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Aspergillus, la muffa pericolosa per i bambini immunodepressi: i rischi in ospedale e le resistenze ai farmaci

Si trova nella polvere dei cantieri, nel terreno dei giardini e nell’aria che respiriamo. L’Aspergillus è un genere di funghi molto diffuso nell’ambiente che, nella maggior parte dei casi, non rappresenta un pericolo per le persone sane. La situazione cambia quando le spore vengono inalate da chi ha un sistema immunitario compromesso, come i bambini sottoposti a chemioterapia nei reparti di Oncoematologia pediatrica.

Il recente caso delle muffe segnalate nei locali del nuovo ospedale di Padova ha riportato l’attenzione sull’importanza di proteggere gli ambienti sanitari destinati ai pazienti più vulnerabili.

Come spiega Giuliana Lo Cascio, professore associato di Microbiologia e Microbiologia clinica all’Università di Parma e direttrice dell’Unità operativa complessa di Microbiologia dell’Azienda USL di Piacenza, esistono oltre 250 specie di Aspergillus. Tra queste, Aspergillus fumigatus desta particolare attenzione perché produce spore molto piccole, capaci di raggiungere le parti più profonde dell’apparato respiratorio. Inoltre, riesce a tollerare temperature elevate, caratteristica che ne favorisce la sopravvivenza anche in condizioni difficili.

Aspergillosi, sintomi e diagnosi: chi rischia di più

L’inalazione delle spore non provoca automaticamente un’infezione. Il rischio aumenta soprattutto nelle persone immunodepresse, nei pazienti ematologici, nei trapiantati e in chi assume cortisonici ad alto dosaggio o farmaci immunosoppressori. Particolarmente vulnerabili sono i pazienti con neutropenia, cioè una riduzione dei neutrofili, globuli bianchi fondamentali per contrastare le infezioni.

L’aspergillosi invasiva può provocare danni ai polmoni e ai vasi sanguigni, con possibili emorragie, e nei casi più gravi raggiungere altri organi, tra cui cervello, fegato, milza e cute. Per questo la diagnosi precoce è essenziale.

“La diagnosi è una delle cose più difficili e, per questo, richiede un approccio multidisciplinare”, spiega Lo Cascio. Una febbre persistente nonostante gli antibiotici, in un paziente neutropenico, può far sospettare un’infezione fungina. Gli specialisti possono ricorrere alla Tac ad alta risoluzione, all’analisi di campioni respiratori e alla ricerca del galattomannano, un biomarcatore rilevabile anche nel sangue. Nei pazienti ematologici ad alto rischio, quest’ultimo esame può essere utilizzato anche per lo screening periodico.

Secondo la specialista, l’incidenza dell’aspergillosi invasiva varia in base alle condizioni cliniche: nelle categorie di pazienti più vulnerabili può attestarsi intorno al 6-11%. In Italia non esiste un registro nazionale completo e le stime disponibili devono essere interpretate con cautela.

Resistenza agli antimicotici: perché preoccupa il caso olandese

Una delle sfide più importanti riguarda la resistenza di alcune forme di Aspergillus fumigatus ai farmaci antifungini. Il fenomeno è particolarmente rilevante nei Paesi Bassi, dove, secondo quanto riferito dalla specialista, sono state osservate percentuali di resistenza intorno al 20%.

Il problema può essere legato anche all’utilizzo in agricoltura di alcuni fungicidi che agiscono su bersagli simili a quelli dei farmaci impiegati per trattare le infezioni nell’uomo. L’esposizione ambientale può quindi favorire la selezione di ceppi resistenti, rendendo più complicata la terapia.

L’Organizzazione mondiale della sanità ha inserito Aspergillus fumigatus nella lista dei patogeni fungini prioritari. In Italia, precisa Lo Cascio, non è stata rilevata una percentuale di resistenza altrettanto elevata come quella segnalata nei Paesi Bassi, ma i laboratori devono comunque valutare la sensibilità agli antimicotici.

Tra i farmaci utilizzati per il trattamento figurano voriconazolo e isavuconazolo, mentre posaconazolo può essere impiegato nella profilassi di alcuni pazienti ad alto rischio. La scelta della terapia spetta agli specialisti e deve tenere conto delle condizioni cliniche e degli eventuali meccanismi di resistenza.

Prevenzione in ospedale: cantieri protetti e filtri HEPA

L’aspergillosi non si trasmette da persona a persona: l’infezione deriva dall’inalazione di spore presenti nell’ambiente, che possono provenire dalla terra, dalla polvere, dalla vegetazione o dagli edifici. La prevenzione è quindi particolarmente importante negli ospedali che assistono pazienti immunodepressi.

“Bisogna evitare la formazione di umidità e condensa, perché l’aspergillo prolifera in ambienti caldo-umidi”, sottolinea Lo Cascio. Un’attenzione specifica va riservata ai cantieri ospedalieri, dove demolizioni e lavori possono sollevare polveri potenzialmente contaminate. Per questo, spiega la microbiologa, “la sigillatura del cantiere,in un ospedale, deve essere maniacale”.

Nei reparti più delicati sono fondamentali anche le stanze protette dotate di filtri HEPA, capaci di ridurre la presenza di particelle nell’aria, insieme a precise procedure per l’accesso di personale sanitario e visitatori.

Il caso delle muffe segnalate a Padova riporta così al centro il tema della sicurezza degli ambienti di cura: proteggere i pazienti più fragili significa intervenire non soltanto sulle terapie, ma anche sulla qualità dell’aria, sulla gestione dei lavori e sul controllo delle possibili fonti di contaminazione.

Published by
Filippo Limoncelli