Il consiglio musicale del mese: Suzi Quatro, Freedom. Blitz Quotidiano
Settantacinque anni suonati (è proprio il caso di dirlo…), sessant’anni dedicati al rock, diciotto album in studio all’attivo da solista e l’appellativo di “regina del rock” che le viene dato sempre più spesso: questa è Suzi Quatro. A fine marzo del 2026 è uscito appunto il suo diciottesimo album in studio, Freedom, che vi propongo oggi come consiglio musicale del mese.
Bassista americana, nata a Detroit da una famiglia di origini miste, tra cui anche un nonno italiano, Suzi Quatro è cresciuta insieme a tre sorelle, un fratello e una sorellastra più grande. Molti di loro sono anche musicisti o attori. Ma già nel 1971, a soli ventuno anni, Suzi Quatro si trasferì in Inghilterra, dove vive ancora oggi. Proprio quest’anno, infatti, ha ottenuto ufficialmente anche la nazionalità britannica.
La carriera musicale di Suzi Quatro è iniziata da giovanissima: in diverse interviste, l’artista ha dichiarato di essere in attività fin dal 1964, quando aveva solo tredici anni. All’epoca, come ha ripetutamente dichiarato lei stessa, nessuna donna aveva mai fatto quello che stava facendo lei. C’erano ottime cantanti, a volte anche front women e autrici. C’erano anche ottime strumentiste. Nessuna però suonava, era autrice dei brani e a capo della propria band contemporaneamente. Così, ci vollero ben nove anni prima che l’industria discografica le riconoscesse i suoi meriti, offrendole un contratto discografico. Il suo esordio da artista solista è del 1973, con l’album intitolato semplicemente Suzi Quatro.
Nonostante le difficoltà nel tracciare un percorso nuovo, mai battuto da nessuno prima di lei, Suzi Quatro non è mai scesa a compromessi. Ispirata da Elvis Presley, la bassista aveva deciso fin da piccola di voler essere Elvis, pretendendo ciò che le spettava di diritto a prescindere dal fatto che fosse una donna. Grazie alla sua perseveranza, è diventata una vera e propria icona del rock, al pari di Lemmy Kilminster, ma al femminile.
E quando dico al femminile, non intendo che ha aggiustato l’immagine del rocker, inserendo elementi più adatti a un carattere “femminile”. No: Suzi Quatro ha dimostrato a tutto il mondo, se ce ne fosse stato bisogno, che il rock non ha generi maschile e femminile, che gli stessi valori valgono per entrambi, che gli stessi ruoli possono essere ricoperti da entrambi, che gli ideali del rock’n’roll esigono una compresenza perfettamente paritaria di uomini e donne.
E così la sua immagine di fiera rocker vestita di pelle, con le borchie e la motocicletta, è riuscita a passare anche in televisione, in una delle serie più viste degli anni Settanta e Ottanta. Sì, perché Suzi Quatro è anche attrice. E compare nel personaggio di Leather Tuscadero nella quinta e nella sesta stagione di Happy Days, in ben sette puntate, trasmesse negli Stati Uniti nel 1977 e 1978, mentre in Italia dal 1980. Leather Tuscadero, il cui nome è già tutto un programma, è la sorella di una vecchia fiamma di Fonzie, Pinky Tuscadero. E guarda caso è una bassista e front woman di una band al femminile: un ruolo in cui Suzi Quatro deve essersi sentita perfettamente a suo agio.
La schietta energia del rock’n’roll che caratterizza l’intero album è già ben presente nella title track che apre Freedom. Ma non si tratta solo di energia, ma di qualità. La stessa qualità che possiamo ritrovare in tutti gli album della carriera di Suzi Quatro, qui forse con l’aggiunta di un pizzico di esperienza. L’anima del rock non invecchia, e in Freedom è più viva che mai: “Ho cercato le chiavi di questa prigione mentale, ritornare a me stessa è la stata la decisione giusta, mi sembra proprio una cosa buona” canta Suzi Quatro, per poi passare al ritornello da manuale che sa di libertà in stile Elvis.
Pensate che Suzi Quatro ottenne la parte di Leather Tuscadero in Happy Days senza neanche fare un provino: il produttore le offrì direttamente il ruolo dopo aver visto una sua foto in un poster nella camera della figlia. Questo è sempre stato un punto di forza di cui l’artista è sempre stata consapevole, facendosi paladina dell’emancipazione femminile nel mondo della musica: la sua immagine è sempre stata un forte messaggio dirompente ed è divenuta da subito un punto di riferimento per tutte le giovani donne che sognavano l’indipendenza e l’emancipazione in un mondo dominato dagli uomini.
Ma tra le ragazzine che l’hanno presa a ispirazione, alcune sono anche divenute artiste di tutto rispetto. A titolo di esempio, basti citare Tina Weymouth, bassista dei Talking Heads, Joan Jett e le Runaways, le Girlschool, Chrissie Hynde…
La seconda traccia di Freedom è un altro brano che potrebbe tranquillamente comparire in qualsiasi compilation di classici del rock. Little Miss Lovely, anche nelle immagini del video ufficiale, si prende gioco di alcuni miti misogini e maschilisti della nostra società, con la leggerezza tipica di chi è al di sopra di certe banalità e la freschezza energica del rock. Così, la bambola con le fattezze di Suzi Quatro diventa una sorta di anarchica sovvertitrice dei ruoli di potere, rendendo particolarmente esplicito il sarcasmo sottinteso nel titolo del brano.
Accanto ai molti brani originali, in Freedom troviamo anche due cover, entrambe arrangiate in maniera nuova, fresca e originale. La prima è Going Down, brano scritto da Don Nix e uscito per la prima volta nel 1969 nell’interpretazione dei Moloch. Da allora, il brano è diventato un classico del rock blues, con una miriade di artisti famosi che ne hanno inciso le loro reinterpretazioni: dagli Who ai Rolling Stones a Joe Bonamassa, solo per citarne alcuni. In genere queste cover si caratterizzano per la grande carica adrenalinica. La versione di Suzi Quatro invece si distingue, sorprendentemente, per l’andamento ritmico meno appariscente ma più solido, fondato su una semplice quanto efficace linea di basso e un intreccio della chitarra solista con le melodie vocali che spingono il brano verso territori più vicini alla psichedelia.
La seconda cover contenuta nell’album è Kick Out the Jams degli MC5. Il brano originale era anch’esso del 1969, pubblicato nell’omonimo album della band di Detroit. Nella reinterpretazione di Suzi Quatro, troviamo anche la partecipazione straordinaria di Alice Cooper, quasi a sottolineare un filo conduttore, una comunità di intenti dei due artisti nel glam rock, entrambi originari di Detroit. Qui Alice Cooper cita Can the Can, il grande classico di Suzi Quatro, e lei risponde citando School’s Out, il brano forse più famoso di Alice Cooper. E l’attacco parla già da solo: “Kick out the jams, motherfuckers!”.
I testi di Freedom parlano, ovviamente, di libertà. Ma anche di riscossa, in particolare della necessità delle donne di riprendersi il controllo delle proprie vite, senza adeguarsi all’immaginario maschile che le dipinge come fragili bamboline.
Hanging Over Me è la sesta traccia dell’album, e rappresenta un perfetto esempio del pensiero espresso da Suzi Quatro in Freedom. “Un whiskey o due in un bar vuoto, cercando di scolare via i brutti pensieri”: inizia così, con un’immagine che siamo abituati ad associare al mito del rock e del blues, ma solo al maschile. Suzi Quatro non ha alcuna intenzione di proporre un modello femminile. Fa invece suo il modello già esistente, rivendicandone l’assoluta neutralità di genere.
Nobody Held My Hand è invece una sorta di inno alla carriera della bassista e di chiunque si sia “fatto da solo”, secondo il mito americano del self made man (o woman…). Qui però è chiaro che il punto di vista è legato profondamente al mondo della musica, non certo a quello della finanza. E di base questo sottintende molta più onestà e molti più valori umani. In questo senso, il brano sembra inserirsi nel filone di classici come It’s a Long Way to the Top (If You Want to Rock and Roll) degli AC/DC: “Abbiamo preso quella strada, un tratto diverso, portato quei pesi, nessuno ci copriva le spalle, ci siamo fatti un nome, l’abbiamo fatto splendere a caratteri cubitali, abbiamo trovato la fama attraverso le notti più buie”.
Una giacca di pelle, una motocicletta, imbracciando un basso con lo sguardo verso l’orizzonte, una strada dritta verso il sole che sorge, con la scritta “libertà”, e a finire il quadro un braccio alzato verso il cielo. La copertina di Freedom ha tutte le carte in regola per essere considerata una vera e propria icona del rock, nel 2026 come nel 1968 di Born to be Wild degli Steppenwolf.
Quella di Freedom è senza dubbio una delle copertine più rock’n’roll della storia, nella sua estrema semplicità. Tutti gli elementi rappresentati nell’immagine contribuiscono a riassumere in una sola immagine il pensiero dell’intero album.
La nona traccia di Freedom è Shakedown: l’ennesimo grande brano di rock, con un groove energetico e adrenalinico che ricorda a tratti American Woman, brano del 1970 dei canadesi Guess Who.
Freedom è anche un album “di famiglia”, con il figlio di Suzi Quatro, L.R. Tuckey, nel ruolo di produttore, chitarrista e co-autore dei brani. Tuckey collabora con la madre ormai da sette anni, ma in questo album il suo contributo è particolarmente evidente nel suono “ruvido” che ha saputo imprimere alle canzoni.
Per concludere questo articolo, vi propongo l’ascolto del penultimo brano dell’album, Woman’s Song. Come al solito, ho lasciato qualche brano fuori dall’articolo, per non togliervi completamente il gusto della scoperta di un grandissimo album di rock, che va indubbiamente ascoltato dall’inizio alla fine, esultando perché grazie anche a Suzi Quatro il rock è vivo, evviva il rock!
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