Il consiglio musicale del mese: Tony Levin, Bringing it Down to the Bass. BlitzQuotidiano
Per il consiglio musicale del mese di ottobre, ho scelto un album relativamente nuovo: Bringing it Down to the Bass di Tony Levin. Non si tratta di una vera e propria novità, ma di un album pubblicato nel 2024, uno dei tanti album di ottima musica realizzati negli ultimi anni da artisti nuovi e veterani.
E questo è il caso di Tony Levin, a dir poco un veterano della scena musicale mondiale che, ad essere sinceri, spero non abbia bisogno di presentazioni. Nella sua lunghissima carriera, ha suonato il basso praticamente con tutti i grandi nomi del rock, del progressive, del pop, della fusion… Sicuramente è ricordato soprattutto per la sua lunga permanenza nei King Crimson, con i quali ha inciso quasi venti album, in studio e live, dal 1981 al 2024. Ma Tony Levin è stato anche per molto tempo il bassista di Peter Gabriel, con cui ha registrato quindici album, in studio e dal vivo, dal 1977 al 2023. E poi è stato membro fondatore dei Liquid Tension Experiment, oltre che leader degli Stick Men. Insieme a Markus Reuter, è stato uno dei principali promotori della diffusione di uno strumento innovativo, il Chapman Stick, inventato negli anni Settanta. Si tratta in breve di uno strumento elettrico a dieci o dodici corde, in genere accordate in modo da avere sullo stesso strumento sia il basso che la chitarra. Una delle tecniche per suonarlo coinvolge il tapping, sia con la mano destra che con la sinistra. Tra le innovazioni portate da Tony Levin nel mondo del basso elettrico, ci sono poi i “funky fingers”: in sostanza, delle bacchette di batteria modificate che si attaccano come prolunghe alle dita della mano destra del bassista, per ottenere un effetto più percussivo.
Insomma, Tony Levin, che quest’anno ha compiuto 80 anni, ha avuto una strepitosa carriera e sicuramente ha qualcosa da dire sul basso elettrico e sulla musica in generale. Bringing it Down to the Bass è però il suo primo album solista dopo quasi venti anni dall’uscita dell’ultimo lavoro firmato a suo nome, Stick Man del 2007. Il titolo lo dice chiaramente: si tratta di un album in cui il basso la fa da padrone. Ma non si tratta solo di basso, in tutte le sue forme. Bringing it Down to the Bass è un album fresco, innovativo, divertente, in grado di sfuggire alla definizione di un genere specifico, sorprendendo l’ascoltatore di brano in brano.
Give the Cello Some è la settima traccia dell’album, ed è un ottimo esempio di come la musica possa essere divertente, soprattutto quando i musicisti che la suonano sono grandi interpreti e si divertono loro stessi per primi. Qui Tony Levin suona anche il violoncello, in due brevi interventi all’inizio e alla fine, che interrompono l’andamento rock del brano per inserire Bach. Alle tastiere, come in molti brani di questo album, troviamo il fratello di Tony Levin, Pete, mentre alla batteria c’è Jerry Marotta.
Sì, perché in questo album troviamo anche un lunghissimo elenco di artisti importanti che hanno contribuito alla sua realizzazione: da Vinnie Colaiuta a Mike Portnoy, da Gary Husband a Markus Reuter e alla violoncellista Linnea Olsson, solo per citarne alcuni.
In Espressoville, troviamo di nuovo Pete Levin alle tastiere e Steve Gadd alla batteria. Il brano inizia e si chiude con il suono di una macchina del caffè moderna, incorporato dentro la musica. E se le parti di chitarra, fiati e tastiera possono far pensare a una sorta di fusion, l’incalzante groove della sezione ritmica àncora prepotentemente il brano in un ambito rock. Nel titolo, il gigante dei King Crimson inserisce un gioco, un riferimento a un suo precedente album, Double Espresso, pubblicato nel 2002.
Come abbiamo già accennato, Bringing it Down to the Bass è un album che trasuda del divertimento dei musicisti che ci suonano. E il divertimento, spesso, è contagioso. Mi sento di dire che si tratta di un album divertente anche per l’ascoltatore: questa è probabilmente la sua caratteristica più evidente e, sottolineerei, anche la più rara.
Nella setlist che compone l’album, troviamo brani strumentali e brani con testi recitati dallo stesso Tony Levin. Ma ci sono anche alcuni brani in cui il basso sparisce quasi del tutto, per far posto a una musica creata dall’armonizzazione delle sole voci, tutte sempre dello stesso Tony Levin.
On the Drums, penultima traccia dell’album, è probabilmente il divertissement più sbarazzino di questo lavoro. Qui il testo è costruito con il solo elenco di una quantità infinita di nomi di batteristi, quelli con cui Levin ha collaborato nella sua lunghissima carriera. Tutto il brano è eseguito a cappella, dalle sole voci, che a tratti sembrano richiamare, o forse omaggiare, Bohemian Rhapsody dei Queen.
Un’altra traccia dalla forte connotazione umoristica è Side B / Turn it Over, con un testo che parla appunto del momento in cui, finito il lato A di un vinile, è necessario alzarsi dalla poltrona per andare a girare il vinile. Questa descrizione alla fine diventa una riflessione sui nuovi inizi nella vita. Anche in questo caso, il brano è costruito a cappella, con le soli voci di Tony Levin armonizzate. Qui però si inserisce a un certo punto un intermezzo di assolo di basso di gran classe.
La title track è anche la traccia di inizio dell’intero album. Bringing it Down to the Bass è un brano strumentale vivace e allegro, se non addirittura divertente. È il brano che vede la maggior parte di musicisti coinvolti: dal solito Pete Levin a Manu Katché alla batteria, Dominic Miller alla chitarra, Alex Foster e Jay Collins ai sax e Chris Pasin alla tromba.
Tony Levin è famoso anche per l’abitudine di fotografare il pubblico dal palco durante i concerti. Con le foto di interi e lunghi tour, crea poi album fotografici che sono delle sorte di diari per immagini. Bringing it Down to the Bass è anche questo, ma con la musica al posto delle foto: un “diario sonoro” di un’intera carriera. All’interno dell’album, ritornano temi musicali da progetti passati. Gli stessi musicisti che suonano nell’album sono i compagni del viaggio musicale di Levin, come anche i bassi, contrabbassi e Chapman Stick che Tony Levin utilizza nei vari brani, passando volutamente da uno all’altro per coinvolgerli tutti nella realizzazione dell’album.
Una caratteristica dello stile di Tony Levin, particolarmente evidente nei suoi album solisti, è l’idea che il basso elettrico possa essere anche uno strumento melodico. È così che già in passato Levin ha inciso veri e propri inni, con melodie epiche eseguite proprio al basso. E in questo album, di nuovo, il basso elettrico si prende spesso la responsabilità anche delle parti melodiche.
In Floating in Dark Waters troviamo ancora Jerry Marotta impegnato alle percussioni, ma questa volta troviamo anche Robert Fripp, impegnato a creare i suoi “soundscapes”, gli iconici paesaggi sonori realizzati con i “frippertronics”. È proprio sullo sfondo acquoso di questi suoni che galleggiano le melodie del basso.
In Road Dogs, invece, un testo molto ritmico ci racconta della vita di strada dei musicisti in tour. Accanto al solito Pete Levin, qui troviamo Markus Reuter, che suona la chitarra e la touch guitar, uno strumento per molti versi simile al Chapman Stick.
Bringing it Down to the Bass è un album composto da una sequenza di quattordici brani. Qui io ve ne ho proposti solo alcuni, senza peraltro seguire l’ordine dell’album. Vi invito, ovviamente, ad ascoltare questo lavoro per intero, nella sequenza dei brani costruita da Tony Levin. Tenete presente, ad esempio, che tra i brani che ho omesso c’è un duetto di Levin con Vinnie Colaiuta, che davvero vale la pena ascoltare.
Nella mia esperienza, quando i grandi bassisti pubblicano album da solisti, si rischia spesso di rimanere delusi. Ma con Tony Levin questo non succede mai. Bringing it Down to the Bass non è solo un album di basso elettrico, e soprattutto non è un album per soli bassisti. Ciò nonostante, è senza dubbio un ottimo album per chi volesse avvicinarsi al mondo del basso elettrico, per conoscerne le ampie possibilità sonore. Qui si ascoltano bassi di ogni genere, forma e fattura e tecniche diverse e innovative: il basso a quattro corde, il fretless, il Chapman Stick, con le tecniche di tapping, accordi, funky fingers e via dicendo. E il basso è sempre, o quasi, l’indiscusso protagonista: crea il groove, ma sconfina anche nella creazione delle armonie e nell’ambito della melodia.
L’album contiene anche una dedica, quasi malinconica, a John Lennon e al suo sogno di pace: “I suoi occhiali così annuvolati, i suoi occhi così limpidi. Forse è di questo che hai bisogno per credere che la pace possa essere vicina… potrei scrivere il suo nome con il fuoco attraverso il cielo, ma è dentro la sua musica che io trovo i pezzi della sua anima che ha lasciato indietro”. Fire Cross the Sky è una traccia costruita con il solo Chapman Stick e la voce recitata di Tony Levin.
In Bungie Bass, invece, il basso di Tony Levin è accompagnato dalla batteria sempre sperimentale di Pat Mastellotto e dalla chitarra di David Tom, in uno strumentale energetico e quasi virtuosistico.
Per concludere questo rapido approfondimento di Bringing it Down to the Bass, vi propongo un brano strumentale in cui sono protagonisti il Chapman Stick e la tecnica del tapping, prima dell’arrivo delle melodie di basso finali. In Beyond the Bass Clef troviamo anche Gary Husband alle tastiere, L. Shankar al violino e Colin Gatwood all’oboe e al corno inglese.
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