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Mangi questi alimenti ogni giorno? Potrebbero aiutare a proteggere la barriera intestinale

C’è un composto naturale che si trova nei fagioli, nelle lenticchie, nei semi, nelle noci e nei cereali integrali che per decenni è stato etichettato come un “antinutriente”, qualcosa da ridurre o da eliminare attraverso ammollo, cottura o fermentazione, perché interferisce con l’assorbimento di minerali essenziali come ferro, zinco e calcio. Diete specializzate lo mettono nella lista degli elementi problematici. Alcuni nutrizionisti lo citano come ragione per limitare i legumi. Il suo nome è acido fitico, o fitato, e la sua reputazione in ambito nutrizionale è sempre stata decisamente controversa.

Ora uno studio pubblicato su Nature Communications, una delle riviste scientifiche più autorevoli al mondo, sta ribaltando quella narrativa con una scoperta che potrebbe cambiare profondamente la comprensione di come certi alimenti vegetali proteggono l’intestino. Il gruppo di ricerca del Prasun Guha Lab dell’Università del Nevada di Las Vegas ha documentato per la prima volta in dettaglio il meccanismo attraverso cui l’acido fitico attiva una proteina chiave che regola la salute della barriera intestinale, la stessa barriera il cui cedimento è alla base di quello che comunemente viene chiamato “leaky gut”, o intestino permeabile.

Cos’è la barriera intestinale e perché è così importante

Per capire la portata di questa scoperta, bisogna prima capire cosa si intende per barriera intestinale e perché la sua integrità sia considerata uno dei pilastri della salute sistemica.

L’intestino tenue e crasso sono rivestiti internamente da uno strato di cellule epiteliali che funziona come un filtro altamente selettivo: lascia passare nel sangue i nutrienti, amminoacidi, glucosio, acidi grassi, vitamine, minerali, e blocca tutto il resto: batteri, tossine, frammenti di cellule batteriche morte, molecole infiammatorie. Le cellule di questo strato sono tenute insieme da strutture proteiche chiamate “giunzioni strette”, tight junctions nella terminologia scientifica, che sigillano letteralmente gli spazi tra una cellula e l’altra.

Quando queste giunzioni si allentano o si deteriorano, la barriera diventa permeabile: sostanze che non dovrebbero mai raggiungere il torrente circolatorio vi entrano indisturbate, attivando risposte immunitarie, infiammazione cronica e una serie di effetti sistemici che la ricerca ha progressivamente associato a patologie molto diverse tra loro. La sindrome dell’intestino irritabile, le malattie infiammatorie croniche intestinali come il morbo di Crohn e la colite ulcerosa, la celiachia, alcune forme di artrite, la steatosi epatica non alcolica e persino alcune condizioni metaboliche come la resistenza insulinica condividono, in misura variabile, un denominatore comune: la compromissione della barriera intestinale.

Identificare i meccanismi molecolari che la mantengono integra, e quelli che la danneggiano, è uno degli obiettivi più urgenti della ricerca gastroenterologica contemporanea.

La scoperta: l’acido fitico attiva HDAC3, il guardiano della barriera

Al centro dello studio del Guha Lab c’è una proteina chiamata HDAC3, istone deacetilasi 3, che appartiene a una famiglia di enzimi epigenetici coinvolti nella regolazione dell’espressione genica. In parole più accessibili: HDAC3 non cambia il DNA, ma controlla quali geni vengono “accesi” o “spenti” nelle cellule dell’intestino, influenzando direttamente la produzione delle proteine che formano le giunzioni strette della barriera.

I ricercatori sapevano già che HDAC3 era coinvolto nella salute intestinale, ma il meccanismo preciso attraverso cui veniva attivata era rimasto a lungo oscuro. Lo studio pubblicato su Nature Communications ha riempito questo vuoto, e lo ha fatto con una scoperta inattesa: l’acido fitico, InsP6, nella nomenclatura biochimica, si lega direttamente a HDAC3 e al suo complesso molecolare, attivandone l’attività enzimatica. Senza acido fitico, HDAC3 funziona male. Con l’acido fitico, HDAC3 è in grado di sopprimere i geni che causerebbero il deterioramento delle giunzioni strette e l’infiammazione della mucosa intestinale.

“HDAC3 è da tempo associata alla salute e alla malattia, ma questo lavoro è tra i primi a mostrare in dettaglio come preservi la funzione della barriera intestinale”, ha spiegato il professor Prasun Guha, autore principale dello studio. “Abbiamo scoperto che l’acido fitico, una molecola molto piccola, circa 10 angstrom, si lega al grande complesso HDAC3 ed è essenziale per attivarne l’attività. Questa attività permette a HDAC3 di reprimere i geni che altrimenti verrebbero continuamente espressi e distruggerebbero le giunzioni cellulari, portando all’intestino permeabile.”

Il fatto che l’acido fitico sia idrosolubile e somministrabile per via orale ha convinto i ricercatori che esista un percorso realistico verso trattamenti basati su questo meccanismo, senza necessità di manipolazione genetica.

L’esperimento sui topi: barriera danneggiata e poi ripristinata

Lo studio è stato condotto su modelli animali, nello specifico topi, e questo è un limite importante che i ricercatori stessi sottolineano con chiarezza: prima di poter affermare che questi risultati si applicano all’essere umano, saranno necessari trial clinici che non sono ancora stati avviati. Ma i dati preclinici sono sufficientemente robusti da giustificare grande attenzione.

Nei modelli in cui la funzione di HDAC3 era compromessa, la barriera intestinale mostrava un deterioramento significativo e una maggiore suscettibilità all’infiammazione. Quando i ricercatori hanno somministrato acido fitico purificato per via orale agli animali, l’attività di HDAC3 è stata ripristinata, l’espressione dei geni pro-infiammatori si è ridotta e la permeabilità intestinale è diminuita. I topi con un modello di colite, la forma di malattia infiammatoria intestinale sperimentalmente più studiata, hanno mostrato una riduzione dell’infiammazione associata.

“Il nostro studio animale suggerisce che prendere di mira questo percorso potrebbe aiutare condizioni come le IBD, riducendo non solo la permeabilità intestinale ma anche l’infiammazione associata alla colite”, ha dichiarato Guha.

Il dettaglio più sorprendente riguarda le quantità necessarie: quantità molto piccole di acido fitico erano sufficienti per ripristinare l’attività di HDAC3, sopprimere l’espressione genica dannosa e proteggere la barriera. Non si trattava di dosi massicce, era sufficiente una quantità fisiologicamente rilevante per produrre l’effetto protettivo nei modelli sperimentali.

La rivalutazione di un “antinutriente”: una storia più complessa di quanto si pensasse

La rivalutazione di un “antinutriente”: una storia più complessa di quanto si pensasse (blitzquotidiano.it)

La storia scientifica dell’acido fitico è emblematica di come la nutrizione sia una scienza in continua evoluzione, in cui le certezze di ieri diventano le ipotesi di oggi. Per decenni, il discorso sull’acido fitico nelle diete è stato dominato dalla sua proprietà chelante: la capacità di legarsi a minerali bivalenti, ferro, zinco, calcio, magnesio, rendendoli meno biodisponibili per l’assorbimento intestinale. È per questo motivo che tradizioni culinarie di tutto il mondo hanno sviluppato tecniche, l’ammollo dei legumi, la fermentazione dei cereali, la germogliazione dei semi, che riducono il contenuto di fitati negli alimenti, aumentando la biodisponibilità minerale.

Quella preoccupazione non era infondata, e rimane valida in contesti specifici, popolazioni che dipendono quasi esclusivamente da cereali e legumi come fonti di micronutrienti, in cui l’inibizione dell’assorbimento del ferro può contribuire all’anemia sideropenica. Ma considerare l’acido fitico esclusivamente come un problema è, alla luce di questa ricerca, una semplificazione che oscura metà della storia.

“L’acido fitico è stato a lungo chiamato un antinutriente perché può legarsi a minerali come ferro, zinco e calcio e ridurne l’assorbimento. Ma quella è solo una parte della storia”, ha sottolineato Guha. “I nostri risultati mostrano che l’acido fitico può anche agire come una molecola di segnalazione benefica. Quantità molto piccole di acido fitico sono state sufficienti per ripristinare l’attività di HDAC3 e proteggere la barriera intestinale.”

È un esempio perfetto di come la stessa sostanza possa avere effetti opposti a seconda della dose, del contesto e della via metabolica considerata. A concentrazioni alimentari normali, all’interno di una dieta varia e bilanciata, l’acido fitico sembra svolgere funzioni biologiche protettive che nessuno aveva sistematicamente documentato fino ad oggi.

Cosa significa per la dieta: legumi, cereali integrali e semi tornano protagonisti

I ricercatori sono espliciti nel mettere in guardia da interpretazioni troppo entusiaste: lo studio è preclinico, condotto sui topi, con acido fitico purificato in laboratorio — non con alimenti. Non si può concludere, sulla base di questo lavoro, che mangiare più lenticchie o semi di lino guarisca l’intestino permeabile o la malattia di Crohn. Ci vorranno trial clinici controllati, con dosi definite, in popolazioni umane ben caratterizzate, prima di poter fare affermazioni terapeutiche.

Ma quello che lo studio autorizza a dire è qualcosa di più moderato e altrettanto importante: l’acido fitico non dovrebbe più essere visto solo come un problema. È una molecola con un profilo biologico complesso, che include proprietà di segnalazione cellulare e protezione epigenetica della barriera intestinale che la ricerca stava sistematicamente ignorando mentre era impegnata a studiarne i suoi effetti sull’assorbimento dei minerali.

Per chi segue una dieta con abbondanza di alimenti vegetali, legumi di ogni tipo, cereali integrali come avena, farro e orzo, semi di chia, lino, zucca e girasole, noci e mandorle, questo studio offre una ragione in più per mantenere quelle abitudini. Non perché l’acido fitico in quegli alimenti sia un farmaco, ma perché quella che sembrava una caratteristica negativa potrebbe essere parte di un meccanismo di protezione intestinale che agisce a livello molecolare, silenziosamente, pasto dopo pasto.

“I nostri risultati supportano una visione più equilibrata degli alimenti ricchi di acido fitico, legumi, cereali integrali, semi, noci”, ha concluso Guha. “Questi alimenti possono fornire composti che supportano la biologia della barriera intestinale. Tuttavia, il nostro studio non prova ancora che il solo apporto dietetico ordinario sia sufficiente a trattare o prevenire la malattia nell’essere umano. Per questo saranno necessari studi clinici controllati.”

Il futuro: terapie basate sull’acido fitico per IBD e leaky gut

La prospettiva più promettente aperta da questa ricerca non riguarda la dieta quotidiana, almeno non direttamente, ma lo sviluppo di terapie farmacologiche o di integratori mirati basati sul meccanismo HDAC3-acido fitico.

Le malattie infiammatorie intestinali croniche, morbo di Crohn e colite ulcerosa, colpiscono milioni di persone nel mondo e sono condizioni per le quali le terapie disponibili, pur essendo sempre più efficaci, comportano effetti collaterali significativi e non funzionano in tutti i pazienti. Identificare un bersaglio molecolare nuovo, come il percorso InsP6-HDAC3, apre la possibilità di sviluppare approcci terapeutici che agiscano direttamente sulla causa della permeabilità intestinale, invece di limitarsi a sopprimere l’infiammazione che ne consegue.

“Il prossimo passo è determinare la dose minima efficace nei modelli animali, poi valutare la sicurezza e l’efficacia nei trial clinici prima di prendere in considerazione l’uso nei pazienti”, ha spiegato Guha. La strada è ancora lunga, ma il punto di partenza è solido: una molecola naturale, presente in alimenti che l’umanità consuma da millenni, che agisce su un meccanismo epigenetico fondamentale per l’integrità dell’intestino.

Una scoperta che, nel tempo, potrebbe cambiare sia il modo in cui trattiamo le malattie intestinali croniche sia il modo in cui guardiamo al piatto di legumi della domenica.

Fonte: Guha P. et al., “Phytic acid activates HDAC3 to preserve intestinal barrier integrity”, Nature Communications, 2025. Università del Nevada, Las Vegas (UNLV), Guha Lab. doi: 10.1038/s41467-025 (numero completo in fase di indicizzazione definitiva al momento della pubblicazione).

Published by
Claudia Montanari