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Il diavolo lo veste l’algoritmo: nel sequel del film iconico si parla troppo poco del vero killer del giornalismo

È uscito, ha incassato 233 milioni di dollari nel primo weekend globale, ha fatto commuovere chiunque amasse il film originale e ha riportato Meryl Streep nei panni di Miranda Priestly. Il diavolo veste Prada 2 è nelle sale italiane dal 29 aprile 2026, è il film più visto del momento, e parla di qualcosa di importante: la crisi dell’editoria, il crollo della carta stampata, le riviste patinate che perdono lettori e inserzionisti, i giornalisti licenziati in blocco, il potere che si sposta dai direttori agli investitori. Miranda Priestly, la donna che per anni ha fatto tremare il mondo della moda con un sussurro, si ritrova a dover mendicare fondi pubblicitari per tenere in vita Runway.

È un racconto potente e diecisamente attuale. Ma è anche un racconto parziale, e l’incompletezza non è un dettaglio marginale. Perché il film racconta la crisi dell’editoria senza nominare quasi mai il vero diavolo della storia. E qui non si parla dell’avvento del digitale come concetto astratto.

È qualcosa di molto più identificabile, e molto più pervasivo di qualsiasi personaggio che Hollywood abbia mai messo sullo schermo: si chiama algoritmo di Google, e da almeno dieci anni decide in modo silenzioso ma assoluto cosa può esistere sul web, chi può guadagnarci sopra e chi è condannato a scomparire.

Miranda Priestly non è mai stata così in basso. E sa perché

Miranda Priestly non è mai stata così in basso. E sa perché (blitzquotidiano.it)

Nel film, Miranda Priestly è una donna che ha perso il controllo. Il mondo editoriale che lei ha dominato per decenni le sta sfuggendo di mano, e la sceneggiatura attribuisce questa perdita soprattutto alla digitalizzazione, ai social, agli influencer, alla frammentazione dell’attenzione. Tutto corretto. Ma c’è una scena che il film non esplicita, che Hollywood non riesce ancora evidentemente a mettere sullo schermo perché è troppo prosaica per essere drammatizzata, troppo tecnica per essere recitata: la scena in cui il direttore editoriale di una rivista, grande o piccola, patinata o di nicchia, si siede davanti a un computer e chiede al suo team di contenuti di ottimizzare ogni articolo per i criteri di Google.

Eppure, questa è la scena che accade ogni giorno in ogni redazione del mondo occidentale. E quello che succede in quella riunione, e in tutte le riunioni che la precedono e la seguono, ha trasformato il giornalismo in modo molto più profondo di quanto qualsiasi crisi pubblicitaria abbia fatto da sola.

L’algoritmo che non si vede ma che decide tutto

Per capire bene il problema, diamo alcuni numeri. Google gestisce oltre il 90% delle ricerche web a livello globale. Questo significa che per la stragrande maggioranza delle persone nel mondo, trovare un articolo online equivale a cercarlo su Google. Se Google non lo mostra, l’articolo non esiste. Se Google lo mette in seconda o terza pagina, l’articolo non viene letto. Se Google penalizza un sito per ragioni algoritmiche, quella redazione perde il 70% del suo traffico nel giro di una manciata di giorni e con esso la maggior parte dei ricavi pubblicitari digitali.

Questa dipendenza assoluta ha prodotto una trasformazione del giornalismo che non ha precedenti storici, non perché sia la prima volta che un potere esterno influenza i media, ma perché non era mai successo in modo così tecnico, così capillare e così invisibile. Se infatti è vero che i governi che censurano i giornali sono identificabili, e gli inserzionisti che tolgono la pubblicità per protesta sono visibili, l‘algoritmo di Google è una scatola nera che cambia continuamente, che non si spiega e che non risponde a nessun tribunale e che ha di fatto il potere di vita e di morte su qualsiasi pubblicazione digitale.

Come Google ha riscritto le regole del giornalismo senza scriverle

La SEO, Search Engine Optimization, è la disciplina che si occupa di ottimizzare i contenuti per compiacere l’algoritmo di Google e ottenere posizioni alte nei risultati di ricerca. Tecnicamente è un insieme di pratiche che riguardano la struttura dei testi, la scelta delle parole chiave, la lunghezza degli articoli, la frequenza con cui certi termini vengono ripetuti, la velocità di caricamento delle pagine, la struttura dei titoli. In pratica è qualcosa di molto più grande: è un sistema che ha imposto alle redazioni di tutto il mondo di scrivere in modo compatibile con i criteri di un algoritmo invece di scrivere per i lettori.

Pensate a come si scrivono i titoli oggi, quasi tutti i titoli online. Contengono la parola chiave per cui si vuole essere trovati. Sono formulati in modo da rispondere a una domanda che qualcuno potrebbe digitare nella barra di ricerca. Usano strutture come come fare, cosa succede se, ecco perché, i migliori, quanto costa. Queste strutture non sono nate dall’istinto narrativo dei giornalisti ma dall’analisi di cosa cerca la gente su Google e da cosa Google premia nei suoi risultati.

Il titolo di questo stesso articolo, se fosse scritto seguendo solo la logica SEO, sarebbe qualcosa come crisi editoria Google algoritmo cosa succede, con tutte le parole chiave in fila e nessuna voce, nessuna prospettiva, nessuna provocazione. Questo è quello che l’algoritmo preferisce: prevedibile, chiaro, ottimizzato per la risposta rapida.

La standardizzazione del contenuto: quando gli articoli sembrano tutti uguali

La conseguenza più visibile e più devastante di questa dipendenza algoritmica è la progressiva standardizzazione del contenuto editoriale online. Chi segue il giornalismo digitale con attenzione sa già di cosa si parla. Sa che su qualsiasi grande sito di informazione si trovano gli stessi formati: le liste numerate, i paragrafi brevi, i titoli che ricalcano le domande degli utenti, gli articoli che iniziano sempre con un aggancio emotivo e finiscono con un invito esplicito a continuare a leggere o a iscriversi alla newsletter.

Sa che esistono lunghezze ottimali dichiarate dagli esperti di SEO, che esistono strutture di heading raccomandate, che esiste un intero ecosistema di strumenti che analizzano un testo e dicono se è sufficientemente ottimizzato per essere trovato.

Tutto questo ha un effetto diretto sulla qualità e sulla varietà del giornalismo. Quando si scrive per un algoritmo oltre che per un lettore, si tende a scegliere gli argomenti che hanno volume di ricerca elevato invece di quelli che hanno valore informativo elevato. Si scrive sulla vitamina D perché tanta gente la cerca, anche se l’ennesimo articolo sulla vitamina D non aggiunge nulla a quello che esiste già. Non si scrive sul piccolo comune siciliano che ha trovato un modo innovativo per gestire i rifiuti perché nessuno lo cerca, anche se quella storia vale molto di più della decima variante dell’articolo sui sintomi della gastrite.

Il film lo sfiora, e poi cambia argomento

Intendiamoci: il riferimento c’è. C’è una scena, nel film, in cui Andy Sachs scopre che i suoi articoli migliori non funzionano. Non perché siano sbagliati, non perché siano mal scritti, ma perché non fanno click. È il momento più onesto di tutto il film, quello in cui la sceneggiatura tocca il nervo vero della crisi editoriale invece di limitarsi a descriverne i sintomi. Per qualche minuto si sente che il racconto potrebbe andare davvero in profondità, che potrebbe nominare il meccanismo invece di aggirarlo.

E poi cambia argomento. La scena passa, il film torna ai suoi binari narrativi di potere e riscatto personale, e quella domanda, perché i click contano più della qualità e chi ha deciso che fosse così, rimane senza risposta. Andy viene celebrata come l’eroina morale della storia, quella che ha ragione mentre tutti gli altri si sono arresi. Ma il film non spiega mai davvero a cosa si sono arresi, e soprattutto non spiega chi ha costruito il sistema a cui ci si arrende. La crisi dell’editoria viene raccontata come se fosse una forza della natura, un cambiamento inevitabile davanti a cui non c’è altro da fare che adattarsi o scomparire. Il nome di chi questa forza l’ha costruita, e continua a gestirla, non compare mai.

Il paradosso del contenuto che non piace a Google ma piace alle persone

C’è un paradosso che chiunque lavori nell’editoria digitale conosce bene: spesso i pezzi migliori, quelli più originali, più profondi, più ricercati, sono quelli che Google fatica a indicizzare correttamente, perché non si prestano alla formula, non contengono le parole giuste nel posto giusto. Mentre i pezzi peggiori, quelli più meccanici, più prevedibili, ottengono facilmente visibilità perché sono esattamente quello che l’algoritmo si aspetta.

Questo crea un incentivo perverso che non richiede nessuna imposizione esplicita: le redazioni imparano spontaneamente a produrre quello che funziona, cioè quello che Google premia, e a produrre sempre meno di quello che non funziona algoritmicamente anche se ha valore giornalistico.

Miranda Priestly, nel film, è costretta a cedere alle pressioni degli investitori. Ma in una versione più fedele alla realtà del 2026, Miranda Priestly dovrebbe anche cedere alle pressioni di un algoritmo che le dice quali storie raccontare, con quale struttura, con quali parole, in quale formato, e che la penalizza ogni volta che prova a fare qualcosa di diverso.

Il diavolo veste Prada 2 e la crisi che non riesce a nominare

Il film è onesto nel riconoscere che il sistema editoriale è in crisi. È meno onesto, o forse semplicemente inconsapevole, nell’analizzarne le cause con la precisione che la situazione richiederebbe. La crisi dell’editoria non è solo la conseguenza naturale della digitalizzazione, come se il digitale fosse una forza della natura davanti a cui non ci fosse altra scelta che adattarsi. È in parte il risultato di scelte precise di un numero limitato di aziende tecnologiche che hanno acquisito un potere di intermediazione sul mercato dell’informazione che non ha precedenti storici.

Google non ha solo costruito il motore di ricerca più usato al mondo. Ha costruito anche il principale sistema di distribuzione della pubblicità digitale, il che significa che decide non solo chi viene trovato ma anche chi viene pagato per essere trovato, e quanto. Una redazione che dipende da Google per il traffico e da Google AdSense per i ricavi pubblicitari ha di fatto consegnato le chiavi della sua sostenibilità economica alla stessa azienda che detta le regole su come deve scrivere.

Questo non significa che Google sia il male assoluto, né che l’algoritmo sia progettato con intenzioni malevole nei confronti del giornalismo. Ma significa che una concentrazione di potere così assoluta su un settore così cruciale per la democrazia merita di essere nominata, analizzata e discussa pubblicamente con molto più coraggio di quanto Il diavolo veste Prada 2, e il dibattito mainstream sulla crisi dei media, stiano facendo.

Cosa sopravvive quando l’algoritmo decide tutto

La domanda finale, quella che il film non riesce a formulare con chiarezza ma che è la più urgente, è cosa sopravvive di un sistema editoriale che è stato ottimizzato per compiacere un algoritmo invece di servire i lettori. Sopravvivono i formati, le strutture, le liste, i titoli a domanda e risposta. Ma si perde qualcosa di più difficile da misurare e da ottimizzare: la voce, la prospettiva, la capacità di sorprendere, di disturbare, di raccontare quello che nessuno stava cercando ma di cui tutti avevano bisogno.

Il vero diavolo della storia non indossa Prada. Veste codice. E probabilmente ha già deciso se questo articolo merita di essere letto.

Questo articolo è un’analisi editoriale e di costume. Le opinioni espresse riflettono una prospettiva critica sul rapporto tra algoritmi di ricerca e industria editoriale.

Published by
Claudia Montanari