Epatite A e sushi: l'abbattitore elimina il virus? Cosa sapere prima di mangiare pesce crudo (blitzquotidiano.it)
C’è una convinzione diffusissima tra chi ama il sushi e il pesce crudo in generale: se il ristorante usa l’abbattitore, il pesce è sicuro. Nessun rischio, nessun problema. È una certezza che si sente ripetere spesso, nei ristoranti giapponesi come nelle pescherie, tra amici e sui social. Ed è una certezza che, almeno in parte, non è corretta.
L’abbattitore elimina i parassiti. Ma non elimina per esempio il virus dell’epatite A. E la differenza, in certi momenti come quello che stiamo vivendo in queste settimane con i focolai segnalati in Campania e nel Lazio, può essere rilevante.
L’abbattitore rapido di temperatura è uno strumento professionale che porta il pesce a temperature molto basse, generalmente tra -18°C e -40°C, in tempi brevissimi. Il processo è stato reso obbligatorio per legge in Italia e in Europa per tutti i ristoranti che servono pesce crudo o marinato, proprio per ridurre il rischio parassitologico legato al consumo di pesce non cotto.
Il bersaglio principale dell’abbattimento è l’Anisakis, un parassita presente in molte specie ittiche, sgombro, aringa, salmone selvatico, merluzzo, calamaro, che può sopravvivere nel pesce fresco e causare nell’uomo una parassitosi intestinale seria, con dolori addominali intensi, nausea e vomito. Il freddo prolungato a temperature sufficientemente basse uccide le larve di Anisakis in modo affidabile, rendendo il pesce sicuro dal punto di vista parassitologico.
Fin qui tutto corretto. Il problema nasce quando si estende questa garanzia anche ai virus, e in particolare al virus dell’epatite A. Un errore che ha radici comprensibili ma conseguenze potenzialmente gravi.
Il virus HAV, quello responsabile dell’epatite A, appartiene a una categoria di agenti patogeni completamente diversa dai parassiti. È un virus a RNA estremamente resistente nell’ambiente, in grado di sopravvivere per settimane su superfici e alimenti, e soprattutto in grado di resistere senza problemi alle temperature di abbattimento.
Il freddo, anche spinto, non inattiva il virus dell’epatite A. Lo congela, lo blocca temporaneamente nella sua attività, ma una volta che il pesce viene scongelato e portato a temperatura ambiente il virus riprende la sua piena capacità infettiva, esattamente come prima del trattamento.
L’unico trattamento che inattiva in modo affidabile il virus dell’epatite A negli alimenti è il calore. La cottura a temperature superiori agli 85°C per almeno un minuto distrugge il virus in modo irreversibile. Tutto quello che non raggiunge quella soglia termica, pesce crudo, marinato, affumicato a freddo, carpacci, sashimi, ostriche e cozze crude, non offre nessuna garanzia di sicurezza nei confronti di HAV, indipendentemente dal fatto che sia stato abbattuto o meno.
Per capire perché il rischio epatite A è concreto anche nel pesce di provenienza controllata, bisogna capire come il virus ci arriva dentro. La via principale è l’acqua contaminata da scarichi fognari. Il virus dell’epatite A viene eliminato nelle feci delle persone infette in quantità altissime, anche settimane prima che compaiano i sintomi, e resiste a lungo nell’ambiente acquatico.
I molluschi bivalvi come cozze, vongole, ostriche e tartufi di mare sono i più a rischio per un motivo preciso: si nutrono filtrando grandi quantità di acqua marina, e nel farlo concentrano nei loro tessuti tutto quello che quell’acqua contiene, compreso il virus dell’epatite A, se presente. Un’ostrica può filtrare fino a 50 litri di acqua al giorno, accumulando nel suo corpo concentrazioni di virus molto più alte rispetto all’acqua circostante.
Il processo di depurazione industriale a cui i molluschi vengono sottoposti prima della commercializzazione è progettato principalmente per ridurre la contaminazione batterica, Escherichia coli in primis, ma non è efficace contro i virus enterici come HAV. Questo significa che molluschi regolarmente depurati, confezionati e venduti nei canali autorizzati possono comunque essere portatori del virus in certe condizioni ambientali, in particolare quando le acque di provenienza sono contaminate da scarichi fognari.
Il pesce usato nel sushi — salmone, tonno, ricciola, branzino, spigola — è generalmente meno a rischio rispetto ai molluschi, perché non filtra acqua e non accumula il virus negli stessi modi. Il rischio però non è zero, per due ragioni principali.
La prima riguarda la manipolazione: il virus dell’epatite A si trasmette per via oro-fecale, e una persona infetta che prepara il pesce senza lavarsi accuratamente le mani può contaminare gli alimenti durante la lavorazione, anche partendo da un pesce perfettamente sano. Negli ambienti ad alta intensità di lavoro come le cucine dei ristoranti, questo rischio non è trascurabile.
La seconda ragione riguarda la catena di approvvigionamento: in certi periodi, e in certi contesti geografici, le acque marine possono essere contaminate in modo più esteso e il rischio si allarga a specie ittiche che normalmente non sarebbero considerate problematiche. Non è la norma, ma è una possibilità reale in momenti di emergenza sanitaria legata alla qualità delle acque costiere.
Riassumendo in modo chiaro: l’abbattitore risolve il problema dei parassiti ma non quello dei virus. Sono due categorie di rischio distinte, con caratteristiche biologiche diverse, meccanismi di trasmissione diversi e metodi di neutralizzazione diversi.
Il rischio parassitologico, Anisakis in testa, viene gestito efficacemente dall’abbattimento a temperature adeguate per tempi sufficienti. Su questo fronte, un ristorante che rispetta le normative e usa correttamente l’abbattitore offre garanzie solide.
Il rischio virale, epatite A ma anche norovirus, un altro agente patogeno comune nelle tossinfezioni alimentari da pesce crudo, non viene intaccato dall’abbattimento. Su questo fronte, l’unica garanzia reale è la cottura completa. Chi sceglie di mangiare pesce crudo accetta un residuo di rischio che l’abbattitore non può eliminare, e in certi contesti e certi momenti quel rischio è più alto della media.
L’epatite A è un’infezione virale acuta del fegato che nella maggior parte dei casi guarisce spontaneamente nel giro di alcune settimane. Nei bambini è spesso asintomatica o si manifesta con sintomi lievi e aspecifici. Negli adulti il quadro clinico è generalmente più impegnativo: stanchezza intensa, nausea, perdita di appetito, dolori addominali, ittero (la colorazione gialla della pelle e degli occhi) urine scure e feci chiare.
Nei casi più gravi, soprattutto in persone con patologie epatiche preesistenti o con un sistema immunitario compromesso, l’epatite A può evolvere verso un’insufficienza epatica acuta grave, una condizione che richiede ricovero urgente e in casi estremi può portare alla necessità di un trapianto di fegato.
Il periodo di incubazione è lungo — tra due e sette settimane — e questo rende difficile collegare i sintomi alla causa: spesso il paziente non ricorda più cosa ha mangiato settimane prima, rendendo la tracciabilità del contagio complessa.
Le misure di protezione sono semplici ma richiedono coerenza. La cottura completa degli alimenti, in particolare dei molluschi, che andrebbero sempre consumati cotti, è la protezione più efficace. Una cozza ben cotta non rappresenta un rischio per l’epatite A. Una cozza cruda, anche se proveniente da un banco autorizzato, può esserlo in certi contesti.
Il lavaggio accurato delle mani prima di mangiare e dopo essere stati in bagno è un asse di protezione fondamentale che vale per qualsiasi via di trasmissione oro-fecale, epatite A compresa.
Il vaccino contro l’epatite A è lo strumento di protezione più efficace in assoluto: garantisce una copertura vicina al 100% con un ciclo di due dosi, ha un profilo di sicurezza eccellente ed è disponibile in Italia su prescrizione medica. Chi consuma frequentemente pesce crudo, chi viaggia in paesi con standard igienici variabili, o chi lavora nella ristorazione dovrebbe valutare seriamente la vaccinazione con il proprio medico.
Mangiare sushi non è pericoloso per definizione, è un’abitudine alimentare che milioni di persone praticano ogni giorno senza conseguenze. Ma sapere esattamente da cosa ti protegge l’abbattitore e da cosa non ti protegge è informazione che ogni consumatore dovrebbe avere. Perché fare scelte consapevoli a tavola, in certi momenti, è anche una forma di cura della propria salute.