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Colesterolo, scoperto un batterio intestinale che può abbassarlo

Un batterio che vive nell’intestino potrebbe avere un ruolo nella regolazione del colesterolo e, in futuro, persino diventare la base per nuove strategie contro l’aterosclerosi. È quanto suggerisce un nuovo studio pubblicato su Nature, nel quale i ricercatori hanno individuato un microrganismo intestinale capace di produrre una molecola che riduce la produzione di colesterolo nel fegato e favorisce la sua eliminazione dal sangue.

La scoperta è interessante perché il meccanismo individuato ricorda quello sfruttato da una delle classi di farmaci più utilizzate per abbassare il colesterolo: le statine.

Ma c’è una precisazione fondamentale: per ora l’effetto è stato dimostrato soprattutto nei topi. La ricerca apre però una strada completamente nuova: quella di utilizzare il microbiota intestinale per intervenire sul metabolismo dei grassi e sulla salute cardiovascolare.

Il batterio che ha attirato l’attenzione degli scienziati

Il protagonista dello studio è Bacteroides uniformis, un batterio appartenente a un gruppo di microrganismi normalmente presenti nell’intestino umano.

I ricercatori hanno osservato che questo batterio era meno rappresentato nei pazienti con aterosclerosi rispetto alle persone sane. Da qui è nata una domanda: si trattava soltanto di una correlazione oppure il microrganismo poteva avere un ruolo diretto nel processo?

Per cercare una risposta, gli scienziati hanno utilizzato modelli animali di aterosclerosi e hanno somministrato ai topi Bacteroides uniformis. Il risultato è stato particolarmente interessante: gli animali trattati hanno sviluppato meno placche aterosclerotiche rispetto ai topi non trattati e hanno mostrato anche un miglioramento del profilo lipidico.

In particolare, la somministrazione del batterio ha ridotto i livelli di colesterolo totale e LDL, il cosiddetto “colesterolo cattivo”, oltre a ridurre alcuni segnali infiammatori presenti nelle arterie.

Il dettaglio più sorprendente: la molecola prodotta dal batterio

La parte più interessante dello studio, però, non riguarda semplicemente il batterio. I ricercatori hanno cercato di capire che cosa producesse Bacteroides uniformis per ottenere questo effetto. L’analisi ha portato all’identificazione di una molecola chiamata acido pentadecanoico, indicato anche con la sigla C15:0.

Si tratta di un acido grasso saturo a catena dispari che, nel modello sperimentale, ha mostrato un’azione particolarmente interessante sul metabolismo del colesterolo.

Quando è stato somministrato ai topi, l’acido pentadecanoico ha ridotto il carico di placche aterosclerotiche di circa il 50% e ha migliorato diversi parametri del profilo lipidico.

Ma soprattutto i ricercatori hanno individuato il meccanismo attraverso il quale potrebbe agire.

Un meccanismo simile a quello delle statine

L’acido pentadecanoico sembra infatti agire direttamente su un enzima chiamato HMG-CoA reduttasi, coinvolto nella produzione di colesterolo da parte del fegato.

È lo stesso enzima che viene bersagliato dalle statine. Quando l’attività dell’enzima viene inibita, il fegato riduce la propria sintesi di colesterolo e aumenta la capacità di rimuovere il colesterolo LDL dal sangue attraverso i recettori LDL presenti sulle cellule epatiche.

Nel modello animale studiato, proprio questo meccanismo ha favorito una maggiore eliminazione del colesterolo LDL dalla circolazione e una riduzione dell’accumulo di grassi nelle arterie.

È questo il passaggio che rende la scoperta particolarmente interessante: non è stato semplicemente osservato che un batterio “fa bene al cuore”, ma è stato individuato un possibile meccanismo molecolare alla base dell’effetto.

Che cosa c’entra il microbiota con il colesterolo?

L’idea che i batteri intestinali possano influenzare il metabolismo del colesterolo non è completamente nuova. Il microbiota intestinale partecipa a numerosi processi metabolici e alcuni microrganismi sono in grado di modificare direttamente il modo in cui il colesterolo viene trasformato nell’intestino.

Una parte del colesterolo presente nell’organismo può infatti essere convertita dai batteri intestinali in coprostanolo, una sostanza scarsamente assorbibile che viene eliminata con le feci.

Un altro studio pubblicato nel 2026 su Nature Communications ha identificato un enzima batterico, chiamato SpiR, coinvolto proprio nella trasformazione del colesterolo intestinale in composti che possono essere eliminati. Gli autori hanno inoltre trovato una maggiore presenza di questi marcatori batterici nelle persone caratterizzate da una maggiore conversione intestinale del colesterolo.

La nuova ricerca su Bacteroides uniformis aggiunge quindi un altro possibile meccanismo: il microbiota potrebbe influenzare il colesterolo non soltanto modificandolo direttamente nell’intestino, ma anche producendo molecole capaci di intervenire sul metabolismo del fegato.

Ma possiamo aumentare questo batterio con la dieta?

Ma possiamo aumentare questo batterio con la dieta? (blitzquotidiano.it)

È la domanda più naturale dopo una scoperta del genere. E, al momento, la risposta è: non lo sappiamo. Lo studio non dimostra che mangiare un determinato alimento faccia aumentare Bacteroides uniformis abbastanza da produrre un effetto sul colesterolo.

Non è quindi corretto trasformare il risultato in una nuova “dieta del batterio” o suggerire che un particolare alimento possa sostituire una terapia prescritta dal medico.

La ricerca è ancora a livello preclinico e dovranno essere condotti studi specifici sull’uomo per capire se la molecola abbia lo stesso effetto nelle persone, in quali quantità e con quali eventuali rischi.

Anche gli stessi autori sottolineano che serviranno ulteriori studi per stabilire se il meccanismo possa essere trasformato in una strategia terapeutica.

Non significa che le statine saranno sostituite dai batteri

Il paragone con le statine è affascinante, ma non deve essere interpretato come una previsione a breve termine.

Le statine sono farmaci studiati da decenni, con una grande quantità di dati clinici sulla loro capacità di ridurre il rischio cardiovascolare. Il nuovo composto, invece, è stato studiato principalmente attraverso esperimenti cellulari e modelli animali.

La differenza è fondamentale: abbassare il colesterolo in un topo non equivale automaticamente a dimostrare una riduzione di infarti e ictus nell’uomo.

Per arrivare a un eventuale trattamento basato sul microbiota sarebbero necessari diversi passaggi: studi di sicurezza, studi clinici sull’uomo, individuazione della dose efficace e verifica dell’effetto sul colesterolo e, soprattutto, sugli eventi cardiovascolari.

Il colesterolo resta un problema da affrontare nel modo tradizionale

La scoperta non cambia quindi le raccomandazioni attuali per chi ha il colesterolo elevato.

Le nuove linee guida statunitensi sulla gestione delle dislipidemie indicano come base un’alimentazione ricca di verdura, frutta, legumi, frutta secca, cereali integrali e fibre, con la sostituzione dei grassi saturi con grassi insaturi. L’attività fisica e il controllo del peso fanno parte dello stesso approccio.

In presenza di livelli elevati di LDL o di un rischio cardiovascolare importante, il trattamento può richiedere anche farmaci ipolipemizzanti. Le statine rimangono la terapia di prima linea quando indicata. La ricerca sul microbiota non sostituisce quindi ciò che già sappiamo: aggiunge una possibile nuova strada per il futuro.

Dal microbiota potrebbe arrivare una nuova generazione di terapie?

È questa, probabilmente, la prospettiva più interessante. Invece di cercare soltanto farmaci prodotti in laboratorio, in futuro potrebbe essere possibile sfruttare alcune capacità naturali dei microrganismi intestinali oppure le molecole che producono.

Il concetto sarebbe quello di trasformare il microbiota in una sorta di “fabbrica biologica” capace di produrre sostanze utili all’organismo.

Nel caso di Bacteroides uniformis, la molecola identificata sembra interferire con uno dei passaggi centrali della produzione del colesterolo e, nei topi, questo si è tradotto in meno LDL nel sangue e meno placche nelle arterie.

Per ora, però, è ancora una promessa della ricerca.

Il risultato più importante dello studio non è dunque che sia stato scoperto un nuovo rimedio contro il colesterolo, ma che il microbiota intestinale potrebbe avere un ruolo molto più attivo nella salute cardiovascolare di quanto si pensasse.

E se gli studi sull’uomo confermeranno questi risultati, un giorno potrebbe diventare possibile intervenire sul rapporto tra intestino, fegato e colesterolo attraverso molecole prodotte dai nostri stessi batteri intestinali.

Published by
Claudia Montanari