Diabete di tipo 2, il microbiota intestinale può rivelare il rischio prima che salga la glicemia? (blitzquotidiano.it)
Il microbiota intestinale potrebbe offrire nuove indicazioni sul rischio di sviluppare il diabete di tipo 2, persino quando gli esami della glicemia risultano ancora nella norma. È quanto suggerisce uno studio presentato al congresso 2026 dell’European Association for the Study of Diabetes (EASD), che ha individuato una particolare firma batterica associata alla malattia.
I ricercatori hanno analizzato i dati di oltre 229mila persone tra Regno Unito e Stati Uniti, aprendo nuove prospettive per la prevenzione. Ma quanto siamo vicini a utilizzare queste informazioni nella pratica clinica?
La ricerca ha esaminato i dati di 229.025 adulti, con un’età media di circa 50 anni, attraverso l’analisi del DNA dei microrganismi presenti nell’intestino e il confronto con le informazioni sul loro stato di salute.
Il gruppo di ricerca, guidato da studiosi italiani e britannici, ha identificato 789 specie batteriche associate al diabete di tipo 2, tenendo conto di fattori come età, sesso e indice di massa corporea. Di queste, 168 risultavano più abbondanti nelle persone con diabete, mentre 621 erano presenti in quantità inferiori.
Le differenze non riguardavano soltanto chi aveva già ricevuto una diagnosi. I ricercatori hanno individuato un’associazione anche con il prediabete: 587 delle specie batteriche identificate risultavano correlate a questa condizione nelle persone che non assumevano farmaci per il diabete.
Il dato più interessante riguarda però gli individui che non presentavano ancora alterazioni evidenti della glicemia. In una parte del campione, gli studiosi hanno confrontato la composizione del microbiota con le misurazioni della glicemia nelle due ore successive a un pasto, cercando di capire se esistessero segnali associati a una risposta metabolica meno favorevole.
I risultati hanno mostrato che le persone la cui glicemia rimaneva elevata più a lungo dopo aver mangiato avevano maggiori probabilità di presentare il profilo batterico associato al diabete di tipo 2.
L’intestino ospita miliardi di microrganismi, tra cui batteri che partecipano a diversi processi fondamentali per l’organismo. Nel loro insieme formano il microbiota intestinale, la cui composizione può variare in relazione all’alimentazione, allo stile di vita, all’età, all’assunzione di farmaci e ad altri fattori.
Negli ultimi anni, la ricerca ha approfondito il possibile legame tra microbiota e salute metabolica. La comunità batterica intestinale contribuisce, tra le altre cose, al metabolismo di alcuni nutrienti e alla produzione di sostanze che possono interagire con l’organismo.
Quando si parla di diabete di tipo 2, l’interesse si concentra soprattutto sul rapporto tra questi microrganismi, il metabolismo del glucosio e la sensibilità all’insulina.
In questa malattia, infatti, le cellule dell’organismo rispondono in modo meno efficace all’insulina, l’ormone che permette al glucosio di entrare nelle cellule. Questa condizione, chiamata insulino-resistenza, può favorire un aumento progressivo della glicemia.
Le alterazioni del microbiota potrebbero essere associate a questi processi e contribuire, in futuro, a identificare meglio le persone che presentano un rischio metabolico maggiore.
È importante, tuttavia, non confondere un’associazione con un rapporto di causa-effetto. Lo studio non dimostra che determinate specie batteriche provochino il diabete, né che modificare la composizione del microbiota sia sufficiente a prevenire la malattia. Servono ulteriori ricerche per comprendere i meccanismi coinvolti.
Uno degli aspetti più rilevanti della ricerca riguarda la possibilità che alcune caratteristiche del microbiota siano associate al rischio metabolico anche quando la glicemia non segnala ancora un problema evidente.
La glicemia, infatti, non racconta da sola tutti i cambiamenti che possono verificarsi nell’organismo. In alcune fasi iniziali, la risposta all’insulina può essere già meno efficiente, mentre i valori utilizzati negli esami di routine restano nei limiti della norma.
Per approfondire questo aspetto, i ricercatori hanno analizzato i dati di 135.093 persone senza diabete né prediabete, confrontando le informazioni sul microbiota con le misurazioni della glicemia dopo i pasti.
È emersa una maggiore probabilità di riscontrare la firma batterica associata al diabete nelle persone con una risposta glicemica post-prandiale meno favorevole.
Il risultato suggerisce che il microbiota potrebbe contenere informazioni aggiuntive sul profilo metabolico di una persona. Non significa, però, che sia già possibile prevedere con certezza chi svilupperà il diabete o stabilire quanto tempo manchi all’eventuale comparsa della malattia.
Al momento, la risposta è no. Gli stessi ricercatori sottolineano che l’analisi del microbiota non deve essere considerata un’alternativa agli strumenti diagnostici attualmente disponibili.
Per individuare il diabete e il prediabete si utilizzano esami consolidati, come la glicemia a digiuno, l’emoglobina glicata (HbA1c) e, quando indicato, il test da carico orale di glucosio.
L’emoglobina glicata, in particolare, fornisce un’indicazione della glicemia media degli ultimi due o tre mesi. La glicemia a digiuno misura invece la concentrazione di glucosio nel sangue dopo un periodo senza mangiare.
La scelta degli esami dipende dalla situazione individuale e dalla valutazione del medico.
L’analisi del microbiota potrebbe, in prospettiva, aggiungere informazioni utili alla valutazione del rischio, insieme a elementi già noti come età, familiarità, peso corporeo e altri fattori clinici. Prima di arrivare a un impiego di routine, tuttavia, sarà necessario verificare quanto questi risultati siano affidabili e utili nelle diverse popolazioni.
C’è anche un altro elemento da considerare: molte delle specie batteriche individuate sono ancora poco conosciute. Gli stessi autori segnalano che alcune non sono state ancora caratterizzate in modo approfondito.
Mentre la ricerca sul microbiota prosegue, esistono già strategie riconosciute per ridurre il rischio di sviluppare il diabete di tipo 2, soprattutto nelle persone che presentano fattori predisponenti.
L’alimentazione e l’attività fisica hanno un ruolo importante. In particolare, può essere utile:
Un’alimentazione ricca di fibre può favorire anche la diversità e le funzioni del microbiota intestinale. Questo, però, non significa che esista una dieta specifica in grado di eliminare il rischio di diabete attraverso la modifica dei batteri intestinali, né che siano necessari integratori o test commerciali del microbiota per prevenire la malattia.
Chi presenta fattori di rischio dovrebbe confrontarsi con il proprio medico per valutare se e quando effettuare gli esami della glicemia.