Politica

Youssef Siher scarcerato, Meloni attacca i giudici: cosa c’è dietro il caso che scuote la politica

E adesso con la scarcerazione di Youssuf Siher, che dimostra che per fortuna c’è ancora “un giudice a Berlino”, cosa  dirà Giorgia Meloni, il nostro primo ministro che in più occasioni ha accusato la magistratura di impedire al governo di governare e anche di vanificare il lavoro del parlamento e delle forze dell’ordine? Ma, scusate il bisticcio di parole, andiamo per ordine.

Che l’arresto dell’italiano Youssef Siher figlio di marocchini e le motivazioni addotte dal pubblico ministero fossero piuttosto debolucce, tenute assieme come si suol dire con lo sputo, per non dire che non stavano in piedi,  lo si deduce chiaramente già dal fatto che il giudice per le indagini preliminari contrariamente al previsto martedì 27 non è riuscito né a convalidarlo né ad  annullarlo e s’è deciso a dire la sua solo il giorno dopo, liberandolo. Per cercare di trovare qualche appiglio meno indecoroso e accorrere così in soccorso dei colleghi milanesi s’è mossa la procura della repubblica di Genova, che ha infatti incaricato la Digos di cercare eventuali legami tra Siher e gli indagati nell’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Genova sui presunti finanziamenti ad Hamas. Si tratta dell’inchiesta che ha portato all’arresto e al restare intanto in galera – nonostante l’annullamento del mandato d’arresto deciso dalla Cassazione – Mohammad Hannoun, l’attivista palestinese fermato a fine dicembre con altre tre persone nell’inchiesta sui presunti finanziamenti ad Hamas. Annullamento del mandato di cattura che ha mandato su tutte le furie Giorgia Meloni.

Hannoun, 63 anni, fondatore dell’Associazione Benefica di Solidarietà con il Popolo Palestinese, e gli altri tre sono accusati di avere raccolto fondi – quasi sette milioni di euro – ufficialmente destinati come aiuto umanitario alla popolazione di Gaza, ma secondo l’accusa destinati in realtà ad Hamas.

Gli atti giudiziari riguardanti Hannoun sono andati a una diversa sezione del tribunale del Riesame di Genova, che dovrà pronunciarsi di nuovo sulla misura cautelare. Intanto fino a quel momento Hannoun resta in carcere così come gli altri tre accusati. Ora ci sono pressioni perché per salvare la faccia a molti si trovi il modo di far restare in carcere anche Siher.

L’unica cosa che, almeno fino ad ora, hanno in comune Siher ed Hannoun è che entrambi sono stati segnalati ai magistrati da zelanti frequentatori dei social. Nel caso di Siher si tratta di una organizzazione neofascista italiana, nel caso di Hannoun si tratta di un uomo del Mossad, cioè dei servizi segreti israeliani. Lo 007 israeliano col nome in codice o forse nome vero Avi (cognome forse Abrahmovich) è l’autore del dossier riservato fatto arrivare alla magistratura genovese e da questa utilizzato per mettere sotto accusa e arrestare Hannoun e gli altri. Il dossier sostiene che  esiste una iniziativa finanziaria coordinata da Hannoun che raccoglie fondi ufficialmente per beneficenza, ma in realtà destinati all’ala militare di Hamas. La procura genovese ha inoltrato una richiesta di rogatoria internazionale a Israele per poter ascoltare lo 007 (identificato dai mass media come Avi Abramson). Ma gli israeliani nonostante la garanzia di tutela dell’anonimato fanno muro e rifiutano di permettere l’accesso investigativo ai propri agenti dei servizi segreti. Intanto Hannoun e gli altri tre restano in galera nonostante che, dato il muro israeliano, il dossier contro di loro non essendo verificabile sia di fatto carta straccia.

E per quanto riguarda Siher chi ha fatto per primo il suo nome? Un gruppo di estrema destra.  Il giorno prima del fermo, un canale Telegram che si auto definisce “la vera estrema destra italiana” ha pubblicato una lista di presunti amministratori, compreso Siher, del movimento 17 Ottobre – nato, si noti bene, solo il giorno DOPO le massicce manifestazioni di sabato 17 – con nomi, cognomi e profili LinkedIn. Gli stessi autori della lista si vantano del merito dell’uso dei loro dati fatto dai magistrati. Guarda caso, dal web sono spariti i post che collegavano quel canale Telegram a Israele.

Non potendo contestare a Siher nulla di concreto il magistrato dell’accusa lo ha messo sotto accusa utilizzando l’ultimo degli otto decreti sicurezza del governo Meloni, cosa semplicemente assurda e illegale perché tale decreto è stato approvato DOPO i disordini del 17. A Siher è contestata anche – incredibile ma vero – l’intenzione di voler organizzare, utilizzando i social, qualcosa che può provocare una rivoluzione. Siamo cioè tornati ai tempi della Santa Inquisizione, che – a differenza dei codici penali degli attuali Paesi civili, Italia compresa – prevedeva anche il reato anche della semplice intenzione a violare le leggi. Inquisizione a parte, Marx ed Engels per la rivoluzione russa hanno dovuto profondersi in studi e scrivere libri voluminosi, addirittura il Capitale, aspettare qualche anno e l’arrivo di Lev Trotsky e Vladimir Lenin… Per Siher invece certi magistrati e “forze dell’ordine” erano convinto che bastasse un post su un qualche social.

In questo vuoto assoluto brilla la fulmineità, l’enorme scorrettezza e la grossolana imprudenza dei giornali che si sono buttati a capofitto contro Siher, e anche contro sua moglie, accusandolo senza esitazione anche in modo razzista perché italiano sì, ma di seconda generazione perché figlio di marocchini. Vale la pena, a futura memoria e vergogna, di pubblicare i titoli di giornale più odiosi e diffamatori, smentiti alla grande e rapidamente dal giudice per le indagini preliminari. Una versione postmoderna e sbracata dei titoli allucinanti che, sposando le accuse senza prove sferrate dai magistrati milanesi accusavano  “il ballerino anarchico” e “belva umana” Pietro Valpreda e alcuni suoi sodali anarchici di essere gli autori della strage del 12 dicembre 1969 nella sede della Banca dell’Agricoltura di piazza Fontana a Milano e delle altre bombe piazzate a Milano e a Roma che però non hanno fatto nessun danno alle persone. Io sono diventato giornalista fornendo a L’Espresso le anticipazioni del mio primo libro, intitolato Il Silenzio di Stato, col quale demolivo la falsa pista anarchica e puntava i dito contro i neonazisti veneti e gli apparati statali che li hanno protetti e usati per la “strategia della tensione”, a base di bombe anche sui treni, che nel ’69 puntava a spingere i militari a intervenire in politica per bloccare le oceaniche e impetuose manifestazioni dei lavoratori, con forte partecipazione anche del Movimento Studentesco, che reclamavano aumenti salariali al passo coi tempi, contratti nazionali e sicurezza nei luoghi di lavoro.

POST SCRIPTUM

Con la caduta delle accuse a Siher rimedia una grande e meritata figuraccia l’ambasciatore israeliano Jonathan Peled per avere accusato quello che lui chiama “il palestinismo” per il teppismo, peraltro minimo, che ha guastato alcune manifestazioni del 17 ottobre. L’ambasciatore evidentemente ha un grande senso dell’umorismo e lo usa per nascondere che i teppisti del 17 ottobre e dintorni si sono semmai ispirati al teppismo criminale, spesso anche assassino e sempre protetto dall’esercito, dei coloni israeliani in Cisgiordania.

Published by
Pino Nicotri