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Le cover più ardite dei Clash: Chumbawamba, Living Colour, Annie Lennox…

I Clash sono stati una delle band più importanti della scena musicale tra la fine degli anni Settanta e gli anni Ottanta. Bandiera del punk britannico, il gruppo è stato fondamentale non solo in ambito strettamente musicale, ma anche nella formazione culturale di un’intera generazione. L’influenza dei Clash è andata da subito ben oltre i confini nazionali e il genere musicale. Così oggi, nella nostra ricerca delle cover più ardite dei Clash, abbiamo decisamente l’imbarazzo della scelta.

I Clash esordirono nel 1977 con l’album The Clash. E già nel loro debutto discografico inserirono un brano scritto da due artisti giamaicani, Junior Marvin e Lee Perry, Police & Thieves. Il legame della band con la musica giamaicana, il reggae e il dub era dichiarato da subito, così come il ruolo del gruppo come una sorta di amplificatore per le cause e le voci che meritavano di essere sentite ma non trovavano molti sbocchi. Ovviamente, una simile vicinanza e affinità musicale non poteva essere a senso unico. Infatti, tra le compilation tributo alla produzione dei Clash, si trovano molti album reggae e dub. Tra questi, vale la pena segnalare The Clash Goes Jamaican del 2013 e Shatter the Hotel: A Dub Inspierd Tribute to Joe Strummer: entrambi questi album contengono cover piuttosto ardite e interessanti. Rimanendo in ambito reggae, vi segnalo la cover di Straight to Hell registrata da Horace Andy per la compilation tributo del 2017 intitolata appunto Straight to Hell.

Ma i Clash hanno avuto un ruolo fondamentale anche sullo sviluppo della scena rockabilly, influenzando praticamente tutte le band che ne facevano parte. Nel 2003, è stata pubblicata la compilation tributo This is Rockabilly Clash, anch’essa meritevole di menzione quanto a cover ardite.

Un’altra compilation tributo degna di nota è Burning London – The Clash Tribute, uscita nel 1999. Sì, perché l’influenza dei Clash ha ampiamente travalicato i confini del punk, del rockabilly, del reggae. Moltissimi sono i nomi importanti, anche di altri generi, che hanno dedicato un tributo a Joe Strummer e compagni. Ad esempio, gli Hot Tuna, con la loro versione del 1992 di Bankrobber, o gli Strokes, che nel 2004 hanno eseguito dal vivo Clampdown. La stessa Clampdown la troviamo anche in un live del 2016 dei Metallica. Nel 2007, Katrina Leskanich, che forse ricorderete come la cantante della band Katrina and the Waves, pubblicò una sua versione di Hitsville in UK, mentre Steve Wynn è fra i tanti artisti coinvolti nella pubblicazione di The Sandinista Project del 2007, altra compilation tributo a cui ha contribuito con If Music Could Talk. Di Train in Vain esistono versioni dei Manic Street Preachers del 1999 e di Kirsty MacColl dal vivo nel 1991 insieme a Billy Bragg.

Non c’è praticamente musicista punk che non abbia reinterpretato una canzone dei Clash e, per quanto possa sembrare strano, alcune sono anche piuttosto ardite, come la versione dal vivo di Should I Stay or Should I Go? pubblicata dagli Anti-Flag nel loro Complete Control Sessions del 2011, o quella di White Riot ad opera degli Sham 69 uscita in Live and Loud!!!: Official Bootleg del 1988. Per non parlare dei Pogues, che con Joe Strummer hanno collaborato e suonato dal vivo: memorabile è la loro London Calling da un live del 1993.

Come avrete certamente notato, in questo primo elenco compaiono artisti inglesi, americani, australiani, insomma di ogni parte del mondo. I Clash, in effetti, hanno contribuito alla circolazione di idee, informazioni, cultura in ogni parte del globo, in un’epoca in cui certamente non si poteva fare affidamento su internet. Anche qui da noi, in Italia, hanno lasciato un segno profondo, che si riflette anche nei tributi di diversi artisti. Primi fra tutti i Gang, che li citano in maniera esplicita nella loro Bandito senza tempo, nel verso “Ora ha una nuova banda e un fazzoletto rosso e nero, quando attacca I Fought the Law, fa saltare il mondo intero”. Una tradizione ormai di diversi anni dei concerti dei Gang è proprio di concludersi con la loro versione di I Fought the Law, originariamente di Sonny Curtis, ma celebre nella interpretazione dei Clash, spesso facendo salire sul palco una gran quantità di persone dal pubblico. Ma anche Enrico Ruggeri ha dedicato un tributo ai Clash, pubblicando una cover di The Guns of Brixton nel suo Punk prima di te del 2004.

Insomma, come dicevano i poster che annunciavano i concerti dei Clash, loro sono stati “l’unica band che conta”.

Menzioni speciali

Se dovessimo stilare un elenco degli artisti che hanno inciso o realizzato almeno una cover dei Clash, sarebbe probabilmente un po’ come compilare l’elenco del telefono di una grande metropoli! E quasi sicuramente troveremmo moltissime valide cover ardite. Se siete professionalmente interessati alla cosa, vi esorto ad approfondire questa ricerca. Ma per tutti gli altri, voglio rassicurarvi: in questo articolo troverete solo una rapida carrellata di alcune, sceltissime, cover ardite e ben riuscite dei Clash.

Uno dei brani più famosi e reinterpretati dei Clash è senza dubbio Should I Stay or Should I Go?, pubblicato nel 1982 all’interno di Combat Rock. Tra le tante cover ardite, alcune meritano assolutamente una menzione speciale. I Picketts ne hanno pubblicato una loro versione nel 1996, nell’album Euphonium. Ma due delle cover più ardite del brano sono state realizzate da due band che sono assidue frequentatrici di questi articoli sulle cover ardite: gli italiani Sugarpie and the Candymen con la loro versione swing del 2009, inclusa nell’album che porta il nome della band, e gli Scary Pockets, che nel 2023 ne hanno inciso una trasposizione in chiave funk, pubblicata su Youtube con tanto di video.

Anche The Guns of Brixton, tratta da London Calling del 1979, vanta numerose reinterpretazioni che si distinguono dall’originale dei Clash. In particolare, vi segnalo la cover dei Dropkick Murphys, che hanno spesso reinterpretato brani dei Clash: la loro versione di The Guns of Brixton è stata pubblicata nella compilation tributo City Rockers – A Tribute to The Clash del 1999, ma i Dropkick Murphys la eseguivano dal vivo già dal 1997. Degna di menzione anche la versione registrata dai Radici nel cemento nel 1998 con la partecipazione di Laurel Aitken e uscita come singolo. Vale la pena citare anche la cover degli Inner Terrestrials pubblicata come singolo nel 2003.

Le Indigo Girls, un duo folk rock americano, ha invece inciso un’interessante reinterpretazione di Clampdown, pubblicata nel 1999 nella compilation tributo Burning London: The Clash Tribute, e in seguito inclusa nell’album Rarities del 2005. Gli Honeydrippers ne hanno invece registrato una versione rockabilly per la compilation tributo This is Rockabilly Clash del 2003.

Dalla compilation tributo Shatter the Hotel: A Dub Inspired Tribute to Joe Strummer del 2009, vi segnalo l’ottima versione di White Riot ad opera dei Dub Antenna. Nella stessa compilation, troviamo anche una London Calling rivisitata in maniera interessante dai Dubmatix. Di London Calling vi segnalo anche la cover di Bruce Springsteen dal vivo, pubblicata in Live in Hyde Park del 2009, quella di Smith & Myers incisa per il loro Acoustic Sessions, Part 1 del 2014, e quella bluegrass degli Hayseed Dixie, anche loro frequentatori assidui di questa rubrica, uscita nel 2013 nel loro Grasswhoopin’ Party Pack, Vol. 1.

Nella compilation tributo Burning London: The Clash Tribute, uscita nel 1999, spiccano la cover dei No Doubt di Hateful e quella degli Afghan Whigs di Lost in the Supermarket, in cui si insinua Stand By Me sul finale.

The Valkyrians hanno inciso una interessante versione di Career Opportunities nel loro Punkrocksteady del 2011, mentre Death or Glory è stata la scelta di Jesse Malin, che nell’album The Heat del 2004 ne realizza una cover acustica con la collaborazione di Bob Weir dei Grateful Dead.

Nel 2002, Thea Gilmore incide la sua reinterpretazione di I’m not Down nell’album Songs from the Gutter, mentre due anni dopo, nel 2004, Richard Cheese rivisita Rock the Casbah per l’album I’d Like a Virgin.

Molto interessanti sono la cover di White Man in Hammersmith Palais incisa da Theo Hakola nel suo I Fry Mine in Butter!, pubblicato nel 2016, e la versione di Spanish Bombs realizzata dai Tijuana No!, uscita nel loro Contra-Revolucion Avenue del 1998.

Tra i nomi importanti che hanno rivisitato brani dei Clash, meritano una menzione speciale i Primal Scream, con la loro Know Your Rights uscita nel 1997 all’interno di Vanishing Point, e gli Specials, che hanno registrato Somebody Got Murdered per il loro Today’s Specials del 1996.

Ma passiamo ora alla carrellata delle cover più ardite dei Clash che ho scelto per voi.

Chumbawamba, Bankrobber

La versione dei Chumbawamba di Bankrobber è ardita e sorprendente in molti modi. Pubblicata nel 2005 all’interno dell’album A Singsong and a Scrap, la loro Bankrobber è straordinariamente resa a cappella, con le sole voci armonizzate. L’album ha tratti molto più folk rispetto ai precedenti dei Chumbawamba e vede partecipazioni di artisti della scena folk britannica: al suo interno troviamo anche una notevole versione di Bella ciao. L’originale dei Clash era uscito come singolo nel 1980, ma non venne mai incluso in un album fino alla compilation Black Market Clash del 1993. Alla registrazione di Bankrobber ha partecipato anche Mikey Dread, che ne ha realizzato anche la versione dub. Negli studi di Manchester, ad assistere all’incisione del brano, erano presenti anche Ian Brown e Peter Garner dei futuri Stone Roses. Nel video, i Chumbawamba eseguono Bankrobber, a cappella, dal vivo.

Rage Against the Machine, Clampdown

Clampdown è un brano che ritorna spesso nelle reinterpretazioni di diverse band. Pubblicato originariamente nel 1979 in London Calling, di cui rappresentava uno dei singoli estratti, si tratta di un brano contro l’oppressione dell’establishment reazionario, in cui si esortano i giovani a combattere per il cambiamento. I Rage Against the Machine hanno sempre eseguito una loro versione di Clampdown nei concerti fin dal 1991, pubblicandola infine nel 2012 nell’album XX, ma solo nel Deluxe Box Set. Qui la band inserisce un potente riff nella parte che rimane ferma sullo stesso accordo, per poi aggiungere un tocco psichedelico sull’assolo di chitarra.

Captain Tractor, London Calling

I Captain Tractor sono una band canadese che suona un folk celtico con influenze punk. Come recita la loro presentazione su internet, la band è composta da cinque uomini, una donna al violino e la loro mascotte, un cervo di nome Buddy. La loro reinterpretazione di London Calling è stata incisa nel 1995 per l’album East of Edson: qui l’iconica melodia iniziale di chitarra viene trasferita alla fisarmonica. L’originale era la title track del doppio album dei Clash del 1979.

Lynval Golding and Contra Coup, Know Your Rights

Lynval Golding è un musicista britannico nato in Giamaica, ed è stato la chitarra ritmica e voce degli Specials. Nel 2016 ha pubblicato la sua personale rivisitazione di Know Your Rights come singolo, ovviamente reinterpretato in chiave fortemente reggae. L’originale dei Clash era il primo singolo estratto da Combat Rock del 1982. Anche i Pearl Jam l’hanno ripresa più volte dal vivo, in una versione piuttosto interessante.

Big League, Lost in the Supermarket

Lost in the Supermarket è un brano contenuto in London Calling dei Clash, un brano che nel 1979 fece pensare a molti a un ammiccamento troppo forte al pop da parte dei paladini del punk. Nel 2024 è stata realizzata la compilation tributo Hearts & Minds & Crooked Beats – Songs of The Clash, per finanziare un’organizzazione internazionale che aiuta i profughi delle zone di guerra e di disastri naturali. Agli australiani Big League è stata affidata la chiusura dell’album con questa cover di Lost in the Supermarket in veste indie rock, con tante chitarre e con la tipica distorsione del fuzz.

Living Colour, Should I Stay or Should I Go?

Torniamo a parlare di Should I Stay or Should I Go?, tratta dal quinto album dei Clash Combat Rock del 1982 e scritta da Mick Jones, che infatti compare anche alla voce: uno dei riff più potenti della storia del rock, in uno dei brani meno politicizzati dei Clash. I Living Colour sono una band metal che include forti influenze funk, creando uno stile molto personale. Nel 1988 pubblicano la loro versione di Should I Stay or Should I Go?, prima come B-side del singolo che anticipava l’uscita dell’album di esordio Vivid, e poi nello stesso album, nella ristampa del 2002. Vivid includeva anche una cover di Memories Can’t Wait dei Talking Heads e vedeva la partecipazione di Mick Jagger all’armonica e alle seconde voci. Nel video, i Living Colour eseguono Should I Stay or Should I Go? dal vivo, con la partecipazione straordinaria di Scott Ian, chitarrista degli Anthrax.

The Hope Singers, The Call Up

The Call Up è un singolo dei Clash, estratto dal triplo album Sandinista!, uscito nel 1980. È una canzone dichiaratamente contro la guerra, caratterizzata dal verso: “Sta a te non rispondere alla chiamata alle armi”. The Hope Singers è un collettivo internazionale fondato dal musicista svedese Karl-Jonas Winqvist, nato con l’intento di proporre un messaggio di solidarietà attraverso la musica. La loro versione di The Call Up è uscita come singolo nel 2025.

Rupa & the April Fishes, The Guns of Brixton

Ancora una volta The Guns of Brixton, primo brano scritto e cantato dal bassista dei Clash Paul Simonon e incluso originariamente in London Calling del 1979. Dal vivo, Simonon di solito si scambiava lo strumento con Joe Strummer, perché non riusciva a cantarlo mentre suonava la linea di basso, peraltro epica e ripresa e campionata più volte da diversi musicisti. I Rupa & the April Fishes sono una band specializzata nella musica alternativa globale, che nel video esegue The Guns of Brixton nel 2010 al Colorado College, al festival della world music. Nella loro versione, incisa successivamente per l’album Build del 2012, troviamo un violoncello distorto, una tromba e una fisarmonica.

Annie Lennox, Train in Vain

La cover di Annie Lennox di Train in Vain, pubblicata nel 1995 nel suo album Medusa, riesce a tirare fuori un’anima profondamente soul dal brano dei Clash, che qui è interpretato con tanto di coriste nere. L’originale dei Clash era incluso in London Calling. Fu l’ultimo brano ad essere registrato, all’ultimo momento, tanto che sulle prime stampe non compare neanche sulla copertina, che era già andata in stampa quando il brano venne aggiunto.

Camper van Beethoven, White Riot

La versione di White Riot dei Camper van Beethoven è stata pubblicata nel 2004 all’interno dell’album In the Mouth of the Crocodile, album variegato e sperimentale, perfettamente in linea con lo stile della band, che include solo due cover. La band è nata nel 1983 in California e si è da sempre caratterizzata per l’adesione al motto punk del “do it yourself”. Negli anni, però, ha esplorato generi diversi, incidendo cover degli Status Quo e dei Pink Floyd, tra gli altri, e prendendo sempre più una direzione sperimentale e originale. White Riot è il primo singolo dei Clash, uscito nel 1977 ed estratto dal loro album di esordio The Clash. Il brano vanta una miriade di reinterpretazioni di ogni genere, dagli Audioslave ai Rage Against the Machine e ai Dropkick Murphys.

 

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Published by
Roberto Cruciani