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Alzheimer, il vaccino antinfluenzale può proteggere il cervello: cosa sapere

Esiste già, è disponibile nelle farmacie, viene somministrato ogni anno a milioni di persone e fino a poco tempo fa nessuno, nemmeno molti medici, sapeva che potesse avere qualcosa a che fare con la protezione del cervello dall’Alzheimer. Si tratta del vaccino antinfluenzale ad alto dosaggio, quello specificamente formulato per gli over 65, e i risultati di uno studio appena pubblicato sulla rivista Neurology stanno rimescolando le carte nel campo della prevenzione della demenza in modo che pochi si aspettavano.

Il vaccino antinfluenzale ad alto dosaggio riduce il rischio di Alzheimer nelle persone over 65 di quasi il 55% nell’arco di circa due anni, secondo la ricerca condotta dai ricercatori della McGovern Medical School dell’Università del Texas Health Science Center di Houston. Non si tratta di un farmaco sperimentale, non è una terapia in fase di studio, non richiede procedure invasive. È lo stesso vaccino che si dovrebbe già fare ogni autunno, semplicemente nella versione più potente raccomandata per chi ha superato i sessantacinque anni.

Lo studio: quasi 200.000 persone e una scoperta inattesa

La ricerca è nata quasi per caso, da un’osservazione clinica che ha sorpreso per prima il suo stesso autore principale. Il professor Paul Schulz, neurologo presso la McGovern Medical School di UTHealth Houston e direttore del programma di neurocognizione, ha dichiarato di essere rimasto stupito nel scoprire, da medico, che esistesse un vaccino ad alto dosaggio disponibile per i pazienti anziani. Da questa constatazione è partita la domanda scientifica: se il vaccino standard era già stato associato a una riduzione del rischio di Alzheimer, cosa succedeva con la versione più potente?

Per rispondere, i ricercatori hanno analizzato i dati sanitari di circa 165.000 adulti anziani che avevano ricevuto il vaccino antinfluenzale, confrontando chi aveva ricevuto la versione ad alto dosaggio con chi aveva ricevuto quella standard. Si tratta di uno studio retrospettivo di coorte, cioè basato sull’analisi di dati già esistenti piuttosto che su un esperimento condotto in tempo reale, il che rappresenta uno dei limiti metodologici che gli stessi ricercatori riconoscono. Ma le dimensioni del campione e la coerenza dei risultati lo rendono difficile da ignorare.

Il confronto ha mostrato che le persone over 65 che avevano ricevuto il vaccino ad alto dosaggio avevano un rischio di sviluppare l’Alzheimer ridotto di quasi il 55%, una protezione significativamente superiore rispetto al 40% già osservato con il vaccino standard nella ricerca precedente dello stesso gruppo.

I risultati hanno mostrato che chi aveva ricevuto la dose più alta aveva un rischio significativamente inferiore di Alzheimer rispetto a chi aveva ricevuto la dose standard per almeno venticinque mesi. Questo significa che la protezione non è un effetto fugace ma si mantiene nel tempo, almeno per un periodo superiore ai due anni, che corrisponde esattamente alla finestra di osservazione dello studio.

Cos’è il vaccino antinfluenzale ad alto dosaggio e perché esiste

Per capire la portata di questi risultati è utile capire perché esiste una versione ad alto dosaggio del vaccino antinfluenzale e a chi è destinata. Con il compimento dei 65 anni, il sistema immunitario inizia a rispondere meno efficacemente alle infezioni e ai vaccini, un fenomeno noto come immunosenescenza. Per compensare questa ridotta reattività immunitaria, il vaccino ad alto dosaggio contiene quattro volte la quantità di antigene presente nel vaccino standard.

In parole semplici: il vaccino standard produce una risposta immunitaria sufficiente negli adulti più giovani, ma negli over 65 quella stessa quantità di antigene non riesce più a stimolare il sistema immunitario in modo altrettanto efficace. La versione ad alto dosaggio è stata sviluppata proprio per ovviare a questo problema, garantendo anche agli anziani una protezione adeguata contro l’influenza. Quello che nessuno si aspettava è che questo potenziamento dell’antigene potesse avere effetti anche sul rischio di sviluppare l’Alzheimer.

L’effetto protettivo del vaccino ad alto dosaggio è risultato ancora più pronunciato nelle donne rispetto agli uomini, sebbene entrambi i gruppi abbiano mostrato benefici significativi. Questa differenza di genere è coerente con altre osservazioni nella medicina sesso-specifica e suggerisce che fattori ormonali o genetici potrebbero influenzare il modo in cui il sistema immunitario interagisce con i meccanismi neurodegenerativi. Le donne, peraltro, sono già note per avere un rischio di Alzheimer più elevato degli uomini, il che rende questo dato ancora più rilevante.

Perché un vaccino antinfluenzale dovrebbe proteggere dal cervello

Questa è la domanda che tutti si pongono leggendo questi risultati, e a cui la ricerca attuale non riesce ancora a dare una risposta definitiva. Lo studio dimostra un’associazione, non un rapporto di causa-effetto diretto, e i meccanismi biologici attraverso cui la vaccinazione influenzale potrebbe ridurre il rischio di Alzheimer sono ancora oggetto di ipotesi più che di certezze.

L’ipotesi più accreditata tra i ricercatori riguarda l’infiammazione. Il vaccino antinfluenzale, stimolando il sistema immunitario in modo controllato, potrebbe indurre una risposta immunitaria generale che riduce l’infiammazione sistemica cronica, uno dei principali meccanismi alla base dello sviluppo dell’Alzheimer. È possibile che questa interazione con il sistema immunitario diminuisca l’infiammazione nel corpo e riduca indirettamente il rischio di Alzheimer, anche se il vaccino e i suoi componenti non attraversano la barriera emato-encefalica e quindi non agiscono direttamente sulle cellule cerebrali.

Un’altra ipotesi riguarda la prevenzione delle infezioni influenzali gravi. L’influenza severa negli anziani è una delle cause di infiammazione sistemica acuta più documentate, e diversi studi hanno collegato gli episodi infettivi gravi a un’accelerazione del declino cognitivo nelle persone già vulnerabili. Evitare queste infezioni grazie alla vaccinazione potrebbe quindi proteggere indirettamente il cervello riducendo i picchi infiammatori che danneggiano i neuroni.

C’è poi la possibilità, più speculativa ma biologicamente plausibile, che la stimolazione immunitaria prodotta dal vaccino ad alto dosaggio attivi meccanismi di clearance delle proteine anomale, come la beta-amiloide e la tau, che si accumulano nel cervello delle persone con Alzheimer. Il sistema immunitario gioca un ruolo nella rimozione di questi aggregati proteici, e una risposta immunitaria più robusta potrebbe contribuire a mantenerlo più efficiente in questa funzione.

Un dato che cambia la pratica clinica

Un dato che cambia la pratica clinica (blitzquotidiano.it)

Diversi esperti interpellati hanno sottolineato che lo studio fornisce una solida motivazione clinica per raccomandare specificamente il vaccino antinfluenzale ad alto dosaggio, dato che ha dimostrato una riduzione del rischio di Alzheimer maggiore rispetto alla versione standard. Questo è particolarmente rilevante perché, nonostante la raccomandazione ufficiale del vaccino ad alto dosaggio per gli over 65 esista già in molti paesi, la sua adozione è tutt’altro che universale. Molte persone anziane continuano a ricevere il vaccino standard, spesso perché i medici stessi non sono pienamente consapevoli delle differenze tra i due formati o perché in alcune aree la disponibilità del vaccino ad alto dosaggio è limitata.

Lo stesso professor Schulz ha riconosciuto che l’invecchiamento della popolazione ha messo sotto pressione l’offerta di vaccini ad alto dosaggio in alcune aree, portando alcune persone anziane a ricevere ancora la dose standard. Questo studio potrebbe contribuire a cambiare le priorità di approvvigionamento e a rendere la raccomandazione per l’alto dosaggio più sistematica e consapevole.

Il quadro più ampio: i vaccini come strumenti di prevenzione neurologica

Quello che emerge da questo studio si inserisce in un filone di ricerca più ampio che sta rivoluzionando il modo in cui si pensa alla prevenzione dell’Alzheimer. Negli ultimi anni diversi lavori hanno esplorato il possibile ruolo neuroprotettivo di vaccini già esistenti, con risultati che fino a qualche anno fa sarebbero sembrati improbabili.

Esperti che hanno commentato la ricerca hanno sottolineato che esistono già dati convincenti che suggeriscono come il vaccino contro l’herpes zoster, quello per il fuoco di Sant’Antonio, possa ridurre il rischio di demenza, e che questo nuovo studio indica che il vaccino antinfluenzale potrebbe offrire un beneficio protettivo simile. Nella pratica clinica, la raccomandazione del vaccino contro lo zoster agli adulti anziani viene già fatta non solo per la sua funzione primaria ma anche per questo potenziale beneficio cognitivo.

Il fatto che vaccini diversi, contro virus completamente diversi, mostrino tutti una tendenza alla protezione contro l’Alzheimer rafforza l’ipotesi che il meccanismo non sia specifico del singolo vaccino ma piuttosto legato alla stimolazione immunitaria in senso più generale. Un sistema immunitario allenato, attivato periodicamente dalla vaccinazione, potrebbe essere intrinsecamente più capace di gestire i processi neuroinfiammatori che sottendono lo sviluppo della demenza.

I limiti dello studio e cosa resta ancora da capire

La correttezza scientifica impone di presentare anche i limiti di questa ricerca, che i suoi stessi autori riconoscono con chiarezza. Trattandosi di uno studio osservazionale retrospettivo, non è possibile stabilire un rapporto di causa-effetto diretto tra la vaccinazione ad alto dosaggio e la riduzione del rischio di Alzheimer. Le persone che scelgono di farsi vaccinare, e in particolare quelle che scelgono la versione ad alto dosaggio, potrebbero condividere altre caratteristiche che le proteggono dal declino cognitivo: un maggiore accesso alle cure sanitarie, abitudini di vita più sane, un monitoraggio medico più frequente.

Lo studio si è concentrato sulle persone over 65, quindi non è chiaro se ricevere questi vaccini in età più giovane offrirebbe lo stesso livello di protezione. Non è nemmeno chiaro se l’effetto protettivo si estenda oltre i venticinque mesi osservati o se si mantenga con vaccinazioni annuali ripetute nel tempo, come raccomandato.

Sono necessarie ulteriori ricerche, idealmente studi prospettici randomizzati, per confermare l’associazione e per capire con precisione il meccanismo biologico attraverso cui la vaccinazione influenzale potrebbe proteggere il cervello. Ma in attesa di quella conferma, il rapporto rischio-beneficio della vaccinazione antinfluenzale ad alto dosaggio per gli over 65 è già di per sé favorevole, indipendentemente da qualsiasi effetto sull’Alzheimer: protegge dall’influenza grave in una fascia d’età in cui l’influenza può essere pericolosa, e ora c’è ragione di credere che faccia qualcosa di più.

Un messaggio pratico per chi ha più di 65 anni

La conclusione operativa di questa ricerca è straordinariamente semplice. Se hai più di 65 anni e ogni anno ti vaccini contro l’influenza, assicurati che il vaccino che ricevi sia quello ad alto dosaggio, il formato specificamente raccomandato per la tua fascia d’età. Se non lo stai già facendo, parla con il tuo medico o con il farmacista. Se non ti sei mai vaccinato contro l’influenza per ragioni diverse dalle controindicazioni mediche, questo studio aggiunge una ragione in più per riconsiderare quella scelta.

L’Alzheimer è la principale causa di demenza e colpisce oltre sette milioni di americani over 65, circa uno su nove in questa fascia d’età, con una proiezione che stima un raddoppio del numero entro il 2050. Numeri simili si osservano in tutti i paesi ad alta aspettativa di vita, inclusa l’Italia. In questo contesto, ogni strumento di prevenzione che si dimostri accessibile, sicuro e potenzialmente efficace ha un valore che va ben oltre il singolo dato statistico.

Published by
Claudia Montanari