque che si manifesta il braccio di ferro. L’Iran sa di avere il coltello dalla parte del manico perché è lì che transita l’economia di tutto il mondo. Da quando le navi sono ferme nei porti e non possono avventurarsi perché temono di essere cannoneggiate e magari affondate, l’economia mondiale ha avuto come un infarto. Il prezzo del petrolio è aumentato a dismisura, l’inflazione ha ripreso a galoppare, i mercati hanno subito un tracollo che non si fermerà se l’attuale situazione non cambierà.

Al di là delle minacce, degli ultimatum che spesso diventano penultimatum tutto lì è racchiuso il pericolo. I carichi restano fermi, gli Stati Uniti bloccano lo Stretto mentre i risparmi rischiano di svanire ed il futuro è pieno di incognite.

Che fare? Dipende dalle ore che mancano ad un incontro che non è ancora sicuro che avvenga. Trump è sicuro che alla fine si troverà la quadra, l’Iran è dubbioso perché non vuole rinunciare ai traguardi che ha conseguito negli anni della spietata dittatura islamista. In questo frangente, l’Europa non dimostra di essere protagonista, rimane alla finestra, continua a balbettare. Soltanto Francia, Germania, Gran Bretagna e Italia prendono una posizione e decidono di mandare le loro navi per evitare il pericolo delle mine di cui lo Stretto è pieno. Alla fine del conflitto, non prima. Cioè, si continuano a rimandare iniziative che dovrebbero essere prese subito.

Nel bailamme delle tante notizie che riempiono le pagine dei giornali ce ne sono due che meritano di essere ricordate. La prima è che i centri in Albania voluti ad ogni costo dalla Meloni hanno cominciato a funzionare. Lo dimostrano i numeri: 83 sono gli espulsi rimandati a casa, 536 le persone che sono transitate in quei paraggi. La seconda arriva dalla Svizzera che ha presentato il conto alle famiglie italiane per i ricoveri in ospedale dopo il tragico rogo di Crans Montana: 70 mila euro. A volte la faccia tosta non ha limiti.

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Bruno Tucci