Dieta chetogenica e depressione: perché potrebbe aiutare nei casi più difficili (blitzquotidiano.it)
La depressione non risponde sempre alle terapie disponibili. Per una parte dei pazienti, anche dopo aver provato più antidepressivi, i sintomi restano persistenti e invalidanti. È quella che i medici definiscono depressione resistente al trattamento, una condizione complessa che spinge la ricerca a esplorare nuove strade, comprese quelle legate all’alimentazione.
Un recente studio ha acceso i riflettori sulla dieta chetogenica, un regime alimentare povero di carboidrati e ricco di grassi, già noto per i suoi effetti sul metabolismo. Secondo i risultati, questo approccio potrebbe offrire un beneficio nel breve periodo per alcune persone con depressione resistente. Ma la questione è più articolata di quanto possa sembrare.
La depressione viene definita “resistente” quando i sintomi non migliorano dopo almeno due tentativi terapeutici con antidepressivi diversi. In questi casi, la qualità della vita può essere gravemente compromessa e le opzioni di trattamento diventano più limitate.
Negli ultimi anni, l’attenzione si è spostata anche su fattori non farmacologici, come lo stile di vita e la nutrizione. Sempre più evidenze suggeriscono che ciò che mangiamo può influenzare l’infiammazione, il metabolismo e persino il funzionamento cerebrale.
La dieta chetogenica ha come obiettivo quello di portare l’organismo in chetosi, uno stato metabolico in cui il corpo utilizza i grassi come principale fonte di energia al posto dei carboidrati. In questa condizione, il fegato produce corpi chetonici, che diventano carburante anche per il cervello.
Negli ultimi anni, i ricercatori hanno ipotizzato che questi cambiamenti metabolici possano avere un impatto sui meccanismi neurochimici legati all’umore, riducendo l’infiammazione e migliorando la stabilità energetica delle cellule cerebrali.
Il trial clinico ha coinvolto 88 adulti tra i 18 e i 65 anni con diagnosi di depressione resistente. I partecipanti sono stati divisi in due gruppi: uno ha seguito una dieta chetogenica per sei settimane, mentre l’altro ha adottato un’alimentazione di confronto basata su un maggiore consumo di alimenti vegetali e grassi insaturi.
Entrambi i gruppi hanno ricevuto supporto nutrizionale e sono stati seguiti in modo simile, con un aspetto importante: l’apporto calorico è stato mantenuto stabile, per evitare che eventuali miglioramenti dell’umore fossero attribuibili alla perdita di peso.
I sintomi depressivi sono stati monitorati attraverso questionari clinici validati e il follow-up è proseguito fino a 12 settimane.
Dopo sei settimane, entrambi i gruppi hanno mostrato un miglioramento dei sintomi depressivi. Tuttavia, il gruppo che seguiva la dieta chetogenica ha registrato una riduzione leggermente maggiore dei punteggi di depressione rispetto al gruppo di controllo.
Una parte dei partecipanti ha raggiunto una remissione dei sintomi già alla fine del periodo di intervento, con una percentuale più alta nel gruppo chetogenico. Un dato che ha attirato l’attenzione dei ricercatori, soprattutto considerando la difficoltà di trattare questa forma di depressione.
Il quadro cambia quando si osservano i dati a 12 settimane. Con il passare del tempo, molti partecipanti del gruppo chetogenico hanno smesso di seguire la dieta in modo rigoroso o l’hanno adottata solo parzialmente.
A quel punto, la differenza tra i due gruppi si è ridotta. I sintomi depressivi sono rimasti migliorati rispetto all’inizio dello studio, ma il vantaggio iniziale della dieta chetogenica si è attenuato. Questo ha portato i ricercatori a ipotizzare che l’effetto possa essere soprattutto temporaneo.
Un dato interessante riguarda i partecipanti con sintomi più gravi all’inizio dello studio. In questo sottogruppo, la dieta chetogenica sembra aver avuto un impatto più marcato rispetto all’alimentazione di confronto.
Questo suggerisce che l’efficacia dell’approccio potrebbe dipendere dalla severità della depressione o da caratteristiche individuali ancora da chiarire. Un aspetto che richiederà ulteriori studi per essere compreso meglio.
Secondo Min Gao, autore principale dello studio, i risultati vanno interpretati con cautela. La dieta chetogenica potrebbe offrire un piccolo beneficio nel breve termine per alcune persone, ma non rappresenta una soluzione definitiva né una sostituzione delle terapie standard.
Anche altri specialisti sottolineano che l’effetto osservato, pur non essendo trascurabile, non è sufficiente da solo a cambiare le raccomandazioni cliniche. Tutti i partecipanti, infatti, hanno continuato ad assumere i farmaci antidepressivi durante lo studio.
L’ipotesi più accreditata è che la dieta chetogenica agisca su più livelli: riduzione dell’infiammazione sistemica, stabilizzazione dei livelli di glucosio nel sangue, miglior utilizzo dell’energia da parte del cervello.
Tuttavia, la chetosi è uno stato difficile da mantenere nel tempo e non privo di effetti collaterali, soprattutto se non supervisionato da un medico o da un nutrizionista.
Lo studio, pubblicato su JAMA Psychiatry, rappresenta un primo passo, ma lascia molte domande aperte. La durata limitata, la difficoltà di aderire a lungo alla dieta e l’assenza di un beneficio chiaro nel medio periodo rendono necessario approfondire ulteriormente.
I ricercatori dovranno chiarire chi può trarre maggior vantaggio da questo approccio e se esistono modalità più sostenibili per ottenere effetti simili senza restrizioni così severe.