Il flauto nel rock: Genesis, Delirium, Traffic... Blitz Quotidiano. Foto ANSA
Quando pensiamo al rock, in tutte le sue forme e in tutti i suoi generi, pensiamo di solito a chitarre distorte, batterie, bassi, magari tastiere… Eppure, come abbiamo già visto in diverse occasioni, la storia del rock è costellata dall’utilizzo di strumenti normalmente associati a musiche al di fuori della tradizione del rock. Il flauto nel rock è una di queste anomalie.
Il flauto non è uno strumento, ma mille strumenti. È una categoria di strumenti a fiato che include una miriade di sottocategorie, spesso molto diverse fra loro: dall’ottavino al flauto barocco, ogni variante del flauto ha le sue caratteristiche specifiche. Negli anni Settanta, il periodo in cui i flauti entrano di prepotenza nella storia del rock, sono principalmente il flauto traverso e il flauto dolce a conquistarsi un posto negli ensemble delle band che suonano rock. I flauti più legati a una tradizione folk, dal flauto di pan al whistle irlandese, sono stati probabilmente gli apripista per questa pacifica invasione dello spettro timbrico nella musica rock. Ma il panorama qui si fa talmente vasto da andare oltre i limiti di questo articolo: il flauto della musica irlandese e della musica folk in generale meriterebbe una trattazione a parte e non rientrerà nei discorsi e negli esempi che seguono.
Al di là degli esempi più ovvi che a molti di voi saranno già venuti in mente, la presenza del flauto nel rock è talmente capillare e importante, da rendere necessario qualche altro criterio di selezione le scelte di questo articolo. Moltissimi sono i casi di singoli brani che contengono parti di flauto, spesso importanti e caratterizzanti. Ma qui mi concentrerò principalmente sugli album in cui il flauto è presente in più brani e sulle band che hanno inserito il flauto in pianta stabile come strumento e timbro che ne caratterizza il sound.
Così, esempi famosi come Stairway to Heaven dei Led Zeppelin, pubblicata nel 1971 nell’album Led Zeppelin IV, rimarranno necessariamente fuori dall’elenco che segue. Qui il flauto dolce è suonato dal bassista John Paul Jones. Allo stesso modo, non troverete neanche Moondance di Van Morrison, title track dell’album uscito nel 1970, in cui il flauto è suonato da Collin Tilton, che su altre tracce suona il sax.
Sì, perché molto spesso chi suona il flauto nel rock è un polistrumentista, che su altri brani suona uno strumento differente: spesso si tratta di altri strumenti a fiato, come i sax, a volte le tastiere, più raramente uno strumento a corde e, nei casi probabilmente più famosi, si tratta del cantante della band.
Un esempio forse al limite con la musica folk, ma talmente importante per la storia del flauto nel rock da meritare almeno una menzione, è Going Up the Country dei Canned Heat, inclusa in Living the Blues del 1968. Si tratta di un adattamento di un blues di Henry Thomas degli anni Venti, che nella versione dei Canned Heat diventa un vero e proprio inno hippie. Quando veniva eseguita dal vivo, la parte di flauto era suonata dal cantante Bob Hite, mentre la registrazione era stata eseguita da Jim Horn, sassofonista e session man che suonava diversi strumenti a fiato.
Ma ci sono diversi esempi anche più recenti di flauto nel rock. Nel 1982, uno dei brani di punta dell’album Business As Usual degli australiani Men at Work era Down Under, caratterizzato proprio dalla presenza del nostro strumento a fiato, suonato stavolta dal tastierista e sassofonista della band Greg Ham.
Il genere rock dove si trovano più esempi di utilizzo del flauto è senza dubbio il progressive, in particolare tra la fine degli anni Sessanta e tutto il decennio successivo. In questo periodo, molte band progressive avevano un musicista in pianta stabile che si dedicava al flauto, come strumento principale o anche solo qualche volta. Il flauto divenne il timbro caratterizzante di tanta musica prog e di tante band dell’epoca. Nei Van der Graaf Generator, ad esempio, David Jackson aveva un ruolo fondamentale nel caratterizzare il sound della band, sia quando suonava i sax che quando, di tanto in tanto, si cimentava con il flauto traverso: Refugees, tratta da The Least We Can Do is Wave to Each Other del 1970, ne è un esempio perfetto. Anche i Gentle Giant inserirono il flauto saltuariamente, ma in diverse occasioni. La band era composta da incredibili polistrumentisti, e le parti di flauto venivano divise fra tutti e tre i fratelli Shulman.
In tempi più recenti, e in ambiti musicali insospettabili, che si allontanano dal progressive rock classico, ritroviamo il flauto nel 2005 in due tracce dell’album Octavarium dei Dream Theater, album registrato con una vera e propria orchestra, in cui il flauto è suonato da Pamela Sklar.
La storia del flauto nel rock passa inevitabilmente per i grandi interpreti dello strumento, che come abbiamo visto sono spesso specializzati anche in altri strumenti. Theo Travis è indubbiamente uno di questi. Di estrazione jazz, Travis è stato, tra le altre sue collaborazioni, sassofonista e flautista nei Gong, ha collaborato con Robert Fripp e in più occasioni anche con Steven Wilson. Nell’album The Raven That Refused to Sing (And Other Stories), pubblicato da Wilson nel 2013, il flauto di Theo Travis è presente in molti brani.
Il flauto è molto più presente di quanto si possa immaginare nella storia del rock, in particolare nel progressive degli anni Settanta. La selezione fatta in questo articolo, quindi, è necessariamente molto ridotta rispetto all’entità del fenomeno. In questo paragrafo ho cercato di includere gli album e le band principali che non hanno trovato spazio nell’elenco che segue, ma in cui il flauto ha un ruolo molto importante.
I King Crimson, soprattutto nella loro prima formazione, riservavano un ruolo davvero centrale al suono del flauto. Ascoltate ad esempio l’album di esordio, In the Court of the Crimson King del 1969, dove il flauto suonato dal sassofonista e tastierista Ian McDonald è spesso centrale nella costruzione del tessuto musicale.
Il flauto caratterizza molto anche il sound del Canterbury. Tanto per fare alcuni esempi, In the Land of Grey and Pink dei Caravan, uscito nel 1971, Mirage del 1974 e Moonmadness del 1976 dei Camel, Of Queues and Clues dei National Health, pubblicato nel 1978, e Rotters’ Club degli Hatfield and the North, uscito nel 1975 e che include la meravigliosa Didn’t Matter Anyway: tutti questi album sono fortemente caratterizzati dalla continua presenza del flauto, in genere traverso. Quando però queste band suonavano dal vivo, a seconda delle formazioni con cui si presentavano, trasferivano spesso le parti di flauto alle tastiere.
Nel variegato mondo del prog degli anni Settanta, i britannici Gryphon si ritagliarono un posto speciale. Nati nel 1971, erano noti per l’utilizzo di strumenti poco legati alla tradizione del rock e inserivano nella loro musica elementi di musica medievale, rinascimentale e folk. Le parti di flauto venivano eseguite da diversi componenti della band, tutti polistrumentisti. Ascoltate Red Queen to Gryphon Three del 1974: un album incentrato sul racconto di una partita di scacchi, spesso caratterizzato dal timbro del flauto.
Anche in Italia gli esempi di band che includevano un flauto come elemento stabile e caratterizzante non mancano affatto. Dei New Trolls vi consiglio caldamente, soprattutto se non li conoscete, l’ascolto di Concerto grosso per i New Trolls del 1971 e di Searching for a Land del 1972. Qui il flauto è suonato dal cantante e chitarrista Vittorio De Scalzi. I Biglietto per l’inferno sono un altro ottimo esempio di prog italiano in cui il flauto la fa da padrone: ascoltate ad esempio l’album eponimo del 1974, in cui il flauto è suonato dal cantante Claudio Canali. E come potrei non citare anche la PFM? Nel loro L’isola di niente del 1974, il flauto, suonato dal cantante e polistrumentista Mauro Pagani, è un timbro molto presente.
Anche al di fuori dell’ambito strettamente prog, però, ci sono esempi importanti e anche famosi di utilizzo del flauto nel mondo del rock. Uno dei più celebri è probabilmente Nights in White Satin dei Moody Blues, brano contenuto nell’album Days of Future Passed del 1967. Ray Thomas era un membro fisso della band: oltre al flauto, suonava l’armonica, cantava e suonava le percussioni.
La psichedelia è un altro ambito, spesso legato al prog, in cui il flauto ha avuto un ruolo importante. Gli Hawkwind hanno utilizzato spesso il flauto, suonato dal sassofonista Nik Turner, anche se a volte si fa fatica a riconoscerne il timbro, alterato da effetti e delay, nel delirio di elettronica e tastiere che caratterizza molta musica della band. Ascoltate ad esempio l’album Warrior at the Edge of Time del 1975. Un discorso analogo vale anche per gli Ozric Tentacles, in cui il flauto è sempre rimasto uno strumento presente e centrale nella band, di solito processato attraverso degli effetti. Nella formazione originale era John Egan a suonare il flauto, mentre in anni più recenti il ruolo è passato a Saskia Maxwell.
E parlando di tempi recenti, vale la pena citare anche i King Gizzard and the Lizard Wizard, che pure fanno uso del flauto, anche se saltuariamente. In particolare, nell’album Paper Maché Dream Balloon del 2015, si tratta di un timbro ricorrente e centrale. Anche gli Ayreon hanno utilizzato il flauto, in particolare in The Human Equation del 2004: qui al flauto si alternano John McManus e Jeroen Goossens. Addirittura del 2024 è Of the Last Human Being del gruppo sperimentale Sleepytime Gorilla Museum, spesso caratterizzato dall’utilizzo di strumenti non convenzionali. Qui il flauto è particolarmente importante in Salamander in Two Worlds.
Per concludere, torniamo in Italia. Sì, perché anche da noi il flauto ha una grande presenza anche al di fuori dell’ambito prog. Vi segnalo, in particolare, le parti di flauto suonate da Michela Calabrese in due brani di Anime salve, album del 1996 di Fabrizio De André: Dolcenera e Le acciughe fanno il pallone.
Non si può parlare di flauto nel rock senza pensare a Ian Anderson, fondatore, leader, cantante, polistrumentista e soprattutto iconico flautista dei Jethro Tull. Fin dall’album di esordio, This Was del 1968, i Jethro Tull si sono sempre identificati nell’immagine del loro menestrello che brandisce il suo flauto come una bacchetta magica, fino ai giorni nostri. Aqualung, pubblicato nel 1971, è uno dei loro album più rappresentativi. La title track, insieme a Locomotive Breath, è tra i brani più ovvi e famosi dell’album, ma io ho scelto di proporvi Cross Eyed Mary, seconda traccia di Aqualung, nel video eseguita dal vivo.
Altra band in cui il flauto riveste un ruolo imprescindibile sono gli olandesi Focus, capitanati dal chitarrista Jan Akkerman e dal tastierista, cantante e flautista Thijs van Leer. Si potrebbero scegliere moltissimi brani della loro produzione a dimostrazione di questa affermazione. House of the Kings è tratto dalla riedizione del 1971 del loro album di esordio Focus Play Focus dell’anno precedente: in questa riedizione viene inclusa la traccia che vi propongo nel video e il titolo dell’album viene cambiato in In and Out of Focus.
I più attenti di voi ci avranno già pensato, ma per molti invece non è scontato associare i Genesis al flauto. Parliamo ovviamente dei Genesis del primo periodo, della fase con Peter Gabriel, per capirci. Sì, perché era proprio Peter Gabriel a cimentarsi con il flauto traverso in molte composizioni dei Genesis. Dal momento che Gabriel era anche il cantante, spesso le parti di flauto si trovavano in parti strumentali, contribuendo molto al cambio di atmosfera. Le melodie di flauto sono però sempre molto caratterizzanti dei brani. Selling England by the Pound è un dei Genesis, del 1973, e Firth of Fifth è uno dei brani più rappresentativi.
A proposito di personaggi che hanno costruito la fortuna del flauto nel rock, il fratello minore di Steve Hackett dei Genesis è un noto flautista e polistrumentista. John Hackett ha contribuito, in particolare con il suo flauto, a molti progetti prog, collaborando con Steve Hackett in più occasioni dagli anni Settanta fino a tempi molto recenti, e incidendo anche per gli italiani Ellesmere nell’album Wyrd del 2020. Ha anche messo su una sua band, la John Hackett Band, con la quale ha inciso We Are Not Alone nel 2017. La traccia di chiusura dell’album era Winds of Change.
Il flauto nel rock non è solo un ricordo nostalgico delle sonorità del progressive anni Settanta. Gli Anglagard sono una band prog svedese fondata nel 1991 e caratterizzata fin dagli esordi dalla forte presenza del flauto di Anna Holmgren. La loro musica si ispira ai King Crimson quanto ai Van der Graaf Generator, ma riesce sempre a rimanere originale. Hybris è il loro primo album, uscito nel 1992. Jordrok è la traccia di apertura.
I Big Big Train sono un gruppo prog britannico attivo dal 1990. Tra i fondatori della band c’era David Longdon, cantante, tastierista, chitarrista e flautista dei Big Big Train fino alla sua morte nel 2021. Dal 2022 è stato sostituito alla voce dall’italiano Alberto Bravin, che suona anche le tastiere ma non il flauto. English Electric Part One è l’album inciso dalla band nel 2012, dal quale è tratta Judas Unrepentant.
I Solaris sono un gruppo ungherese fondato nel 1980, caratterizzato da un grande uso di elettronica e dal flauto di Attila Kollàr. In genere vengono anche loro associati al panorama progressive, anche se con una spiccata predilezione per temi fantascientifici. Il loro Martian Chronicles, uscito nel 1984, si ispirava a un romanzo di fantascienza di Bradbury. M’ars Poetica era il brano che apriva il secondo lato del vinile, nel video proposto in un’esecuzione dal vivo.
Approdiamo in Italia, dove il flauto, come abbiamo visto, è di casa in molte produzioni, soprattutto nell’ambiente prog degli anni Settanta. I napoletani Osanna esordirono nel 1971 con l’album L’uomo. Da allora in poi, la band guidata da Lino Vairetti è sempre stata caratterizzata dal suono di un flauto: originariamente quello di Elio D’Anna, fino al 1975, in tempi recenti invece quello di David Jackson, a partire dal 2007. La title track dell’album di esordio ha una parte di flauto a dir poco memorabile.
Ancora in Italia, ma questa volta a Genova, patria negli anni Settanta di tanti gruppi di rock progressive. I Delirium erano un gruppo di hippie in cui, dal 1970 al 1972, militò Ivano Fossati, alla voce e al flauto. Molti dei successi di quegli anni sono ancora nella memoria di molti, tutti caratterizzati da bellissime parti di flauto. Un esempio fra i tanti è Jesahel, traccia di chisura dell’album di esordio Dolce acqua del 1971.
Uscendo un po’ dal terreno del progressive puro, anche tanta psichedelia ha fatto del flauto uno strumento fondamentale. I Gong forse più di tutti: nonostante i tanti cambi di formazione nei loro quasi sessanta anni di attività, c’è sempre stato un flautista e sassofonista, a volte anche due. Da Didier Malherbe a Theo Travis a Ian East, il timbro del flauto si può ritrovare in diverse composizioni dei Gong. Angel’s Egg, uscito nel 1973, è forse l’album che ne contiene di più. Addirittura, contiene una traccia intitolata Flute Salad, che fa da introduzione a Oily Way. Nel video, una esecuzione dal vivo di Oily Way, introdotta da un breve passaggio di flauto, e seguita da Inner Temple e Outer Temple.
Per concludere, un altro album di una band che gravita al di fuori dell’ambito del progressive in senso stretto. I Traffic di Steve Winwood sono sempre stati caratterizzati dal suono del flauto di Chris Wood, che suonava anche il sax. La title track del loro album del 1970, John Barleycorn Must Die, è forse la traccia più iconica della band.
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