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Perché si riprende peso dopo una dieta? Gli scienziati scoprono una “memoria” del grasso

Perdere peso può essere difficile ma per molte persone la vera sfida arriva dopo: mantenere nel tempo il peso raggiunto. È un fenomeno noto da anni. Dopo una perdita di peso, l’organismo può mettere in atto diversi meccanismi che favoriscono il ritorno del peso precedente, tra cambiamenti dell’appetito, del metabolismo e dei segnali ormonali. Ma perché questo accade?

Un nuovo studio pubblicato sulla rivista Cell Reports ha individuato un possibile meccanismo biologico sorprendente: il tessuto adiposo potrebbe conservare una sorta di memoria dell’obesità, anche dopo che il peso è stato perso.

La ricerca ha identificato un circuito molecolare che coinvolge TGF-β1, fibrillina-1 e asprosina, un ormone prodotto dal tessuto adiposo che stimola l’appetito. Nei modelli murini studiati dai ricercatori, questo meccanismo rimaneva attivo anche dopo il dimagrimento e favoriva il recupero del peso.

La scoperta è interessante perché potrebbe aiutare a spiegare una domanda che accompagna da decenni la ricerca sull’obesità: perché il corpo sembra talvolta “resistere” al dimagrimento e cercare di tornare al peso precedente?

Che cosa significa “memoria dell’obesità”

Il termine può sembrare quasi fantascientifico, ma indica un fenomeno biologico preciso. Secondo i ricercatori, l’obesità non produrrebbe soltanto un aumento della quantità di grasso corporeo. Potrebbe anche lasciare modificazioni persistenti nell’attività delle cellule adipose, attraverso cambiamenti nella regolazione dei geni.

In questo caso il protagonista è il tessuto adiposo. Quando i ricercatori hanno studiato le cellule adipose in condizioni di obesità, hanno osservato un aumento del segnale TGF-β1, una molecola coinvolta in numerosi processi biologici, tra cui infiammazione e rimodellamento dei tessuti.

TGF-β1, secondo il nuovo lavoro, attiva nelle cellule adipose la trascrizione del gene Fbn1, che codifica per la fibrillina-1. Ed è proprio qui che entra in scena l’asprosina.

L’ormone che può aumentare la fame

L’asprosina è un ormone prodotto dal tessuto adiposo e conosciuto per il suo ruolo nella regolazione dell’appetito e del metabolismo. Quando aumenta, può agire sul cervello stimolando la ricerca di cibo e l’assunzione alimentare. Il nuovo studio suggerisce che l’obesità possa mantenere attivo questo sistema anche dopo la perdita di peso.

In sintesi, secondo il meccanismo individuato dai ricercatori, l’obesità aumenta il segnale di TGF-β1, che attiva il gene Fbn1 nelle cellule adipose. Questo favorisce una maggiore produzione di asprosina, un ormone coinvolto nella regolazione dell’appetito. L’aumento dell’asprosina può quindi rafforzare il segnale della fame, favorendo una maggiore assunzione di cibo e, nei modelli studiati, il recupero del peso perduto.

La parte più interessante, però, è ciò che succede quando il peso diminuisce.

Il “segnale” rimane acceso anche dopo il dimagrimento

I ricercatori hanno scoperto che non è necessario che TGF-β1 rimanga elevato perché il meccanismo continui. Una esposizione temporanea a livelli elevati di TGF-β1 è stata sufficiente a produrre modificazioni della cromatina nella regione del gene Fbn1.

La cromatina è la struttura attraverso cui il DNA viene organizzato all’interno delle cellule. Modificarne l’assetto può rendere determinati geni più o meno accessibili e quindi modificare la loro attività.

Nel modello studiato, il passaggio attraverso l’obesità sembrava quindi lasciare una sorta di impronta molecolare.

Anche quando il segnale TGF-β1 tornava alla normalità e gli animali perdevano il peso in eccesso, la regione interessata del DNA continuava a mantenere uno stato favorevole all’espressione di Fbn1.

Il risultato era una persistente produzione di asprosina. È proprio questa persistenza che ha portato gli autori a parlare di “obesity memory”, una memoria dell’obesità conservata nel tessuto adiposo.

Cosa è successo ai topi dopo la perdita di peso

Per capire se questa alterazione avesse conseguenze reali, i ricercatori hanno utilizzato diversi modelli murini. Nei topi che avevano sviluppato obesità e successivamente perso peso, i livelli del segnale legato all’asprosina rimanevano elevati.

Questi animali tendevano quindi a mangiare di più e a recuperare il peso perduto. La ricerca ha inoltre utilizzato diversi approcci genetici e farmacologici per interrompere il circuito.

Quando i ricercatori hanno bloccato componenti della via Fbn1-asprosina-Ptprd, il fenomeno del recupero del peso veniva impedito nei modelli studiati.

È un risultato importante perché non si limita a mostrare una correlazione: suggerisce che il circuito molecolare individuato possa avere un ruolo funzionale nel fenomeno osservato nei topi.

Perché questo potrebbe spiegare il famoso “effetto yo-yo”

Chi ha seguito una dieta probabilmente conosce bene il problema: dopo aver perso peso, mantenere il nuovo peso può sembrare più difficile di quanto ci si aspettasse. La spiegazione non è semplicemente “manca la forza di volontà”.

L’organismo dispone di complessi sistemi biologici che regolano fame, sazietà, disponibilità energetica e comportamento alimentare. Dopo una perdita di peso, questi sistemi possono cambiare.

Il nuovo studio aggiunge un possibile elemento alla spiegazione: il tessuto adiposo potrebbe conservare alcune conseguenze molecolari del precedente stato di obesità.

In altre parole, il corpo non sarebbe necessariamente un sistema che, una volta persi i chili, torna immediatamente allo stesso stato biologico di prima. Almeno nei modelli animali analizzati, alcune cellule sembrerebbero conservare una sorta di “traccia” del passato.

Questo potrebbe contribuire a spiegare perché il mantenimento del peso perso rappresenti una sfida biologica e non soltanto comportamentale.

E cosa c’entrano i farmaci GLP-1?

E cosa c’entrano i farmaci GLP-1? (blitzquotidiano.it)

La scoperta è particolarmente interessante nell’epoca dei nuovi farmaci contro l’obesità. Farmaci appartenenti alla classe degli agonisti del recettore GLP-1, e più recentemente molecole che agiscono su più sistemi ormonali, possono ridurre l’appetito e favorire una significativa perdita di peso.

Ma cosa succede quando il trattamento viene interrotto? Il recupero di parte del peso dopo la sospensione delle terapie anti-obesità è un fenomeno documentato e rappresenta una delle grandi questioni ancora aperte nella gestione a lungo termine dell’obesità.

Secondo i ricercatori, la loro scoperta potrebbe contribuire a spiegare almeno una parte di questo fenomeno: ridurre l’appetito non significa necessariamente cancellare le modificazioni biologiche accumulate durante l’obesità.

Questo non significa, però, che il nuovo studio abbia dimostrato che il meccanismo TGF-β1-asprosin sia la causa della ripresa di peso nelle persone che interrompono i farmaci GLP-1. Questa è un’ipotesi per future ricerche.

La scoperta potrebbe portare a nuove terapie?

È proprio questa una delle prospettive più interessanti. Se ulteriori studi dovessero dimostrare che il meccanismo esiste anche nell’uomo, in futuro potrebbe essere possibile intervenire non soltanto sui segnali che riducono l’appetito, ma anche sulla memoria biologica lasciata dall’obesità nel tessuto adiposo.

Il gruppo di ricerca sta infatti progettando ulteriori esperimenti per verificare se la stessa memoria epigenetica sia presente nel tessuto adiposo umano dopo la perdita di peso e se sia possibile intervenire sull’asprosina o sulle modificazioni epigenetiche associate.

L’idea sarebbe particolarmente interessante per il mantenimento del peso: invece di limitarsi a ridurre la fame mentre una terapia è in corso, si potrebbe cercare di modificare alla radice uno dei meccanismi biologici che favoriscono la ricaduta. Ma siamo ancora nella fase della ricerca sperimentale.

C’è anche un’altra “memoria” dell’obesità

La ricerca su Cell Reports non è l’unico lavoro recente a suggerire che l’obesità possa lasciare tracce biologiche persistenti. Uno studio pubblicato nel 2026 su EMBO Reports ha analizzato un altro possibile tipo di memoria: quella del sistema immunitario.

In questo caso i ricercatori hanno osservato modificazioni epigenetiche nei linfociti T CD4, con cambiamenti nella metilazione del DNA che potevano persistere dopo la perdita di peso. Nei modelli analizzati, il ritorno alla normalità dell’assetto immunitario non era immediato.

È un filone di ricerca diverso da quello dell’asprosina, ma il concetto di fondo è simile: l’obesità potrebbe modificare alcune funzioni cellulari in maniera più duratura di quanto suggerisca il semplice numero sulla bilancia.

Questo aiuta anche a comprendere perché l’obesità venga sempre più considerata una condizione cronica e complessa, nella quale la perdita di peso rappresenta solo una parte del problema.

Ma attenzione: negli esseri umani non è ancora dimostrato

È il punto più importante dell’intera ricerca. Il titolo “il grasso ricorda l’obesità” è efficace per raccontare la scoperta, ma non significa che sia stato dimostrato che le cellule adipose umane conservino questa memoria nello stesso modo.

Il lavoro di Cell Reports è principalmente preclinico e le prove funzionali più importanti arrivano dai modelli murini.

I ricercatori hanno anche analizzato dati pubblicamente disponibili relativi a topi e persone e un laboratorio indipendente ha riprodotto il principale risultato sulla persistenza del fenomeno. Questi elementi rafforzano l’ipotesi, ma non sostituiscono uno studio clinico nell’uomo.

La prossima domanda sarà quindi capire se, dopo una significativa perdita di peso, il tessuto adiposo umano conserva davvero la stessa alterazione epigenetica e se questa modifica contribuisce concretamente al recupero dei chili.

Solo allora sarà possibile stabilire quanto il meccanismo individuato nei topi sia rilevante per le persone.

Non significa che chi riprende peso abbia un corpo “programmato” a fallire

C’è anche una conseguenza importante dal punto di vista del modo in cui raccontiamo il dimagrimento. La scoperta non significa che il recupero del peso sia inevitabile e nemmeno che chi riprende i chili dopo una dieta abbia un organismo “rotto”.

L’obesità è influenzata da molti fattori, tra cui genetica, ambiente, alimentazione, attività fisica, sonno, farmaci, condizioni metaboliche, comportamento e regolazione ormonale.

Il circuito TGF-β1-asprosina è, per ora, un possibile pezzo di un puzzle molto più grande.

Ma è un pezzo interessante perché sposta ancora una volta l’attenzione da una spiegazione semplicistica — “basta mangiare meno e avere più volontà” — verso una visione in cui il corpo risponde attivamente alla perdita di peso.

Published by
Claudia Montanari