Invecchiamento, cosa può davvero rallentarlo? Il nuovo studio mette alla prova dieta, sport e integratori (blitzquotidiano.it)
Possiamo davvero rallentare l’invecchiamento biologico? È una delle domande più affascinanti della ricerca sulla longevità, ma anche una delle più sfruttate dal mercato degli integratori e dei prodotti anti-age. Tra capsule, vitamine, sostanze antiossidanti e formule presentate come capaci di “ringiovanire” l’organismo, distinguere ciò che ha basi scientifiche da ciò che è soprattutto marketing non è sempre semplice.
Ora un nuovo studio pubblicato su Nature Medicine prova a fare un po’ di chiarezza, mettendo a confronto numerosi interventi che vengono studiati proprio per capire se possano modificare alcuni indicatori dell’invecchiamento biologico.
E il risultato è interessante: dieta ed esercizio fisico mostrano segnali favorevoli, alcuni farmaci producono effetti ancora più marcati sui biomarcatori analizzati, mentre per gli integratori le evidenze risultano limitate e incoerenti.
Ma questo non significa che gli integratori siano “inutili” né, soprattutto, che sia stato dimostrato che determinati farmaci possano allungare la vita delle persone sane. Il punto dello studio è più preciso e riguarda il modo in cui alcuni interventi modificano i cosiddetti orologi epigenetici.
L’età che leggiamo sulla carta d’identità non racconta necessariamente quanto “vecchio” sia il nostro organismo.
Due persone della stessa età cronologica possono infatti avere condizioni metaboliche, cardiovascolari e fisiologiche molto diverse. Per questo la ricerca sull’invecchiamento studia da anni il concetto di età biologica, cioè una serie di indicatori che cercano di descrivere lo stato fisiologico dell’organismo.
Tra questi ci sono gli orologi epigenetici, strumenti che analizzano particolari modificazioni del DNA, tra cui la metilazione.
In termini molto semplici, la metilazione può modificare il modo in cui determinati geni vengono regolati senza cambiare la sequenza del DNA. Con il passare degli anni questi segnali cambiano e alcuni modelli possono essere utilizzati per costruire biomarcatori associati all’età biologica.
Il problema è che un biomarcatore che cambia non equivale automaticamente a una persona che sta invecchiando più lentamente. Ed è proprio questa una delle questioni centrali affrontate dal nuovo studio.
Il lavoro, pubblicato il 21 agosto 2026 su Nature Medicine, ha creato un database chiamato TranslAGE, raccogliendo e armonizzando dati provenienti da 51 studi longitudinali di intervento condotti nell’uomo.
In totale sono stati analizzati 3.128 campioni, sui quali i ricercatori hanno calcolato 16 diversi orologi epigenetici e altri 94 biomarcatori basati sulla metilazione del DNA.
L’obiettivo era capire quali interventi mostrassero una risposta più consistente nei diversi indicatori di invecchiamento biologico. Gli interventi comprendevano diverse categorie: alimentazione, attività fisica, farmaci, integratori e alcune procedure mediche.
È quindi uno studio particolarmente interessante perché non si concentra su una singola sostanza o su un solo tipo di dieta, ma cerca di mettere a confronto approcci molto diversi utilizzando lo stesso pannello di biomarcatori.
Tra gli interventi sullo stile di vita, alimentazione ed esercizio fisico hanno mostrato segnali di riduzione dell’età epigenetica. I ricercatori hanno incluso diversi modelli alimentari, tra cui dieta mediterranea, dieta a basso contenuto di grassi, dieta a basso contenuto di carboidrati, dieta vegana e altri interventi di restrizione calorica o digiuno intermittente.
In particolare, differenti versioni della dieta mediterranea hanno prodotto cambiamenti coerenti in alcuni biomarcatori epigenetici.
Anche l’attività fisica rientrava tra gli interventi associati a modificazioni favorevoli.
Il dato è interessante soprattutto perché non suggerisce l’esistenza di una singola “dieta anti-aging” miracolosa. Piuttosto, rafforza l’idea che diversi interventi sullo stile di vita possano influenzare alcuni processi biologici collegati all’invecchiamento.
È probabilmente il risultato che farà più discutere. Nel confronto effettuato dai ricercatori, la categoria degli integratori non ha mostrato lo stesso livello di evidenza osservato per gli interventi farmacologici e, in generale, i risultati sono stati limitati e incoerenti.
Questo è particolarmente importante perché il mercato degli integratori “anti-aging” è enorme e propone numerose sostanze come strumenti per contrastare l’invecchiamento biologico.
Ma attenzione: il risultato dello studio non significa che tutti gli integratori siano inutili.
Gli integratori possono avere un ruolo quando esiste una carenza nutrizionale o una specifica necessità clinica. Quello che emerge dal lavoro è un’altra cosa: non ci sono, in questi dati, prove solide e coerenti che gli integratori analizzati rallentino in modo generalizzato l’invecchiamento biologico.
Un esempio particolarmente interessante emerge proprio dall’analisi degli studi sugli integratori. I ricercatori osservano che alcuni interventi potevano modificare determinati biomarcatori, ma senza una direzione sufficientemente coerente tra i diversi orologi epigenetici.
In altre parole, non basta trovare “un biomarcatore che migliora” per poter parlare di effetto anti-aging.
La categoria che ha prodotto mediamente i cambiamenti più marcati sui biomarcatori epigenetici è stata quella farmacologica. Tra gli interventi analizzati figuravano, tra gli altri, metformina, semaglutide e terapie anti-TNF, utilizzate in contesti clinici differenti.
Nel complesso, gli interventi farmacologici hanno prodotto effetti medi più grandi rispetto alle altre categorie considerate. Lo studio segnala, per esempio, risposte consistenti per alcuni biomarcatori in seguito a trattamenti farmacologici.
Questo risultato potrebbe sembrare sorprendente, soprattutto considerando l’interesse crescente per farmaci come la semaglutide anche nel campo della longevità.
Ma sarebbe sbagliato concludere che metformina o semaglutide siano farmaci anti-invecchiamento.
Molti degli studi inclusi riguardavano infatti persone con specifiche condizioni di salute. Un miglioramento dell’età epigenetica potrebbe quindi riflettere anche il miglioramento della malattia, dell’infiammazione o della salute metabolica. È una distinzione fondamentale.
Gli autori stessi invitano a non interpretare questi risultati come una raccomandazione a utilizzare farmaci nelle persone sane con l’obiettivo di rallentare l’invecchiamento.
La risposta osservata nei biomarcatori può essere infatti legata alla condizione di partenza delle persone coinvolte negli studi.
Il lavoro ha trovato che lo stato di salute della popolazione studiata influenza significativamente la risposta dei biomarcatori e che alcuni cambiamenti erano più marcati negli studi condotti su persone con patologie rispetto a quelli condotti su persone sane.
Questo rende ancora più delicato parlare di “farmaci anti-aging”. Un farmaco che migliora una condizione patologica e, contemporaneamente, modifica un biomarcatore associato all’invecchiamento non è necessariamente un farmaco capace di rallentare l’invecchiamento in una persona sana.
Qui arriva il principale limite dello studio. Gli orologi epigenetici sono strumenti di ricerca molto promettenti, ma non sono ancora una sorta di cronometro universale della vita umana.
I ricercatori sottolineano che questi biomarcatori possono essere utili perché consentono di osservare cambiamenti biologici in tempi molto più brevi rispetto agli studi che dovrebbero seguire le persone per decenni e misurare eventi come malattie, disabilità o morte.
Ma resta da dimostrare fino a che punto una modifica dell’età epigenetica si traduca effettivamente in più anni vissuti in buona salute. È questa la differenza tra modificare un biomarcatore e dimostrare di aver rallentato l’invecchiamento.
La conclusione più interessante dello studio è forse proprio la meno spettacolare. Non emerge una pillola capace di fermare l’orologio biologico e non emerge nemmeno un singolo integratore che possa essere considerato una soluzione universale.
Le evidenze più solide continuano a sostenere interventi molto meno “sexy” rispetto al mercato della longevità: non fumare, fare attività fisica regolare, seguire un’alimentazione equilibrata, dormire a sufficienza e controllare i principali fattori di rischio cardiovascolare e metabolico.
Pressione arteriosa, colesterolo e diabete, quando presenti, devono essere inoltre adeguatamente controllati.
Il nuovo studio non dimostra che queste abitudini possano farci vivere più a lungo in maniera diretta attraverso gli orologi epigenetici. Mostra però che dieta ed esercizio sono tra gli interventi sullo stile di vita che hanno prodotto risposte favorevoli nei biomarcatori analizzati.