(Foto Ansa)
Ogni anno in Italia circa 90 mila persone muoiono per patologie legate al consumo di tabacco. Eppure, l’accesso ai trattamenti per smettere di fumare presenta ancora differenze territoriali, organizzative ed economiche, con costi a carico dei cittadini in quasi un caso su tre. È quanto emerge da un’indagine condotta da FeDerSerD in collaborazione con CeRCo, che analizza l’attività dei Centri Antifumo e il ruolo dei Servizi per le Dipendenze (SerD) sul territorio nazionale.
“Il tabagismo è una dipendenza patologica a tutti gli effetti e deve essere affrontato con la stessa attenzione riservata alle altre dipendenze”, afferma in una nota Roberta Balestra, presidente di FeDerSerD. “Non possiamo accettare che la possibilità di smettere di fumare dipenda dalla Regione di residenza o dalla necessità di sostenere un costo”.
La ricerca ha coinvolto oltre 150 centri, nel 95% dei casi pubblici, che hanno preso in carico complessivamente più di 12 mila persone. Oltre la metà degli utenti ha più di 55 anni, con una distribuzione sostanzialmente equilibrata tra uomini e donne. Nell’83,3% dei centri è necessario fissare un appuntamento, mentre il 31,4% accetta anche accessi senza prenotazione. Nel 28,8% dei casi il servizio è a pagamento e nel 14% è prevista una contribuzione attraverso altre modalità, come il ticket.
L’indagine evidenzia inoltre una crescente integrazione con il sistema sanitario: il 78,2% dei centri collabora con i medici di medicina generale, il 59,6% con i servizi di salute mentale e il 57,7% con gli ospedali, soprattutto nei reparti di pneumologia e cardiologia.
Tra i farmaci, la citisina è la più utilizzata (85,3% dei centri), seguita dal bupropione (37,8%).
“Nel nostro Paese esistono professionalità, competenze e percorsi di cura consolidati, ma anche differenze che rischiano di tradursi in disuguaglianze per i cittadini”, sottolinea Balestra. “Occorre garantire accesso gratuito, presa in carico multidisciplinare e continuità terapeutica”, conclude.