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I 25 anni della MoonJune Music: intervista con Leonardo Pavkovic

Il 2026 segna un traguardo importante per una delle società di business di musica più interessanti del panorama musicale mondiale: i 25 anni della MoonJune Music, etichetta discografica e agenzia che rappresenta musicisti anche al di fuori del catalogo delle sue pubblicazioni.

Fondata nel 2001, con base a New York, la MoonJune Records, una delle due attività della società, si è fatta un nome attraverso la pubblicazione di molti artisti legati alla scena Canterbury e attraverso l’attenzione costante alle musiche di sperimentazione, con particolare riferimento ai territori dove il progressive incontra il jazz, la fusion e le avanguardie musicali. Già dai suoi inizi, si è resa protagonista della nascita dei Soft Machine Legacy, contribuendo in modo significativo alla sopravvivenza della tradizione dei Soft Machine come anche della scena Canterbury in generale.

Ma la MoonJune è anche attiva nell’organizzazione di concerti. Dal 23 al 25 luglio si terrà a Teramo il MoonJune Festival, arrivato quest’anno alla quarta edizione. Le prime tre edizioni si erano tenute in Bosnia Erzegovina e Spagna. Nell’anno del venticinquennale della MoonJune, siamo stati fortunati: sarà infatti l’Italia, Teramo in particolare, ad ospitare tre grandi giornate di concerti, incontri, dibattiti. Un’immersione nel mondo della ricerca musicale impreziosita dalle performance di nomi come i Gong, Steve Hillage, i Soft Machine, gli Osanna.

Un progetto, quello della MoonJune, che si è da subito posizionato ai margini del music business e del mainstream. Fa quindi ancora più piacere oggi poter celebrare i suoi venticinque incredibili anni. Ne parliamo con il fondatore Leonardo Pavkovic.

 

Venticinque anni sono tanti per qualsiasi azienda, figuriamoci per un’etichetta discografica. Come siete sopravvissuti all’era di internet e della distribuzione digitale?

Ho iniziato con l’etichetta discografica, per caso, nel 2001, quando l’industria musicale era ancora in grado di garantire la sostenibilità e la distribuzione fisica del prodotto, i negozi esistevano ancora e vendere album era possibile. C’erano molte riviste, programmi radiofonici specializzati, e internet ha contribuito notevolmente alla diffusione della musica. Tra le mie prime 14 uscite c’erano alcuni artisti che erano riusciti a vendere qualche copia fisica, come Soft Machine Legacy, Elton Dean, Hugh Hopper, Phil Miller, un concerto dal vivo di Arti & Mestieri, un album live d’archivio dei Soft Machine del 1975 con Allan Holdsworth, un tributo al grande Jaco Pastorius con alcuni nomi noti del jazz e della fusion, e alcune band progressive rock italiane emergenti, piuttosto conosciute all’epoca, come Finisterre e soprattutto DFA. Credo che internet abbia giocato un ruolo chiave nel lancio iniziale della MoonJune Records 25 anni fa: mi ha aiutato a entrare in contatto con la stampa (cartacea e online) di tutto il mondo, a comunicare con i potenziali fans attraverso vari “newsgroups” e a promuovere ciò che faccio, in modo molto più economico rispetto ai metodi tradizionali. La digitalizzazione ha i suoi vantaggi e alcuni svantaggi. Lo svantaggio principale è la sovrasaturazione del mercato: c’è troppa offerta di prodotti e le persone non possono né seguire tutto né acquistare tutto. Inoltre, la proliferazione di ogni tipo di media online, legittimo e illegittimo, non sempre aiuta. Quando ero più giovane, circa 30-40 anni fa, c’erano solo una ventina di paesi e poche migliaia di artisti da seguire. Oggi ci sono oltre 200 paesi e centinaia di migliaia di artisti e milioni di album interessanti. Le persone hanno gusti eclettici e seguono diversi generi musicali, non possono stare appresso a tutto. Le cose andavano molto bene fino al 2007 e abbastanza bene fino al 2014, diciamo, ma negli ultimi 10-12 anni la situazione si è fatta difficile, non solo a causa della saturazione del mercato.

 

Nel vostro vasto catalogo della MoonJune Records e nella vostra lunga storia, quali sono le produzioni più importanti, quelle che maggiormente hanno contribuito a farvi resistere in tutti questi anni?

Indubbiamente, l’eredità storica dei Soft Machine, della cui “riunione” sono stato l’artefice nel 2002, prima sotto il nome di Soft Works, poi di Soft Machine Legagy e infine come Soft Machine quando la band ha cambiato nome nel 2015: in particolare, quindi, l’album dei Soft Works Abracadabra (2003, con Elton Dean, Allan Holdsworth, Hugh Hopper, John Marshall). Ma già da subito ho anche promosso ciò che stavo facendo con l’etichetta, sono stato molto propositivo, e ho sfruttato appieno internet e la digitalizzazione del mondo, invece di vivere nell’ombra come un “dinosauro”, come fanno molti. Perché io non vivo nel passato; mi manca il futuro, non il passato, anche se la mia nicchia era la musica che si è evoluta concettualmente e filosoficamente 4-5 o anche 6-7 decenni fa, come il jazz, il rock progressivo e la fusione di musica etnica e moderna.

Ma la mia più grande soddisfazione personale, oltre all’eredità dei Soft Machine, è stata di aver lanciato alcuni artisti che, se non fosse stato per me, forse non sarebbero mai diventati noti nel mondo del jazz e della musica progressive: tra i tanti, Dwiki Dharamwan, SimakDialog e Dewa Budjana dall’Indonesia; Beledo, un uruguaiano di New York; il batterista catalano Xavi Reija; il chitarrista britannico Mark Wingfield; il chitarrista americano Dennis Rea; il chitarrista serbo di Barcellona Dusan Jevtovic; il chitarrista belga (italiano da parte materna) Michel Delville; il cantante bresciano Boris Savoldelli. Credo che i progetti che ho prodotto con la MoonJune Records abbiano giovato enormemente ad artisti che si stavano affermando sui mercati internazionali prima di unirsi al “moonjunismo”, come il tedesco Markus Reuter degli Stick Men e soprattutto l’eccezionale batterista israeliano Asaf Sirkis, ora nei Soft Machine (credo sia entrato nella band anche grazie a me, dopo la morte di John Marshall).

Sono inoltre lieto di aver pubblicato un album del mio “fratello” e carissimo amico di vecchia data, il leggendario polistrumentista Gary Husband, intitolato Postcards from the Past, una raccolta di brani inediti registrati durante la sua lunga carriera di maestro di batteria, tastiere elettroniche e pianoforte acustico. Ho girato con Gary il mondo insieme alla band di Allan Holdsworth, di cui ero il booking manager.

Non guadagniamo nulla dalla musica che pubblico con la mia etichetta. Siamo ricchi di capitale umano e le uscite della MoonJune Records sono progetti speciali, non artisti che possono permettersi lunghi (o brevi!) tour (anche se tutti lo vorremmo e sogneremmo in teoria, ma purtroppo il mercato è chiuso, anche a causa della sua sovrasaturazione). Facciamo la musica che ci piace perché ci piace, ci dà soddisfazioni intellettuali e spirituali. È importante per noi farlo, in questo mondo oscuro e strano in cui viviamo, ci dà la forza e il coraggio di sopravvivere ed essere creativi. Non è tutto una questione di soldi: sarebbe bello guadagnarne un po’, ma è impossibile, punto.

Però guarda i canadesi Angine de Poitrine: sono molto talentuosi ma hanno avuto successo grazie a “giochetti di prestigio”. Lo stesso tipo di approccio musicale si può ritrovare anche in alcuni album della MoonJune di artisti come Reuter Motzer Grohowski, XaDu (Xavi Reija e Dusan Jevtovic), o Ligro (un power trio avant-fusion microtonale dall’Indonesia), per esempio. Ma gli artisti menzionati sopra non hanno il talento per usare “giochetti di prestigio”. Nutro grande rispetto per questi due talentuosi canadesi, ma musicalmente, a parte essere musicisti eccezionali che ammiro molto, non offrono nulla di nuovo. Ciononostante, credo che siano immensamente importanti nel mondo di oggi. Abbiamo bisogno di questo genere di cose, di un successo di pubblico e commerciale della musica atonale! Affinché i giovani scoprano che c’è spazio anche per la musica creativa e stimolante.

 

In questa lunga avventura, hai certamente avuto modo di lavorare con grandi nomi. Posso solo immaginare l’emozione nel portare in studio di registrazione gli incredibili personaggi presenti nel vostro catalogo. C’è qualche aneddoto che ti è rimasto impresso e puoi raccontarci della produzione di un album in particolare?

Una delle cose principali che ho notato nei miei 25 anni di attività è che la gente parla sempre della mia “etichetta discografica”, ma non è questa la parte più importante di MoonJune: è un aspetto secondario, per quanto importante, del mio “moonjunismo”. Mi piacerebbe che la gente parlasse di più della MoonJune Music, dei miei viaggi attorno al mondo. Sono il rappresentante degli artisti che “offro” per i tour e i festival in tutto il mondo (non sono né il manager né il promoter, sono un’agenzia di booking). Ad eccezione di Soft Machine, Stick Men e PAKT, il 95% degli oltre 2.500 concerti che ho organizzato in più di 60 paesi di tutti i continenti non sono di artisti della mia etichetta. Allan Holdsworth non è mai stato nella mia etichetta, non faceva parte della MoonJune Records, e ho reso possibili più di 400 concerti suoi durante i 13 anni che ho lavorato con lui. Occasionalmente, riesco a proporre artisti della mia etichetta a festival e piccoli tour, ma non è sempre facile. Forse Dewa Budjana o Beledo potrebbero e dovrebbero suonare molto di più dal vivo e girare il mondo, ma non è semplice. Mi piace quando la gente mi fa domande sull’etichetta discografica, ma mi piace anche parlare delle mie attività di booking e di networking al di fuori della mia etichetta. Lavoro e ho lavorato con tantissimi musicisti che non hanno nulla a che fare con la mia etichetta discografica, come Bill Bruford, Danny Seraphine dei Chicago, Eddie Jobson, Phil Manzanera, i Goblin di Claudio Simonetti, Scott Henderson, Frank Gambale, Jan Akkerman, Alex Machacek, Stu Hamm, David Cross, EXTC, PFM, Andy Summers, Osanna, Colosseum, Hatfield & The North (2004-2006), New Trolls, Caravan e molti altri.

Tuttavia, per alcune sessioni di registrazione di artisti, ho anche coinvolto amici come Tony Levin in album di Dewa Budjana, Beledo, Mark Wingfield, Dominique Vantomme, Xavi Reija, Dusan Jevtovic, Quartet Diminished e altri.

Ho anche lavorato con musicisti come Carles Benavent, Jorge Pardo, Antonio Sanchez, Vinnie Colaiuta, Jimmy Johnson, Jimmy Haslip, Simon Phillips, Joe Locke, Marco Minnemann, Peter Erskine, Jordan Rudess, David Cross, Nguyen Le, Chad Wackerman, non per pubblicare i loro album, ma per farli suonare negli splendidi album dei miei amici Dewa Budjana, Dwiki Dharmawan, Beledo e altri.

 

Un quarto di secolo di attività fa venire voglia di guardare al passato e fare bilanci. Ma è anche una solida base per il futuro. Quali progetti hai in cantiere?

Sto pensando di ridurre gradualmente la mia attività discografica per concentrarmi maggiormente sul booking. Ho anche altri interessi nel mondo della musica, dell’arte e della cultura. Mi sento un po’ stanco di gestire un’etichetta discografica che, come ho già detto, non è la mia attività principale, anche se molti mi conoscono per questo. Ho bisogno di più tempo per viaggiare, andare in tour e visitare posti diversi. Mia moglie andrà in pensione tra qualche mese e abbiamo bisogno di più tempo insieme. Tuttavia, continuerò con l’etichetta, pubblicando solo pochi progetti speciali all’anno a partire dal 2027, e cambierò radicalmente il mio approccio, collaborando anche con altre etichette invece di espandermi.

Inoltre, come alcuni forse sanno ma altri no, MoonJune Records non accetta demo o richieste di artisti che vogliono pubblicare i loro album. Tutto nasce da un filo conduttore poetico, niente è forzato. Le cose accadono in modo organico. Lo stesso vale per il festival: non accetto offerte da artisti che vorrebbero suonare nel mio festival. Faccio suonare solo i miei amici e gli artisti del mio roster, sia dell’etichetta che dell’agenzia. L’etichetta discografica e il festival sono due cose diverse dal booking, e io faccio booking solo se l’artista ha un mercato per suonare dal vivo. Faccio tutto da solo e non posso accontentare tutti, devo ridurre lo stress e la fatica mentale.

Inizierò a collaborare con un paio di artisti piuttosto noti e influenti, o meglio leggendari, con la speranza di farli suonare in centinaia di concerti in tutto il mondo. Ma non posso rivelare alcun nome per adesso.

 

MoonJune è anche organizzazione di concerti. Il MoonJune Festival quest’anno è alla quarta edizione. Come è avvenuta la scelta dell’Italia, e di Teramo in particolare?

Non sono un promotore o un organizzatore di concerti o festival. Il promotore e organizzatore del festival Teramo è Emiliano Di Serafino di Music By Eder. Io sono il direttore artistico; mi occupo di scegliere gli artisti, lui organizza tutto, io mi occupo della parte degli artisti e lui della logistica locale. Nella mia vita ho organizzato solo una mezza dozzina di concerti, a New York, in piccoli locali e per amici artisti locali. Non ho alcuna intenzione di diventare un promotore o un organizzatore. Voglio associare il mio nome a uno specialista professionale che se ne intende, e ho trovato un grande alleato in Emiliano Di Serafino, un uomo con una grande cultura musicale, esperienza e umanità – qualità per me essenziali.

Come ogni cosa nella mia vita, tutto è iniziato per caso e in maniera organica. Il batterista Asaf Sirkis mi ha presentato Emiliano qualche anno fa. Voleva fare a Teramo un concerto dei Soft Machine, band che ama da decenni, e così abbiamo fatto i Soft Machine, la David Cross Band, il Pete Roth Trio con Bill Bruford e il Paqueando di Diego Amador. Siamo diventati amici e, dopo aver gustato insieme alcuni piatti della cucina abruzzese, abbiamo deciso di collaborare. Lui si è offerto di organizzare il festival per celebrare il 25° anniversario di MoonJune nella sua città. E come si suol dire: il resto è storia.

 

Portare la musica e la cultura nelle “periferie”, rispetto alle grandi città, è una scelta importante, sia per la cultura che per le comunità locali. Che tipo di reazione avete ricevuto dalle istituzioni locali?

Grazie al sostegno delle autorità locali, Emiliano e la sua società Music By Eder sono riusciti a portare questo festival nella loro città. Perché organizzare un festival a Roma o Milano, Madrid o Barcellona, Londra o Parigi? È sempre meglio farlo in provincia, dove l’atmosfera è più rilassata e tranquilla.

 

Si parla spesso delle richieste assurde degli artisti nei camerini, soprattutto in ambito rock. Tu, da organizzatore, che esperienza hai al riguardo?

Come ho già detto, non sono l’organizzatore né il promotore, ma collaboro con il promotore. Questo è un festival di anti-star e non ci sono primedonne, non lavoro con quel tipo di persone. Lino Vairetti, John Etherdige, Steve Hillage, Gary Husband, Diego Amador, Beppe Crovella, Markus Reuter sono artisti immensi, ma sono persone come noi, umane e accessibili. Il MoonJune Festival è un festival di amici, con amici e per gli amici.

Ma come agente di booking, viaggiando per il mondo, dovevo proteggere la sicurezza e la privacy di persone come Allan Holdsworth, Bill Bruford o Tony Levin: persone accessibili, ma a volte i fan sono un po’ troppo invadenti e alcuni, una piccolissima minoranza ma che esiste ancora, non rispettano la privacy dei musicisti “veterani”, sono ficcanaso e a volte offensivi. Ma questo festival è diverso, ha un pubblico selezionato. Chiamatelo “elitario”, non ho problemi con questo!

 

Quando si parla di musica sperimentale e di jazz, molti si spaventano ancora prima di ascoltarla. Spesso questo tipo di musica viene considerata “da vecchi”. Per controbattere a questo luogo comune, quali sono gli artisti più giovani presenti nel tuo catalogo?

Prima di tutto, evito l’etichetta “prog”. Non sono un’etichetta discografica di progressive rock, né un’agenzia di booking per il progressive rock, e nemmeno per il jazz, ma ci sono molti artisti progressive e jazz in tutto ciò che faccio, sia artisticamente che creativamente. Non mi interessa cosa pensano gli altri; il mio problema è pensare a ciò che faccio, seguire il mio istinto, ciò che è meglio per me e per i miei amici. A chi piace piace, a chi non piace e a chi non lo capisce, non me ne frega niente. Il mio obiettivo è scoprire e trovare il mondo, e delle persone che potrebbero essere interessate a ciò che io e i miei amici facciamo.

L’età non ha importanza, e anche se so esattamente da dove vengono tutti gli artisti della MoonJune Records e quando sono nati, a questo punto non riesco a stabilire chi sia il più giovane o chi il più anziano.

 

Se dovessi indicare le produzioni più significative della storia della MoonJune Records, quali sarebbero? E le novità più recenti?

Questi sono i 25 album per i 25 anni dell’etichetta a cui tengo di più nel mio catalogo, tutte produzioni mie, per diverse ragioni, e strettamente in ordine alfabetico: BeledoFlotando en el vacio; BeledoSeriously Deep; D.F.A4th; Dewa BudjanaHasta Karma; Dewa BudjanaSurya Namaskar; Dusan JevtovicNo Answer; Dwiki DharmawanHari Ketiga; Dwiki DharamwanPasar Klewer; Dwiki DharamwanTumah Batu; Gary Husband & Markus ReuterMusic Of Our Times; Holdsworth Pasqua Haslip WackermanBlues For Tony; Mark WingfieldTales From The Dreaming City; Mark WingfieldThe Gathering; MoraineGroudnswell; PAKTNo Steps Left To Trace; PAKTPAKT; Quartet DiminishedDeerand; simakDialogDemi Masa; simakDialogLive at Orion; Soft MachineFloating World Live; Soft WorksAbracadabra in Osaka; The Wrong ObjectStories From The Shed; Tohpati EthnomissionSave The Planet; Wingfield Reuter SirkisLighthouse; Wingfield Reuter Stavi SirkisThe Stone House.

Le ultime uscite per la mia etichetta non sono mie produzioni, però sono degli ottimi album: Anton RoolaartThe Ballad of General Jupiter; Stephan ThelenFractal Guitar 4; Anthony GaroneOK, But Why?; Xavi Reija Electric QuinetNu Breed.

Le prossime uscite sono i nuovi album di Mark Wingfield, Quartet Diminished, Beledo.

Grazie molte per l’intervista. Ci vedremo sicuramente a Teramo per il MoonJune Festival, dal 23 al 25 luglio.

Published by
Roberto Cruciani