Colesterolo alto, le statine potrebbero proteggere anche il cervello: cosa ha scoperto un nuovo studio (blitzquotidiano.it)
Le statine sono tra i farmaci più utilizzati per abbassare il colesterolo LDL, quello comunemente definito “cattivo” perché può favorire la formazione di placche nelle arterie e aumentare il rischio di infarto e ictus. Ma un nuovo studio danese, presentato al Congresso della European Society of Cardiology (ESC) 2026 e pubblicato contemporaneamente su The Lancet Regional Health – Europe, ha osservato un’associazione tra l’inizio della terapia con statine e un rischio più basso di sviluppare demenza nelle persone con diabete di tipo 2.
Il dato più interessante riguarda il momento in cui viene iniziato il trattamento: nelle persone che hanno cominciato ad assumere statine entro un anno dalla diagnosi di diabete, la riduzione relativa del rischio di demenza è risultata maggiore rispetto a chi ha iniziato la terapia più tardi.
Ma attenzione: non significa che le statine siano state dimostrate come farmaci contro la demenza. Si tratta di uno studio osservazionale e, quindi, non può stabilire un rapporto di causa-effetto.
Per arrivare a questi risultati, i ricercatori hanno utilizzato i registri sanitari nazionali danesi. Sono state individuate 132.585 persone con diabete di tipo 2 che non avevano mai assunto statine prima della diagnosi. I partecipanti sono stati seguiti nel tempo, fino alla fine del 2021, per verificare la comparsa di diagnosi di demenza.
Il periodo di osservazione mediano è stato di circa 7,1 anni. Nel corso del follow-up, il 2,7% dei partecipanti ha sviluppato demenza. I ricercatori hanno quindi confrontato le persone che non avevano iniziato una terapia con statine entro cinque anni dalla diagnosi con quelle che avevano cominciato il trattamento in momenti differenti.
L’analisi ha distinto soprattutto chi aveva iniziato le statine entro il primo anno dalla diagnosi di diabete e chi le aveva cominciate successivamente, tra uno e cinque anni.
Il risultato che ha attirato maggiormente l’attenzione è quello relativo all’inizio precoce della terapia. Rispetto alle persone che non avevano iniziato le statine, chi aveva cominciato il trattamento entro un anno dalla diagnosi di diabete presentava un rischio relativo di demenza inferiore del 15% nell’arco di dieci anni.
Per chi aveva iniziato la terapia più tardi, tra uno e cinque anni dopo la diagnosi, la riduzione relativa osservata era invece del 10%. I risultati sono risultati simili negli uomini e nelle donne.
È importante però capire che questi numeri esprimono una differenza relativa del rischio, non significano che il 15% delle persone eviti la demenza grazie alle statine.
Inoltre, il fatto che l’associazione sia risultata più forte nei pazienti trattati precocemente non dimostra automaticamente che sia proprio l’anticipo della terapia a provocare la riduzione del rischio.
Il possibile collegamento parte da un concetto abbastanza semplice: salute cardiovascolare e salute cerebrale sono strettamente legate.
Il colesterolo LDL elevato contribuisce alla formazione dell’aterosclerosi, cioè all’accumulo di placche nelle pareti delle arterie. Quando questo processo interessa i vasi che portano sangue al cervello, può compromettere la circolazione e aumentare il rischio di eventi cerebrovascolari.
Le statine riducono i livelli di LDL e contribuiscono a ridurre il rischio di malattie cardiovascolari. Secondo i ricercatori, questo potrebbe avere conseguenze indirette anche sul cervello, attraverso una minore aterosclerosi dei vasi cerebrali, un minor rischio di ictus ischemico e una migliore conservazione del flusso sanguigno.
Non è quindi necessariamente necessario immaginare una statina come un farmaco che agisce direttamente sulle cellule cerebrali. Una parte dell’eventuale beneficio potrebbe derivare dalla protezione del sistema circolatorio che alimenta il cervello.
La scelta della popolazione non è casuale. Il diabete tipo 2 è già associato a un maggiore rischio cardiovascolare e rappresenta anche un fattore di rischio per il declino cognitivo e la demenza.
In queste persone, il controllo dei fattori di rischio cardiovascolare assume quindi un’importanza particolare. Il colesterolo LDL rappresenta uno degli elementi modificabili che possono essere affrontati attraverso alimentazione, attività fisica e, quando indicato, terapia farmacologica.
Il nuovo studio suggerisce che intervenire precocemente sul profilo lipidico potrebbe avere conseguenze che vanno oltre la prevenzione dell’infarto.
Il nuovo studio è interessante anche perché arriva dopo anni di discussioni sul possibile rapporto tra statine e funzione cognitiva. In passato sono state segnalate, in alcuni pazienti, difficoltà di memoria o altri sintomi cognitivi durante il trattamento. Tuttavia, le evidenze complessive non hanno dimostrato che le statine provochino demenza.
Una precedente meta-analisi di 36 studi osservazionali, che comprendeva oltre 5,7 milioni di persone, aveva trovato un’associazione tra uso delle statine e un rischio inferiore di demenza. Gli stessi autori sottolineavano però che la natura osservazionale dei dati non permetteva di raccomandare le statine specificamente per prevenire il declino cognitivo.
Anche il consenso dell’European Atherosclerosis Society ha concluso che non esistono prove causali che colleghino le statine a un deterioramento cognitivo. Inoltre, dati provenienti da studi clinici non hanno evidenziato un peggioramento delle funzioni cognitive associato a una marcata riduzione dell’LDL.
Il nuovo studio danese, quindi, si inserisce in un quadro di ricerca già esistente, ma aggiunge un dato particolarmente interessante sulla tempistica del trattamento nelle persone con diabete.
Qui arriva la parte più importante. Non possiamo ancora dirlo.
Il lavoro danese è uno studio osservazionale. I ricercatori hanno analizzato ciò che è accaduto nella popolazione sulla base dei dati sanitari disponibili, ma non hanno assegnato casualmente le persone alla terapia con statine oppure a un placebo.
Questo significa che potrebbero esistere differenze tra chi ha iniziato le statine e chi non lo ha fatto.
Per esempio, le persone che iniziano precocemente una terapia potrebbero avere un maggiore contatto con il sistema sanitario, seguire più attentamente le prescrizioni, avere stili di vita differenti o presentare caratteristiche cliniche che non possono essere completamente compensate dalle analisi statistiche.
Gli autori hanno utilizzato metodologie statistiche sofisticate per cercare di ridurre alcuni dei possibili bias tipici degli studi osservazionali, ma questo non trasforma lo studio in un trial clinico randomizzato.
La stessa European Society of Cardiology ha sottolineato che i risultati suggeriscono un’associazione e che saranno necessarie ulteriori ricerche per stabilire se esista davvero un effetto protettivo diretto delle statine sulla demenza.
La scoperta non cambia, da sola, le indicazioni cliniche sulle statine. Questi farmaci vengono prescritti principalmente per ridurre il rischio cardiovascolare nelle persone che ne hanno indicazione, sulla base del livello di rischio individuale, del colesterolo LDL e di altri fattori.
Il nuovo studio suggerisce semplicemente che il beneficio cardiovascolare potrebbe accompagnarsi a un possibile effetto favorevole sulla salute cerebrale.
Per chi assume già una statina, quindi, non c’è motivo di modificare autonomamente la terapia. Allo stesso modo, chi ha il colesterolo alto non dovrebbe iniziare un farmaco pensando di poter prevenire la demenza senza averne discusso con il medico.
La vera novità dello studio è forse proprio questa. Per molto tempo cuore e cervello sono stati considerati due ambiti distinti. Oggi sappiamo invece che la salute dei vasi sanguigni influenza entrambi.
Controllare il colesterolo LDL, mantenere la pressione arteriosa sotto controllo, non fumare, praticare attività fisica e gestire correttamente il diabete sono tutti interventi che contribuiscono alla salute cardiovascolare e possono avere ripercussioni anche sul cervello.
La ricerca presentata all’ESC aggiunge un tassello interessante: nelle persone che sviluppano diabete tipo 2, iniziare precocemente una terapia con statine è stato associato a una riduzione del rischio di demenza, pari al 15% nell’analisi a dieci anni.
Non è ancora la prova che le statine possano prevenire la demenza. È però un risultato abbastanza importante da rafforzare l’idea che proteggere la salute cardiovascolare durante la mezza età possa essere anche un modo per prendersi cura del cervello nel lungo periodo.
E proprio su questo possibile legame tra colesterolo, vasi sanguigni e declino cognitivo si concentreranno probabilmente le prossime ricerche.