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Edo Running Style: cos’è la corsa giapponese feudale che sta conquistando il mondo

Un uomo di 61 anni vestito con un samue blu, il tradizionale indumento da lavoro del Giappone, e con sandali di paglia intrecciata avanza in modo strano lungo una strada della prefettura di Tochigi. Il corpo è leggermente inclinato in avanti, i passi sono corti e rapidi, le braccia disegnano traiettorie circolari invece di oscillare avanti e indietro come nella corsa moderna. A tratti sembra scivolare di lato, come se corresse in diagonale rispetto alla direzione di marcia. La musica di sottofondo è allegra e ritmica.

I video di Katsunori Oba hanno totalizzato oltre 270 milioni di visualizzazioni. Il suo account Instagram è passato da 200 follower a 150.000 nel giro di pochi mesi. Le sue lezioni in presenza, nella cittadina dove vive, vanno regolarmente sold out. E quello che stava facendo ha persino vinto un premio: nel 2025 il suo “Edo-bashiri” è entrato nella lista dei buzzword dell’anno tra le studentesse delle scuole medie e superiori giapponesi, secondo una ricerca di AMF Inc., l’azienda di market research specializzata nelle tendenze giovanili.

Benvenuti nell’Edo Running Style, o Edo Hashiri, il trend del momento nel mondo del fitness mondiale, che non viene da una palestra di Los Angeles né da un influencer del benessere di Milano, ma da secoli di storia giapponese e da un ricercatore indipendente che ci ha lavorato sopra per più di dieci anni.

Chi è Katsunori Oba e perché ha riscoperto questa tecnica

Per capire l’Edo Running Style bisogna capire chi è l’uomo che lo ha riscoperto e perché. Katsunori Oba è un ricercatore privato, appassionato di storia giapponese e di maratone, che a 48 anni si è infortunato seriamente alle ginocchia. Quello che sembrava la fine della sua vita sportiva è diventato, paradossalmente, l’inizio del suo progetto più ambizioso.

Incapace di continuare a correre nel modo tradizionale, Oba ha iniziato a domandarsi come corressero i giapponesi prima che arrivassero le scarpe moderne, i manti stradali asfaltati e le teorie occidentali sulla biomeccanica della corsa. Ha iniziato a studiare le stampe ukiyo-e, le celebri silografie del periodo Edo, le raffigurazioni pittoriche di figure in movimento, i testi storici sugli hikyaku: i corrieri professionisti che durante il periodo Edo, tra il 1603 e il 1868, percorrevano a piedi la rotta tra Edo (l’odierna Tokyo) e Kyoto. Circa 500 chilometri. In tre giorni. Senza scarpe ammortizzate, senza gel energetici, senza cardiofrequenzimetro.

La tecnica che Oba ha ricostruito in oltre dieci anni di studio, prima attraverso l’analisi dei documenti storici, poi testata su se stesso e infine condivisa online a partire dall’autunno del 2024, è la sua interpretazione di quel modo di muoversi. Una tecnica che lui ha battezzato Edo-bashiri, distinguendola dalla più generica Namba-bashiri da cui deriva, e che ha portato il concetto di efficienza del movimento a un pubblico globale che probabilmente non aveva mai sentito parlare di ikyaku né di periodo Edo.

Come funziona: la biomeccanica di un’altra epoca

A prima vista, come detto, l’Edo Running Style sembra quasi comico. Le aspettative di chi vede per la prima volta un video di Oba sono completamente tradite da ogni elemento della sua tecnica.

Il punto di partenza è il principio del Namba, un termine che nella tradizione delle arti marziali e delle arti sceniche giapponesi descrive un movimento in cui il braccio e la gamba dello stesso lato del corpo si muovono in sincronia. Nella corsa moderna occidentale accade l’esatto opposto: quando si avanza il piede destro, si porta avanti il braccio sinistro, in un movimento alternato che bilancia la rotazione del busto. Nella corsa Namba, invece, il braccio destro accompagna la gamba destra, e il sinistro la sinistra. Il risultato è una postura che elimina quasi completamente la torsione del busto e riduce la tensione sulla zona lombare.

Oba ha sviluppato questa base in un sistema più articolato. Il corpo non rimane frontale rispetto alla direzione di marcia, ma si dispone leggermente di lato, con un angolo che cambia in base alla tecnica specifica utilizzata. I passi sono brevi e frequenti, molto più di quanto preveda la biomeccanica moderna, che tende a favorire una falcata più lunga. Le braccia non oscillano su un piano verticale ma seguono movimenti più rotativi, che sembrano quasi disegnare piccoli cerchi nell’aria. La postura è inclinata leggermente in avanti, con il peso che cade sull’avampiede invece che sul tallone, una caratteristica che condivide con molte scuole di corsa naturalistica contemporanea, come il metodo Chi Running o la corsa barefoot.

Una delle tecniche più recenti di Oba, quella che sui social ha fatto più scalpore, è la corsa che lui stesso descrive come “correre come un ninja”: una cadenza di 288 passi al minuto, ottenuta attraverso una progressione graduale di frequenza, che secondo il ricercatore sposta il carico muscolare verso i polpacci, alleggerendo significativamente la pressione sulle ginocchia e riducendo l’impatto sulla cartilagine. Una frequenza di 288 passi al minuto è quasi il doppio di quella media di un corridore amatoriale, ma Oba arriva a quella cadenza attraverso una progressione tecnica precisa, non attraverso un incremento della velocità.

Un’altra tecnica caratteristica è quella che in giapponese chiama hiza-nuki: un modo di “svuotare” le ginocchia, letteralmente “estrarre il ginocchio”, che permette di cambiare direzione in 0,6 secondi, distribuendo il peso del corpo in modo da non sovraccaricare l’articolazione nelle svolte.

Il periodo Edo e gli hikyaku: i corrieri che correvano 500 km in tre giorni

Per apprezzare fino in fondo perché questa tecnica abbia una sua logica interna, bisogna immaginare concretamente cosa significasse essere un hikyaku nel Giappone del XVII o XVIII secolo.

Il Giappone del periodo Edo era una società altamente organizzata, con un sistema di comunicazione e commercio che dipendeva interamente dal trasporto fisico di merci, messaggi e documenti. Non esistevano ferrovie, non esistevano carrozze su ruote diffuse come in Europa (il terreno montuoso le rendeva poco pratiche), non esistevano servizi postali istituzionali nel senso moderno. Esistevano gli hikyaku: corrieri professionisti che lavoravano per famiglie mercantili o per i signori feudali, specializzati nel coprire distanze enormi nel minor tempo possibile.

La rotta tra Edo e Kyoto, il Tokaido, la strada del mare orientale immortalata nelle 53 stampe di Hiroshige, era di circa 500 chilometri. Gli hikyaku più veloci la percorrevano in tre giorni. Senza scarpe con suola ammortizzata: solo sandali di paglia intrecciata, le waraji, che Oba indossa nei suoi video come omaggio storico. Senza carbohydrate loading, senza gel al maltodestrina, senza recupero attivo. Solo movimento, tecnica e una fisicità plasmata da anni di pratica quotidiana.

Oba ha studiato le rappresentazioni di questi corrieri nelle stampe ukiyo-e, nei dipinti su rotolo e nelle illustrazioni dei libri dell’epoca, cercando di ricostruire dai dettagli visivi, la posizione dei piedi, l’angolo del busto, la posizione delle braccia, i principi biomeccanici di quel movimento. Non è un lavoro di archeologia sportiva con certezze assolute: è una ricostruzione interpretativa, come lui stesso ammette, basata su fonti iconografiche e tradizione orale.

Cosa dice la biomeccanica moderna: tra conferme e cautele

La domanda più importante che il mondo del running si sta ponendo è inevitabile: funziona davvero, o è solo un trend estetico affascinante?

La risposta onesta è: forse, in parte, per certi runner, in certi contesti. E la biomeccanica contemporanea offre alcune spiegazioni parziali al perché.

Il principio della cadenza elevata ha una base scientifica ben documentata. Diversi studi di biomeccanica — inclusa la ricerca del fisioterapista americano Jason Karp e le analisi del laboratorio di Human Performance Research dell’Università di Edimburgo, hanno dimostrato che aumentare moderatamente la cadenza di corsa (di circa il 5-10% rispetto alla propria cadenza naturale) riduce il carico sull’articolazione del ginocchio e diminuisce la forza di impatto al suolo, due fattori associati agli infortuni più comuni nei runner amatoriali come la sindrome femoro-rotulea e la sindrome della bandelletta ileo-tibiale. La cadenza di 288 passi al minuto di Oba è ben al di là di questo range moderato, ma il principio di base ha una sua validità.

Anche la riduzione della torsione del busto attraverso il movimento Namba trova una certa eco nelle ricerche sulla corsa minimalista e sulla biomeccanica dell’efficienza. Meno rotazione del busto significa meno lavoro dei muscoli stabilizzatori della colonna e meno dispersione di energia laterale, energia che nella corsa moderna viene “sprecata” nei movimenti oscillatori del tronco.

Quello che invece rimane nel territorio dell’ipotesi è la tesi che l’Edo Running Style nel suo insieme, con tutte le sue componenti specifiche, sia superiore alla corsa moderna per la resistenza sulle lunghe distanze. Non esistono, al momento, trial clinici o studi comparativi pubblicati su riviste peer-reviewed che confrontino direttamente la tecnica di Oba con la corsa convenzionale su parametri come il consumo di ossigeno, la frequenza cardiaca sostenuta o l’incidenza degli infortuni. Le osservazioni sono quelle di un ricercatore appassionato e intelligente, ma non sono ancora dati scientifici nel senso formale del termine.

Perché è diventato virale: il fascino di un’alternativa radicale

Il running è uno degli sport più democratici che esistano. Non richiede attrezzatura, non richiede luoghi specifici, non ha costi di accesso, eppure negli ultimi decenni è diventato un territorio sempre più tecnico, dominato da calzature sempre più sofisticate, dati fisiologici sempre più elaborati, piani di allenamento sempre più strutturati. Il messaggio implicito che questo ecosistema trasmette è che correre bene richieda tecnologia, conoscenze specialistiche e, possibilmente, l’ultimo modello di scarpa con la piastra in fibra di carbonio.

Oba rompe questa narrativa con un’alternativa che viene da prima dell’ammortizzazione, da prima delle biomeccanica scientifica, da prima persino delle strade asfaltate. Il suo messaggio, che il corpo umano, usato nel modo giusto, contenga già tutto ciò di cui ha bisogno per correre a lungo senza danneggiarsi, ha una forza emotiva che prescinde dalla validazione scientifica. Ed è un messaggio che risuona particolarmente forte per chi, come lui, ha vissuto un infortunio e ha cercato un’alternativa invece di arrendersi.

“Se usi il corpo in questo modo”, ha detto Oba al giornale giapponese Asahi Shimbun, “puoi mantenere la libertà di camminare e correre con i tuoi piedi anche quando sei anziano e i muscoli si sono indeboliti. Spero che la cultura delle tecniche di corsa del periodo Edo rimanga nella storia per i prossimi cento anni.”

È una dichiarazione che suona più come quella di un custode di memoria culturale che di un influencer del fitness. E forse è anche per questo che, in un mondo saturo di contenuti che promettono trasformazioni rapide e miracoli metabolici, un uomo di 61 anni in sandali di paglia che corre di lato con la musica allegra di sottofondo ha conquistato, in pochi mesi, duecento settanta milioni di visualizzazioni.

Published by
Claudia Montanari