Le migliori novità discografiche del 2026 – prima parte: Kula Shaker, Brass Camel, Amani Burnham... Blitz Quotidiano. Foto ANSA
Non siamo neanche arrivati a metà dell’anno e già la quantità di novità discografiche è impressionante. E non c’è solo la quantità, ma spesso anche molta qualità! Quindi mi vedo costretto a portarmi avanti con il lavoro e cominciare già da ora a informarvi sulle migliori novità discografiche del 2026, per non rischiare di affogare a fine anno.
Già, perché oltre a quelle che troverete qui, sono già annunciate una serie di produzioni discografiche molto attese: prima fra tutte, ad esempio, quella dei Rolling Stones. Molti nomi importanti hanno già dato alle stampe la loro novità del 2026: non si tratta sempre di album per cui gridare al miracolo, né di uscite che hanno bisogno di essere divulgate più di quanto sia stato già fatto.
Sono certo, ad esempio, che tutti sapete già che gli U2 sono tornati a pubblicare album. In realtà, si tratta, per ora, di due EP, Days of Ash e Easter Lily, che segnano la volontà di tornare sulla retta via del rock new wave che li ha resi una band planetaria prima della deriva “commerciale”.
Così come avrete sentito della pubblicazione di Morrissey, Make-Up is a Lie: se non si trattasse di un nome famoso, non mi scomoderei neanche a nominarlo. E lo stesso discorso vale per In Times of Dragons di Tori Amos.
Un gradino sopra troviamo le nuove uscite di Ringo Starr, con Long Long Road, in cui il batterista dei Fab Four si cimenta, ancora, con il country e il bluegrass, dei Mumford & Sons, con Prizefighter, dei Gogol Bordello con We Mean it, Man!, di Kim Gordon con Play Me, di Willie Nelson con Dream Chaser.
Tra gli esordi di quest’anno vale la pena citare l’album Be Sweet to Me di Violet Grohl, figlia ovviamente del leader dei Foo Fighters, oltre a Can We Hang Out Sometime? dei canadesi Good Kid e Wasted on Youth dei Molotovs. In tutti questi casi si tratta di produzioni più che oneste di buon rock.
Come è consuetudine in questi articoli, mi concentrerò sugli album di musica originale, registrati in studio e di lunghezza standard. Per restringere il campo, quindi, lascerò fuori gli album di cover, come Not Like Everybody Else dei Damned o Pin Ups dei Dandy Warhols, gli EP, come Is This All There Is? di Anna Calvi, The Undone is Done Again di Tanya Donnelly con Chris Brokaw e New England Forever dei Dropkick Murphys con Haywire, e i numerosi live.
Ciò nonostante, gli album di cui vorrei parlarvi sono davvero tanti. Ma è necessario fare una durissima selezione, il che è un ottimo segnale di una grande qualità diffusa, a prescindere dai generi musicali. Gli esempi citati finora impallidiscono, a mio modo di vedere, a confronto con le proposte che seguono. E in alcuni casi si tratta anche di esordi “col botto”, come si suol dire!
Passiamo quindi subito a parlare delle menzioni speciali, ovvero di quegli album che in un’annata “normale” si sarebbero guadagnati un posto nella selezione qui sotto, ma che quest’anno devono sgomitare con uscite di incredibile qualità.
Il primo album che certamente merita almeno una menzione speciale è Freedom di Suzi Quatro. In realtà, si tratta di un album che meriterebbe molto più di una menzione speciale, ma vi rimando al recente articolo sul consiglio musicale del mese per un approfondimento.
Un discorso molto simile riguarda Future Soul, produzione della Tedeschi Trucks Band, una band blues che non dovrebbe aver bisogno di presentazioni. Anche questo album meriterebbe molto più spazio, che mi riservo di dargli in un prossimo articolo sul consiglio musicale del mese.
Il 2026 segna il ritorno alle grandi produzioni discografiche da parte dei Soft Machine, che pubblicano Thirteen. La band oggi è guidata dal fiatista Theo Travis. Si tratta del tredicesimo album dei Soft Machine, composto di tredici splendide tracce, con omaggi a Robert Wyatt e Daevid Allen, il quale compare anche in un brano con una parte registrata ai tempi in cui Theo Travis era nei Gong.
Rimanendo in un ambito simile, vi segnalo l’uscita di Fragments, ad opera del gruppo di space rock Spirits Burning, guidato da Don Falcone, con la collaborazione ormai usuale di Bridget Wishart, già collaboratrice degli Hawkwind dal 1989 al 1991.
Flea, bassista dei Red Hot Chili Peppers, pubblica Honora, un bellissimo album che in molti troppo velocemente liquidano con l’appellativo di “jazz”. In realtà, si trovano sonorità jazz, ma soprattutto free jazz, che sono al servizio di un progetto che ricorda per molti versi le imprese di George Clinton con i Parliament.
Notevole è anche l’ultimo album dei Black Keys, Peaches!, in cui il duo ritorna alle sonorità un po’ garage che hanno contraddistinto i loro inizi. E altrettanto degno di nota è l’ultimo sforzo di Paul McCartney, The Boys of Dungeon Lane: anche in questo caso, sarebbe strano se non ne aveste già sentito parlare.
Tra i nomi importanti, si distingue Hope and Fury di Joe Jackson, un bell’album confezionato con l’inconfondibile stile di Joe Jackson, che riesce comunque sempre a mettersi in discussione e a trovare una qualche nuova frontiera sonora da esplorare.
Meritano una menzione speciale anche le nuove uscite di Bevis Frond con Horrorful Heights, degli Sky Valley Mistress con Luna Mausoleum, dei Foo Fighters con Your Favorite Toy, degli Alter Bridge con un album che porta il loro stesso nome.
Da segnalare It Was in the Month of May I di Albion, nome dietro il quale si nasconde Joe Parrish-James, chitarrista dei Jethro Tull che ha prodotto un buon album folk rock. Più sperimentale è invece Saputjiji, nuova produzione di Tanya Tagaq, artista dedita alla valorizzazione della cultura, della lingua e della musica inuit.
In ambito metal, l’album eponimo dei Megadeth si distingue fra tutti per qualità, insieme a Normal Isn’t dei Puscifer.
A margine di queste menzioni speciali, per i più affamati di musica nuova, ci sarebbero una serie di novità da tenere in considerazione: dal folk svedese della violinista Sara Parkman con Aster, atlas, alla fusion fuori di testa dei polacchi Kosmonauci con Brudna – Bielizna, dalle sperimentazioni andine di Joshua Chuquimia Crampton con Anata, a quelle di Hen Ogledd in Discombulated, fino al pop soffuso dell’australiana Aldous Harding con Train on the Island. E ancora i My Mornig Jackets con l’album acustico Peacelands e gli Slift con Fantasia.
E poi ancora nomi famosi: i Buzzcocks tornano con Attidude Adjustment, Francis Rossi, ex Status Quo, con The Accidental, i Big Big Train con Woodcut, Van Morrison con Somebody Tried to Sell me a Bridge, con interpretazioni di grandi blues e partecipazioni molto importanti.
Come vedete, siamo solo a metà anno e già c’è musica da sentire per i prossimi due anni!
I Kula Shaker sono una band inglese di psichedelia nata negli anni Novanta. Wormslayer è il loro ottavo album, ed è una bellissima sorpresa. Le undici canzoni che compongono l’album si districano fra citazioni dei Doors e brani dall’arrangiamento visionario e psichedelico, sempre caratterizzati da una grande attenzione per le melodia, come nella migliore tradizione dei Kula Shaker. La band è da sempre fortemente influenzata dalla musica e dalla cultura tradizionale indiana e inserisce spesso nelle composizioni anche strumenti indiani. Good Money è uno dei singoli estratti da Wormslayer.
I Brass Camel sono cinque talentuosi musicisti canadesi. Esordiscono nel 2022 con il primo album, Brass, seguito due anni dopo da Camel. Musicalmente, si collocano in uno spazio indefinito tra prog e art rock. Brass Camel è il loro terzo lavoro in studio, affidato alla produzione di Terry Brown, già produttore dei Rush, oltre che di Hendrix e degli Who. Ice Cold è la quinta traccia dell’album.
La Neal Morse Band è stata fondata nel 2012, ovviamente dal tastierista Neal Morse, ex Spock’s Beard e Transatlantic, insieme a Mike Portnoy dei Dream Theater alla batteria. Si tratta quindi di un progetto ben radicato nelle sonorità del progressive moderno. L.I.F.T. è il quinto album in studio della band: un ottimo album di progressive rock, dalle sonorità spesso “pesanti”, da cui ho tratto Hurt People.
I Gong dell’era post Daevid Allen hanno lasciato qualche perplessità nei fan di lunga data nelle prime due uscite discografiche. Ma finalmente in Bright Spirit sembrano aver trovato la nuova identità musicale che hanno a lungo cercato. Guidati da Kavus Torabi, chitarrista e cantante di origini iraniane che si è fatto un nome collaborando con i Cardiacs e con la propria band Knifeworld prima di entrare nella formazione guidata da Daevid Allen, i Gong proseguono la tradizione psichedelica della band di fondere space rock ed elementi di free jazz, con l’aggiunta di sonorità mediorientali. Dream of Mine ne è un ottimo esempio.
Gli Angine de Poitrine sono un duo canadese di cui molto probabilmente avrete già sentito almeno parlare. Nell’ultimo anno, infatti, ha fatto molto discutere il loro successo tramite video su Youtube che sono diventati virali. Il duo canadese fa una musica strumentale, basata su riff, sovrapposti con un sapiente utilizzo di looper, ovvero una sorta di “campionatore istantaneo”, utilizzando ritmi dispari e strumenti in grado di eseguire microtoni, ovvero note che non esistono nella “normale” musica occidentale: una ricetta perfetta per evitare il successo a tutti i costi! Se invece gli Angine de Poitrine oggi sono sulla bocca di tutti, questa per me è un’ottima notizia, ma ancora meglio sarebbe ascoltarli. Vol. II è il loro secondo album, che si apre con Fabienk, un perfetto esempio di quello che lo stesso duo mascherato definisce “un’orchestra mantra-rock dada pitagorico-cubista”.
Un’altra bellissima sorpresa in questa prima parte dell’anno: The Great Parrot-Ox and the Golden Egg of Empathy è il nuovo lavoro in studio dei Claypool Lennon Delirium, ed è un album stupendo. La band è guidata, ovviamente, da Les Claypool dei Primus e Sean Ono Lennon, che ha descritto la loro musica come “progadelic”. Si tratta del terzo album dalla nascita della band nel 2015. Un album che racconta una storia, forse una favola, sicuramente un’invenzione di un mondo immaginifico, psichedelico e… ricco di empatia! La decima traccia è The Golden Egg of Empathy.
Altre splendide notizie arrivano nel mondo della musica in questa prima parte dell’anno. Dopo aver annunciato il ritiro dalle scene nel 2022 a causa di una malattia muscolare che gli impediva di suonare, Peter Frampton ha recuperato abbastanza capacità nelle mani da fare un altro tour nel 2025 e pubblicare un nuovo album quest’anno. Carry the Light, oltretutto, è un album da ascoltare: contaminato, fresco, ricco di riff e soluzioni musicali tutt’altro che banali. Il chitarrista britannico è tornato in grande spolvero, dopo una carriera discografica iniziata nel 1972 e con diciannove album alle spalle. Nel video, vi propongo l’ascolto della title track che apre l’album.
In questa prima metà dell’anno, c’è spazio anche per qualche album di esordio particolarmente importante: Roots & Wings di Amani Burnham è forse il debutto più fulminante dell’anno. Burnham è un giovane bluesman di origini etiopi cresciuto negli Stati Uniti. Il suo stile, che per certi versi ricorda Jimi Hendrix, è una sana ventata di novità nella tradizione sempre viva del blues. I Wanna Know è la seconda traccia dell’album.
Ancora blues, ancora proveniente da dove meno te lo aspetti. I Tinariwen sono un collettivo di musicisti tuareg della zona situata fra la regione meridionale dell’Algeria e l’area settentrionale del Mali. Considerati pionieri del cosiddetto “desert blues”, nella loro particolare ricetta mescolano la musica tradizionale tuareg e africana con il rock occidentale. Hoggar è il decimo album della band, attiva dal 1992. Erghad Afewo è la terza traccia di Hoggar.
Tutti gli amanti della chitarra conosceranno già il nome di Paul Gilbert, virtuoso dello strumento attivo dal 1983, principalmente nell’ambito del rock più pesante. Tra le tante imprese della sua lunga carriera, nel 1988 è stato co-fondatore dei Mr Big. Wroc è il suo diciannovesimo album in studio da solista, ispirato a un libro di galateo dell’Ottocento: George Washington’s Rules of Civility and Decent Behavior. Il titolo è in effetti l’acronimo di “Washington’s Rules Of Civility” e tutti i brani sono parti del libro riprese letteralmente nei testi e musicate come brani rock. La quarta traccia è Go Not Thiter.
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