Le rivoluzioni delle jam band: Grateful Dead, Gov’t Mule, Phish... Blitz Quotidiano
Il fenomeno delle jam band nasce negli anni Sessanta e, da allora, ci accompagna, ancora oggi. Certo, il panorama è cambiato, ma la scintilla che da sempre anima la scena musicale legata alle jam band non si è mai spenta.
Ho intitolato questo articolo “Le rivoluzioni delle jam band”, perché penso si possa affermare che questo movimento musicale sia stato a più riprese promotore di cambiamenti sociali, oltre che musicali.
Le jam band più famose degli anni Sessanta sono senza dubbio i Grateful Dead e la Allman Brothers Band. Si guadagnarono questo nome perché facevano una musica in cui veniva lasciato grande spazio alle improvvisazioni, quindi dando una grande importanza alle esibizioni dal vivo, in cui i brani non erano mai uguali alle versioni registrate in studio, spesso anzi erano diversi da serata a serata. Anche le scalette dei concerti erano sempre diverse, in alcuni casi con vere e proprie strategie studiate per assicurarsi di non fare mai due show troppo simili. Già elencando queste caratteristiche, ci si può rendere conto di come siano diventati veri e propri valori, tratti tipici dei cavalieri senza macchia del rock: insomma, quelle band hanno cambiato il modo di fare musica e addirittura l’idea di cosa dovrebbe fare un buon musicista.
E una prima rivoluzione l’abbiamo identificata. Ma facciamo un passo indietro. Prima dei Grateful Dead e degli Allman Brothers, entrambe band nate nel 1965, c’era la Paul Butterfield Blues Band. Di nuovo, una band che dava largo spazio alle improvvisazioni e che riprendeva la lezione di Muddy Waters nel proporre un blues rock completamente elettrico e magnificamente rumoroso. Proprio nel 1965, la Paul Butterfield Blues Band viene chiamata all’ultimo momento per esibirsi al Newport Folk Festival: data la sua natura elettrica e chiassona, viene relegata in momenti di scarso valore e visibilità. Ma Bob Dylan li vede e li invita a fargli da band per il suo primo set elettrico, quattro brani in tutto, della storia: un evento epocale per il folk americano, per Bob Dylan e per tutta la musica rock. Ed ecco una seconda rivoluzione silenziosa.
I musicisti della scena delle jam band negli anni Sessanta erano prevalentemente legati all’ambito folk e blues. Ognuno seguendo una propria strada, hanno tutti però cercato di innovare la tradizione a cui appartenevano, dando vita a un vero e proprio nuovo genere musicale. Per molti versi, si può identificare in questo momento la nascita ad esempio del filone psichedelico della baia di San Francisco. Anche se sarebbe una forzatura annoverare la Steve Miller Band tra le jam band di quel periodo, è evidente una certa vicinanza con il sound delle improvvisazioni mai uguali delle jam band. E forse questa può essere considerata un’altra rivoluzione, se consideriamo la portata della psichedelia della West Coast nel panorama musicale, ma anche politico e sociale degli anni Sessanta.
L’area di San Francisco è stata sicuramente la culla di questo movimento negli anni Sessanta, ma era anche il covo dove è nata la beat generation, con scrittori, poeti, intellettuali che davano forma e parole a nuovi modi di vivere la propria vita. La controcultura hippie che ebbe il suo momento di massima visibilità nel concerto di Woodstock costituiva il terreno su cui il fenomeno delle jam band ha preso vita. Non stupisce quindi che questi gruppi siano riusciti a costruire un sistema economico potentissimo alternativo rispetto al music business del mainstream. Poiché le esibizioni dal vivo erano l’aspetto fondamentale della loro attività musicale, tutte queste band erano assidue frequentatrici di festival e contribuirono all’enorme successo del circuito dei festival americani. Più recentemente, si è visto un fenomeno per molti versi simile in Gran Bretagna, dove i festival sono diventati una vera e propria forza alternativa, legata alla psichedelia, alla musica folk e alla controcultura hippie.
Ma una caratteristica comune alla storia di tutte le jam band è che fin dalla loro nascita hanno espressamente autorizzato il pubblico a registrare i concerti e a passarsi le registrazioni. Anzi, in diversi casi non si trattava solo di un’autorizzazione, ma di esplicite esortazioni. L’unica richiesta, in genere, era che lo scambio delle registrazioni non avvenisse con uno scambio monetario. Questo portò molte di queste band alla fama tramite il passaparola, dimostrando l’inutilità e l’inefficacia dei potenti sistemi del music business. Questa rivoluzione ha ripercussioni ancora oggi sul mercato della musica, anche se non sempre positive: si sente spesso di contratti discografici offerti alle band solo in funzione di quanti follower hanno sui social media. Come spesso avviene nel mondo che ci circonda, una distorsione distopica di un valore utopico.
I fan potevano quindi registrare i concerti e seguire le band nei vari festival, sapendo che non avrebbero mai assistito due volte allo stesso live. In questa maniera, le jam band ottennero anche un rapporto diretto con i fan, che erano coinvolti in prima persona nella vita stessa del gruppo. E questo rapporto diretto si trasformò spesso in un forte senso di appartenenza, come nel caso dei “deadheads”, come venivano chiamati i seguaci dei Grateful Dead. Non esisteva più una divisione netta fra chi sta sopra il palco e chi sta sotto: si trattava di una sola grande tribù, in cui ognuno svolgeva un ruolo. E anche questa la potremmo archiviare fra le rivoluzioni delle jam band.
Anche la ricerca di novità nella tradizione e il rifiuto di farsi confinare nell’etichetta di un genere musicale e, a volte, addirittura nella stessa etichetta di “jam band” sono tratti comuni delle band di questo mondo, che contribuiscono ad allontanarle dal contesto della musica mainstream. In questa ottica, vale la pena sottolineare anche il fatto che spesso le jam band presentano delle configurazioni anomale: non è raro, ad esempio, che ci siano due batterie.
Fin qui abbiamo detto che le jam band sono legate alla controcultura hippie, che danno molta importanza ai live, non eseguono mai i brani come sono stati registrati, sono legate ai circuiti dei festival, danno largo spazio alle improvvisazioni e hanno un rapporto molto stretto con i propri fan. Ma se questi fossero i parametri per definire una jam band, allora dovrebbero rientrare nella categoria anche gli zappiani Mothers of Invention, gli Ozric Tentacles, i Gong o i Waterboys… Forse questi parametri non sono sufficienti a restringere adeguatamente il campo. O forse le rivoluzioni vinte dalle jam band ci portano a fare un po’ di confusione oggi, dal momento che i loro valori sono ormai valori condivisi un po’ da tutti. Ma una cosa è certa: quando ci troviamo davanti a una vera jam band, ci sono pochi dubbi.
Negli anni Ottanta e soprattutto Novanta, il movimento delle jam band ha vissuto una sorta di seconda giovinezza, soprattutto grazie al lavoro di gruppi come i Phish e i Blues Traveler. Questi ultimi, in particolare, sono stati i principali promotori del Festival H.O.R.D.E. (Horizons of Rock Developing Everywhere), un festival itinerante che dal 1992 ha dato spazio e visibilità ad artisti della scena delle jam band, oltre che alle organizzazioni locali dei vari luoghi dove il festival approdava. In questi anni, il cuore della scena musicale sembra essersi spostato sulla East Coast, con molte band provenienti dall’area nord orientale degli Stati Uniti.
Ma se c’è un’altra impresa rivoluzionaria in cui il fenomeno delle jam band è riuscito a compiere miracoli, è quella che potremmo definire una sorta di “globalizzazione” prima della globalizzazione. Prima della diffusione di internet, il termine globalizzazione non era nel vocabolario di nessuno, neanche dei più abili e avidi pubblicitari. Eppure il fenomeno delle jam band è riuscito a costruire ponti, a veicolare i valori della controcultura hippie anche oltreoceano. È difficile parlare di vere e proprie jam band in Europa negli anni Sessanta e Settanta. Ma se si guarda al lavoro dei Soft Machine o di Jimi Hendrix, è altrettanto difficile non notare i moltissimi punti di contatto. Come vedremo più avanti, qualche band britannica ha tutte le carte in regola per essere inclusa in un discorso sulle jam band.
Il contesto in cui si muovono oggi le jam band è ovviamente molto diverso. Ciononostante esistono ancora diversi e validi esempi di una tradizione che si modifica ma non muore. D’altra parte, un’altra caratteristica delle jam band, in contrasto con ciò che vediamo accadere nel mondo del music business, è la longevità. I Grateful Dead si sono sciolti nel 1995, dopo la morte di Jerry Garcia, gli Allman Brothers sono ancora attivi, e così i Phish e i Blues Traveler. Ma ci sono anche progetti nuovi di zecca.
Tra i nomi più importanti del movimento delle jam band che non hanno trovato spazio nella selezione qui sotto, spicca quello della Paul Butterfield Blues Band. Per chi non li conoscesse e volesse approfondire l’ascolto, vi consiglio l’album eponimo del 1965, registrato in studio. Ma dal momento che si tratta di una jam band, è bene ascoltare anche un album live: Live from the Blue Note, Boulder Co., 1979 è stato pubblicato in retrospettiva nel 2016.
Vale la pena poi citare la Band of Gypsys, il progetto di Jimi Hendrix che più esplicitamente si avvicina all’ambito delle jam band: il Live at Fillmore East è l’unico album pubblicato dalla band, nel 1970.
Molte jam band sono nate fra gli anni Ottanta e Novanta, e tra queste non si possono non citare i Blues Traveler: il loro album in studio Four è del 1994, mentre nel 1996 hanno pubblicato Live from the Fall.
Ma c’è anche qualche nome famoso nel mondo delle jam band degli anni Novanta. Mentre l’area di Seattle e della West Coast dava vita al grunge, nel nord est degli Stati Uniti si portava avanti la tradizione delle jam band e nasceva la Dave Matthews Band. Under the Table and Dreaming del 1994 e Before These Crowded Streets del 1998 sono probabilmente gli album in studio da conoscere. Per quanto riguarda i live, a gennaio di quest’anno è uscito il loro Take Me Back: Live at the Gorge.
In quello stesso decennio sono davvero molte le jam band che nascono, principalmente nell’area nord orientale degli Stati Uniti. Gli Spin Doctors fanno indubbiamente parte di questa scena musicale, anche se i loro maggiori successi sembrano rifarsi a un diverso modello economico e musicale. Tra le band più influenti, troviamo invece The String Cheese Incident, di cui vi consiglio il live del 1997 A String Cheese Incident, e i Col. Bruce Hampton and the Aquarium Rescue Unit, con la loro tendenza verso una sorta di fusion che si può apprezzare nel live eponimo del 1992.
Tra gli esempi più recenti di artisti che si sono dedicati alla tradizione delle jam band, troviamo un progetto del vulcanico Les Claypool dei Primus: i Fearless Flying Frog Brigade. Il loro Live Frogs Set 1 del 2001 è decisamente un album da ascoltare. Sempre in anni recenti, vi segnalo anche i My Morning Jacket, che nel 2005 hanno pubblicato l’album Z, mentre quest’anno hanno dato alle stampe uno strano album completamente acustico, registrato con chitarra e voce, dal titolo Peacelands.
I Grateful Dead sono indubbiamente tra i padri fondatori della scena musicale a cui il fenomeno delle jam band ha sempre fatto riferimento. Oltre alla band principale, scioltasi ufficialmente dopo trent’anni di attività, i componenti dei Grateful Dead hanno dato vita a una serie infinita di spin off, tra cui la Jerry Garcia Band, The Other Ones, Dead & Company, Phil Lesh and Friends e molti altri. I Grateful Dead, attivi dal 1965, hanno inciso un gran numero di album, sia in studio, sia soprattutto live, con scalette sempre diverse e versioni differenti dei brani, che a volte arrivavano anche a 40 minuti di durata. Live/Dead è la loro prima pubblicazione live ufficiale, uscita nel 1969 come album quadruplo. Turn On Your Love Light, brano del 1961 di Bobby Bland, divenne ben presto un marchio di fabbrica nel repertorio dei Grateful Dead. La versione incisa per Live/Dead dura circa 15 minuti, occupando un intero lato di un vinile. La versione che vi propongo nel video, invece, è presa da un concerto del 1989, in cui Clarence Clemons, già sassofonista di Springsteen, si è unito alla band per una jam epica, ridotta comunque a circa 8 minuti.
Pubblicato nel 1971, At Fillmore East è il primo album live registrato dalla Allman Brothers Band, ed è una sorta di Bibbia per le jam band. Un live che testimonia perché la band è stata così fondamentale per un’intera scena musicale, in particolare nell’area di San Francisco. I fratelli Allman avevano un background legato al blues, ma con la loro band non disdegnavano escursioni in territori musicali diversi, con lunghe improvvisazioni e parti strumentali, quando non si trattava di interi brani strumentali di loro composizione. Pur non volendo essere rinchiusi nel recinto di una definizione o di un genere musicale, gli Allman Brothers sono considerati pionieri del southern rock e, con le loro versioni improvvisate sempre diverse e la doppia batteria sul palco, possono essere a tutti gli effetti annoverati fra le jam band di maggiore successo. Nella band hanno militato anche Warren Hayes, poi fondatore dei Gov’t Mule, e Derek Trucks, che in seguito avrebbe creato prima la Derek Trucks Band e poi insieme alla moglie la Tedeschi Trucks Band. Stormy Monday, brano degli anni Quaranta di T-Bone Walker, era un inconfondibile marchio di fabbrica delle performance live degli Allman Brothers, in cui ne presentavano una versione con alcune variazioni negli accordi che sarebbero diventate uno standard nei decenni successivi. Nel video, una esecuzione dal vivo di Stormy Monday presa da un concerto del 1980.
Ancora San Francisco, ancora anni Sessanta, ma questa volta una band più psichedelica, ma anche più “regolare”. Be’, perlomeno nel senso che avevano una sola batteria… Eppure i Jefferson Airplane incarnano appieno la filosofia della controcultura della beat generation e delle jam band degli anni Sessanta: musica libera da definizioni e recinti, spazio all’improvvisazione, con versioni live dei brani che sono ogni volta diverse e mai uguali a quelle registrate in studio. Surrealistic Pillow è il secondo album della band, pubblicato nel 1967, e rappresenta un momento molto importante, sia nella storia della band che in quella della scena musicale a cui fa riferimento. La seconda traccia, Somebody to Love, è diventata un vero e proprio inno dei Jefferson Airplane. Nell’esecuzione dal vivo a Woodstock che vi propongo nel video, si possono apprezzare le parti improvvisate e le modalità di interazione sul palco e con il pubblico.
Ma la controcultura hippie e l’amore per l’improvvisazione non sono mai stati due fattori legati esclusivamente agli Stati Uniti. È stato un fenomeno mondiale, ben prima che si cominciasse a parlare di “globalizzazione” o che esistesse internet. E lo stesso vale per la filosofia che sta alla base delle jam band. Negli anni Sessanta e Settanta nessuno avrebbe utilizzato la definizione di jam band per i Cream, o li avrebbe associati a Jerry Garcia e compagni. Si trattava piuttosto di un supergruppo, di un power trio vicino a certe atmosfere psichedeliche. A posteriori, invece, i Cream vengono da molti annoverati fra gli esponenti del movimento delle jam band in Inghilterra, quindi ho deciso di inserirli qui a rappresentanza di tutti quei gruppi che si sono sempre mossi al limite di ciò che potremmo considerare una vera e propria jam band. Goodbye è un album live uscito nel 1969, che ripropone il concerto di addio dei Cream prima del loro scioglimento. Il live fu trasmesso nel 1968 dalla BBC. I Cream erano supportati da due band ancora giovani e poco conosciute: gli Yes e i Taste di Rory Gallagher. La registrazione nel video non è delle migliori, ma si può cogliere la grande energia della band e tutti gli aspetti per cui può essere definita a pieno titolo una jam band.
Il revival degli anni Ottanta e Novanta delle jam band è un fenomeno che ha visto la partecipazione di moltissimi gruppi, ma i Phish sono senza dubbio tra quelli di maggiore fama e successo. I Phish si sono formati nel 1983 come un quartetto composto da Trey Anastasio alla chitarra, Jon Fishman alla batteria, Mike Gordon al Basso e Page McConnell alle tastiere. Tutti contribuiscono alle parti vocali. A Live One è il primo album live ufficiale, pubblicato dalla band nel 1995, dopo quattro produzioni in studio. Simple è uno dei cinque brani dell’album mai inciso prima in un lavoro in studio.
Tra le band più importanti del revival della scena delle jam band degli anni Novanta, ci sono i Widespread Panic. Fondati nel 1986 e vicini prevalentemente all’ambito blues, bluegrass e southern rock, i Widespread Panic hanno sviluppato un metodo elaborato per accertarsi di non eseguire mai due concerti troppo simili fra loro, con un membro della crew incaricato di contrassegnare le scalette degli ultimi tre concerti in modo che la band possa rapidamente scegliere altri brani da inserire nella setlist della sera stessa. Qui, invece del secondo batterista, troviamo un percussionista. Come molte altre jam band prima di loro, i Widespread Panic hanno sempre incoraggiato i propri fan a registrare i concerti e a distribuire le registrazioni gratuitamente. Light Fuse, Get Away è il loro primo album live del 1998. Wondering è un brano originariamente pubblicato nell’album in studio Everyday del 1993. Nel video, una esecuzione dal vivo di Wondering tratta da un concerto più recente.
Attivi fin dal 1989, i Moe sono una jam band particolarmente attiva negli anni Novanta negli Stati Uniti. Fatboy è stata la loro prima produzione in studio, uscita nel 1992 su cassetta e poi ripubblicata nel 1999 su CD. Ad oggi i Moe hanno pubblicato quattordici album in studio e dieci live, partecipando a una miriade di importanti festival americani. Dal vivo oggi si presentano con una formazione con due batterie, a differenza della line-up originale che ha inciso Fatboy, in cui c’era una sola batteria. Y.O.Y. è la traccia di apertura dell’album e, ancora oggi, uno dei brani preferiti dai fan.
Formati nel 1994 dal chitarrista e cantante Warren Haynes e dal bassista Allen Woody dopo la loro esperienza con la Allman Brothers Band, i Gov’t Mule sono una delle jam band più famose, di successo e attive degli anni recenti. Prevalentemente influenzati dal southern rock e dal blues rock, sono nati come un power trio, per poi accogliere nella formazione anche un tastierista. Live… With a Little Help from Our Friends è un album registrato dal vivo durante il concerto di Capodanno del 1998. È stato pubblicato come un quadruplo CD. Nel live ci sono diverse partecipazioni importanti: da Derek Trucks a membri dei Widespread Panic e dei Parliament. Thorazine Shuffle è la seconda traccia dell’album, nel video proposta in un live molto più recente.
Un’altra band nata da una costola della Allman Brothers Band è la Derek Trucks Band, formata dal chitarrista nel 1994 dopo la sua esperienza negli Allman. Trucks era un bambino prodigio ed è universalmente apprezzato soprattutto per l’utilizzo della slide guitar. La sua band, oggi confluita nella Tedeschi Trucks Band dove si è mescolata con quella della moglie Susan Tedeschi, è un’incarnazione perfetta della jam band, con influenze prevalentemente southern rock e blues rock. Ma, fedele alla tradizione di non volersi far rinchiudere in una definizione o in un genere, Trucks ha sempre preferito che si evitasse di etichettare la sua band come una jam band. Il Live at Georgia Theatre è un album dal vivo uscito nel 2004. Volunteered Slavery, terza traccia dell’album, è un classico scritto dal polistrumentista Roland Kirk, che è diventato un punto fermo delle scalette dei concerti della Derek Trucks Band.
Per concludere questa breve escursione nel mondo delle jam band, mi piace proporvi una piccola perla che non molti conosceranno. Gli Oysterhead sono infatti un power trio composto da Les Claypool dei Primus al basso, Stewart Copeland ex Police alla batteria e Trey Anastasio dei Phish alla chitarra. Le parti vocali sono divise tra Claypool e Anastasio. Si tratta di un vero e proprio supergruppo, nato originariamente come un progetto per un’unica serata al New Orleans Jazz Fest del 2000. L’anno successivo, però, i tre decisero di entrare in studio e incidere il loro unico album in studio, The Grand Pecking Order, seguito poi da un album live del 2020. La traccia di apertura Little Faces nel video è proposta da un concerto del 2001.
Clicca qui per leggere gli altri articoli della rubrica musicale di Blitzquotidiano!