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Epatite A, aumentano i casi in Italia: come si trasmette e quali sono i sintomi da riconoscere

Si sta tornando a parlare di epatite A in Italia dopo l’aumento dei casi registrato negli ultimi anni e alcuni focolai che hanno interessato soprattutto il Centro-Sud. I dati della sorveglianza SEIEVA, coordinata dall’Istituto Superiore di Sanità, mostrano che nel 2025 sono stati notificati 631 casi, contro i 443 del 2024. Nei primi mesi del 2026 il numero è ulteriormente cresciuto, con un andamento particolarmente rilevante in Campania, Lazio e Puglia.

A marzo l’ISS aveva segnalato 160 casi con esordio dei sintomi nel solo mese di marzo, mentre dall’inizio dell’anno al 17 marzo la Campania aveva registrato 110 casi. Nella stessa analisi emergeva un ruolo importante del consumo di frutti di mare, con 262 casi associati a questo fattore nei primi tre mesi del 2026, rispetto ai 43 rilevati nello stesso periodo del 2024.

Non significa che ogni episodio di epatite A sia legato alle cozze o che il rischio riguardi indistintamente tutti. Ma i dati spiegano perché la malattia sia tornata al centro dell’attenzione, soprattutto in relazione alla sicurezza degli alimenti e ai molluschi consumati crudi o poco cotti.

Cos’è l’epatite A

Cos’è l’epatite A (blitzquotidiano.it)

L’epatite A è un’infezione provocata dal virus HAV, che colpisce il fegato. A differenza dell’epatite B e dell’epatite C, l’infezione da virus A non diventa cronica. Nella maggior parte delle persone il sistema immunitario riesce a eliminare il virus e si verifica una guarigione completa. Dopo l’infezione vengono inoltre prodotti anticorpi che garantiscono un’immunità duratura.

Questo però non significa che la malattia debba essere considerata irrilevante. Negli adulti può provocare sintomi anche importanti e, seppure raramente, può avere un decorso grave.

L’ISS indica inoltre che la probabilità di sviluppare sintomi aumenta con l’età: nei bambini l’infezione può infatti passare inosservata molto più facilmente, mentre negli adulti il quadro clinico tende a essere più evidente.

Come si trasmette l’epatite A

Il virus dell’epatite A si trasmette principalmente attraverso la via oro-fecale.

In pratica, il contagio può avvenire quando una persona ingerisce acqua o alimenti contaminati dal virus. Può anche verificarsi attraverso il contatto diretto con una persona infetta, soprattutto quando non vengono rispettate adeguate norme igieniche.

Tra gli alimenti che meritano particolare attenzione ci sono i molluschi bivalvi, come cozze, vongole e ostriche, soprattutto quando vengono consumati crudi o non sufficientemente cotti.

Il motivo è legato al modo in cui questi animali si alimentano: filtrano grandi quantità di acqua e possono concentrare microrganismi presenti nell’ambiente. Se le acque sono contaminate da scarichi contenenti il virus, i molluschi possono diventare un veicolo dell’infezione.

Non bisogna però pensare che il rischio sia limitato ai frutti di mare. L’epatite A può essere trasmessa anche attraverso altri alimenti contaminati, comprese frutta e verdura, oppure attraverso acqua contaminata.

Perché i molluschi sono finiti al centro dell’attenzione

Il legame tra epatite A e molluschi non è nuovo. In Italia, infatti, sono stati osservati anche in passato picchi epidemici associati al consumo di frutti di mare.

Nel 2026 la situazione ha portato la Regione Campania a rafforzare i controlli sull’intera filiera dei molluschi bivalvi. A marzo erano stati registrati 133 casi nella regione e le autorità avevano intensificato le attività di controllo e prevenzione coinvolgendo ASL e Istituto Zooprofilattico.

Il punto importante per il consumatore è che la cottura adeguata rappresenta una delle principali misure di sicurezza, mentre il consumo di molluschi crudi o poco cotti comporta un rischio maggiore quando il virus è presente nell’alimento.

Quali sono i sintomi dell’epatite A

Uno degli aspetti che rende l’infezione difficile da riconoscere è che i primi sintomi possono essere piuttosto generici.

Dopo un periodo di incubazione che può arrivare a diverse settimane, possono comparire stanchezza, debolezza, febbre, perdita di appetito, nausea, vomito e dolore o fastidio addominale.

Successivamente può comparire il sintomo più caratteristico: l’ittero, cioè la colorazione giallastra della pelle e soprattutto del bianco degli occhi.

Possono inoltre comparire urine scure e feci più chiare, legate alle alterazioni del metabolismo della bilirubina.

Non tutte le persone sviluppano però l’intero quadro. Alcune, soprattutto tra i bambini, possono essere infette senza presentare sintomi evidenti.

Dopo quanto tempo compaiono i sintomi?

Uno degli aspetti da conoscere è la durata dell’incubazione. Secondo l’ISS, per l’epatite A il periodo che intercorre tra il contagio e la comparsa dei sintomi può arrivare a circa 15-50 giorni.

Questo significa che una persona potrebbe ammalarsi diverse settimane dopo aver consumato un alimento contaminato o essere entrata in contatto con una persona infetta.

È anche uno dei motivi per cui ricostruire l’origine di un focolaio può essere complesso: quando compaiono i primi sintomi, l’esposizione che ha provocato l’infezione potrebbe essere avvenuta molto tempo prima.

Quanto dura l’epatite A?

Nella maggior parte dei casi la malattia ha un decorso autolimitante e la persona guarisce completamente.

I sintomi possono tuttavia protrarsi per settimane. Il Ministero della Salute segnala che la sintomatologia può durare anche fino a due mesi, mentre l’ISS indica generalmente un decorso di una o due settimane per la fase della malattia, con possibili variazioni individuali.

In una piccola percentuale di casi il decorso può essere molto più serio. Le forme fulminanti sono rare, ma possono provocare una grave insufficienza epatica e richiedono assistenza medica immediata. Il rischio di un decorso grave aumenta soprattutto con l’età.

Come si diagnostica l’epatite A

I sintomi da soli non sono sufficienti per stabilire che una persona abbia contratto il virus. La diagnosi viene effettuata attraverso esami del sangue, che permettono di ricercare gli anticorpi specifici contro il virus dell’epatite A e di valutare anche la funzionalità del fegato.

Questo è particolarmente importante perché stanchezza, nausea, febbre o dolore addominale possono essere provocati da moltissime altre condizioni.

La comparsa di ittero, urine molto scure o un marcato malessere dopo una possibile esposizione dovrebbe invece spingere a rivolgersi al medico per una valutazione.

Come prevenire il contagio

La prevenzione passa innanzitutto dalle norme igieniche e dalla sicurezza alimentare.

Lavarsi accuratamente le mani, soprattutto dopo essere andati in bagno e prima di preparare o consumare alimenti, riduce il rischio di trasmissione. È inoltre importante prestare attenzione all’origine e alla corretta preparazione degli alimenti.

Per i molluschi, in particolare, è fondamentale evitare il consumo crudo nelle situazioni a rischio e rispettare le indicazioni sanitarie sulla loro provenienza e preparazione.

Esiste inoltre un vaccino contro l’epatite A, che rappresenta uno strumento di prevenzione particolarmente importante per le persone per le quali è indicato. Il Ministero della Salute lo considera una delle misure disponibili per prevenire l’infezione.

Published by
Claudia Montanari