Diabete, saltare la colazione aiuta davvero a controllare la glicemia? Il nuovo studio sul digiuno intermittente (blitzquotidiano.it)
Mangiare soltanto in una finestra di 8 ore, dalle 12 alle 20, ha migliorato un importante parametro del controllo glicemico in un piccolo studio su persone con diabete di tipo 1 e sovrappeso o obesità. Ma il risultato non significa che saltare la colazione sia una terapia per il diabete.
Saltare la colazione e concentrare tutti i pasti in una finestra di otto ore può aiutare a controllare meglio la glicemia? È una delle domande che stanno tornando al centro della ricerca sul digiuno intermittente e sul cosiddetto time-restricted eating, cioè un’alimentazione nella quale i pasti vengono consumati ogni giorno all’interno di un intervallo di tempo prestabilito.
Un nuovo studio ha trovato un risultato interessante: negli adulti con diabete di tipo 1 e sovrappeso o obesità, limitare l’alimentazione a una finestra di otto ore ha portato a una riduzione dell’emoglobina glicata rispetto alla tradizionale restrizione calorica.
Ma c’è un dettaglio fondamentale: si tratta di uno studio molto piccolo, con appena 32 partecipanti. E soprattutto, il risultato non dimostra che saltare la colazione faccia bene a tutte le persone con diabete.
La ricerca, pubblicata su Diabetes Care, ha coinvolto 32 adulti con diabete di tipo 1, tutti con sovrappeso o obesità. I partecipanti sono stati suddivisi in tre gruppi e seguiti per sei mesi.
Il primo gruppo ha seguito una strategia di time-restricted eating di otto ore: i partecipanti potevano mangiare soltanto tra le 12 e le 20, senza dover contare le calorie.
In pratica, il protocollo prevedeva di concentrare l’alimentazione in una finestra di otto ore e di rimanere a digiuno per le restanti 16.
Un secondo gruppo ha seguito invece una dieta con una riduzione calorica quotidiana del 25%, mentre il terzo gruppo non ha ricevuto un intervento dietetico specifico. L’obiettivo principale dei ricercatori era capire se la finestra alimentare limitata potesse favorire la perdita di peso.
Ma è emerso un risultato interessante anche sul fronte della glicemia.
Dopo sei mesi, il gruppo che aveva seguito il digiuno intermittente ha registrato una riduzione dell’emoglobina glicata (HbA1c) rispetto al gruppo che aveva seguito la restrizione calorica.
La differenza tra i due gruppi è stata di circa 0,46 punti percentuali a favore del time-restricted eating.
L’HbA1c è un parametro particolarmente importante perché permette di avere un’indicazione del livello medio della glicemia nel corso degli ultimi mesi.
Questo significa che, almeno nelle persone coinvolte nello studio, concentrare i pasti in una finestra di otto ore potrebbe avere avuto un effetto favorevole sul controllo glicemico. Ma c’è un’altra parte del risultato che non va trascurata.
Nonostante il miglioramento dell’emoglobina glicata, i ricercatori non hanno osservato differenze significative tra i gruppi nella glicemia media. Anche il fabbisogno complessivo di insulina non è risultato significativamente diverso.
Questo è un punto importante perché impedisce di semplificare il risultato dicendo che “mangiare solo otto ore abbassa la glicemia”.
Il dato più solido emerso dall’esperimento riguarda infatti l’HbA1c, mentre altri parametri del controllo glicemico non hanno mostrato lo stesso miglioramento.
Potrebbe sembrare strano, considerando che il time-restricted eating viene spesso proposto soprattutto come strategia per dimagrire.
Nel nuovo studio, però, non è emerso un vantaggio significativo sul peso corporeo rispetto agli altri gruppi.
Dopo sei mesi, il peso nel gruppo che seguiva la finestra alimentare di otto ore era diminuito, ma la differenza rispetto al gruppo di controllo e rispetto alla restrizione calorica non era statisticamente significativa.
Questo risultato è interessante perché suggerisce che l’eventuale miglioramento dell’HbA1c osservato nello studio non può essere semplicemente spiegato da una maggiore perdita di peso.
Non esattamente.
Il protocollo utilizzato dai ricercatori prevedeva di mangiare tra le 12 e le 20. Questo significa effettivamente eliminare la colazione tradizionale e concentrare l’alimentazione dalla tarda mattinata alla sera.
Ma lo studio non dimostra che saltare la colazione, preso isolatamente, sia responsabile del miglioramento dell’HbA1c.
Potrebbero essere coinvolti diversi aspetti del regime alimentare: la durata complessiva del digiuno, la riduzione del numero di occasioni in cui si mangia durante la giornata, il momento dei pasti e la maggiore regolarità dell’alimentazione.
Per questo sarebbe scorretto trasformare il risultato in una semplice equazione:
saltare la colazione = glicemia più bassa.
La ricerca ha studiato un’intera strategia di alimentazione a tempo limitato, non il singolo effetto della colazione.
Esistono diverse possibili spiegazioni.
Ridurre la finestra durante la quale si mangia può diminuire il numero di occasioni in cui l’organismo viene esposto a nutrienti e può modificare il rapporto tra alimentazione, digiuno e metabolismo.
Il momento dei pasti può inoltre interagire con i ritmi circadiani, l’orologio biologico che regola numerose funzioni dell’organismo, compreso il metabolismo del glucosio.
Quando si concentra l’alimentazione in un determinato intervallo della giornata, possono cambiare anche la risposta insulinica, il metabolismo energetico e la durata dei periodi durante i quali l’organismo rimane a digiuno.
Non è però ancora possibile stabilire quale di questi meccanismi spieghi il risultato osservato nel nuovo studio.
Gran parte delle ricerche sul digiuno intermittente riguarda persone con sovrappeso, obesità, prediabete o diabete di tipo 2.
Il diabete di tipo 1 presenta però caratteristiche molto diverse.
Chi ne è affetto deve assumere insulina perché il pancreas non produce una quantità sufficiente di questo ormone. Modificare significativamente gli orari dei pasti significa quindi modificare anche il contesto nel quale viene gestita la terapia insulinica.
Per questo motivo il nuovo studio è interessante: rappresenta una delle prime sperimentazioni randomizzate specificamente dedicate al time-restricted eating nel diabete di tipo 1.
Questa è probabilmente la domanda più importante.
Nel piccolo studio di sei mesi, il regime alimentare con finestra di otto ore non ha aumentato il rischio di chetoacidosi diabetica, ipoglicemia grave o iperglicemia grave.
È un risultato rassicurante, ma non significa che il digiuno intermittente sia automaticamente sicuro per tutte le persone con diabete.
Il campione era molto piccolo e i partecipanti erano seguiti all’interno di uno studio clinico.
Nella vita quotidiana, la risposta può essere diversa a seconda della terapia utilizzata, del controllo della glicemia, dell’attività fisica e di numerosi altri fattori.
Le persone con diabete che assumono insulina o farmaci capaci di stimolare la secrezione di insulina devono prestare particolare attenzione quando modificano gli orari dei pasti.
Prolungare il periodo senza mangiare può infatti richiedere un adattamento della gestione terapeutica.
Per questo il digiuno intermittente non dovrebbe essere iniziato autonomamente da chi ha il diabete senza prima parlarne con il proprio medico o diabetologo.
Il rischio da evitare non è soltanto l’ipoglicemia. In determinate condizioni, una gestione non adeguata della terapia durante il digiuno può favorire anche iperglicemia e chetoacidosi.
Un altro aspetto spesso ignorato è che digiuno intermittente è un termine molto ampio.
Non esiste un unico protocollo.
Il time-restricted eating consiste generalmente nel concentrare i pasti quotidiani in una finestra di alcune ore. Altri approcci prevedono invece giorni di digiuno o una forte riduzione delle calorie in determinati giorni della settimana.
Anche la finestra alimentare può cambiare.
Otto ore dalle 12 alle 20, per esempio, non equivalgono a otto ore dalle 7 alle 15.
Il momento in cui si mangia potrebbe avere un ruolo importante, proprio perché metabolismo e sensibilità insulinica seguono anche i ritmi circadiani.
Non bisogna trasferire automaticamente il risultato di questo studio alle persone con diabete di tipo 2.
Le caratteristiche metaboliche delle due forme di diabete sono differenti e il trattamento è diverso.
Esistono comunque altre ricerche sul time-restricted eating in persone con prediabete o a rischio di diabete di tipo 2.
Una recente analisi randomizzata su persone con prediabete e sovrappeso o obesità, per esempio, ha trovato effetti limitati e soprattutto a breve termine su alcuni parametri della glicemia, senza differenze significative su glicemia a digiuno o HbA1c nel periodo osservato.
Questo suggerisce che il quadro scientifico è ancora in evoluzione.
Al momento non possiamo dirlo.
Le indicazioni dell’American Diabetes Association considerano il time-restricted eating una possibile strategia per alcune persone, ma sottolineano che, nel complesso, le forme di digiuno intermittente non hanno dimostrato una superiorità netta rispetto alla restrizione calorica continua per la perdita di peso.
Il vantaggio potrebbe quindi essere soprattutto pratico.
Per alcune persone è più semplice stabilire un orario entro il quale mangiare piuttosto che contare quotidianamente calorie e porzioni.
Per altre, invece, una finestra alimentare molto breve può essere difficile da mantenere e può entrare in conflitto con lavoro, attività fisica, vita sociale o terapia.
Anche se il time-restricted eating dovesse dimostrarsi utile in alcune persone, non significa che l’orario dei pasti sia più importante di tutto il resto.
Per il controllo del diabete rimangono fondamentali la qualità complessiva dell’alimentazione, l’apporto di fibre, la quantità e qualità dei carboidrati, l’attività fisica, il peso corporeo quando necessario e soprattutto l’aderenza alla terapia prescritta.
Una finestra alimentare di otto ore non rende automaticamente salutare ciò che viene mangiato all’interno di quelle otto ore.
Se il periodo di alimentazione viene riempito di alimenti ricchi di zuccheri, prodotti ultraprocessati e grandi quantità di calorie, il semplice fatto di aver digiunato per 16 ore non cancella questi aspetti.