Prediabete, non è ancora diabete: la nuova strategia potrebbe puntare sulla remissione (blitzquotidiano.it)
Avere il prediabete non significa avere già il diabete, ma indica che la regolazione della glicemia non è più completamente nella norma e che il rischio di sviluppare un diabete di tipo 2 è aumentato.
Per anni la prevenzione si è concentrata soprattutto su un obiettivo: perdere peso, in particolare nelle persone con sovrappeso o obesità. Ma la ricerca più recente suggerisce che potrebbe essere necessario aggiungere un altro parametro alla valutazione del successo della prevenzione: riportare la glicemia nella norma.
È questa la prospettiva proposta da un gruppo internazionale di esperti in un articolo pubblicato su Nature Medicine nell’agosto 2026. Gli autori propongono di ripensare la prevenzione del diabete tipo 2 mettendo al centro anche la remissione del prediabete, cioè il ritorno a valori di glicemia compatibili con la normoglicemia.
L’obiettivo non sarebbe quindi soltanto dimagrire, ma migliorare concretamente la salute metabolica e impedire che l’alterazione della glicemia progredisca verso il diabete.
Il prediabete rappresenta una condizione intermedia: i valori della glicemia sono superiori alla norma, ma non raggiungono le soglie utilizzate per diagnosticare il diabete.
Può essere identificato attraverso diversi esami, tra cui la glicemia a digiuno, la glicemia dopo un test da carico orale di glucosio e l’emoglobina glicata.
Non è quindi corretto considerare il prediabete come un semplice sinonimo di “quasi diabete”. È piuttosto un segnale che il metabolismo del glucosio sta iniziando ad alterarsi.
La buona notizia è che questa situazione può essere modificata. In alcune persone i valori possono infatti tornare nella fascia normale, soprattutto quando vengono introdotti cambiamenti nello stile di vita e vengono affrontati i fattori di rischio.
Le raccomandazioni tradizionali per chi presenta prediabete danno grande importanza alla perdita di peso. E per una buona ragione: nelle persone con sovrappeso o obesità, una riduzione del peso corporeo può migliorare la sensibilità all’insulina e ridurre il rischio di sviluppare il diabete tipo 2.
Le indicazioni dell’American Diabetes Association per il 2026 raccomandano, nelle persone ad alto rischio con sovrappeso o obesità, di puntare a una perdita di almeno il 5-7% del peso iniziale, insieme a un’alimentazione adeguata e ad almeno 150 minuti di attività fisica moderata alla settimana.
Ma gli esperti che hanno pubblicato la nuova prospettiva su Nature Medicine suggeriscono di non fermarsi qui.
Una persona può raggiungere un miglioramento metabolico anche se il peso non diminuisce in modo significativo.
Per questo motivo, secondo la nuova proposta, la prevenzione dovrebbe considerare contemporaneamente il peso e la glicemia.
Questa idea non nasce soltanto da una teoria. Un precedente studio pubblicato su Nature Medicine aveva analizzato i dati di persone con prediabete coinvolte nel Prediabetes Lifestyle Intervention Study, o PLIS.
I ricercatori hanno osservato in particolare 234 partecipanti che, dopo un anno di intervento sullo stile di vita, non avevano perso peso o avevano addirittura preso peso.
Eppure, 51 di loro sono tornati a valori di regolazione della glicemia considerati normali.
In altre parole, circa un partecipante su cinque di questo gruppo ha ottenuto la remissione del prediabete senza che la perdita di peso fosse il meccanismo principale.
Il risultato è stato poi confrontato con i dati del Diabetes Prevention Program statunitense, ottenendo risultati compatibili.
Il dato più interessante riguarda ciò che è successo successivamente. Le persone che avevano ottenuto la remissione del prediabete senza perdere peso hanno mostrato, nel periodo di osservazione, una riduzione relativa di circa il 71% del rischio di sviluppare il diabete tipo 2 rispetto a chi non aveva raggiunto la remissione.
Un risultato simile è stato osservato anche nei dati del Diabetes Prevention Program, dove la riduzione relativa del rischio è stata di circa il 73%.
Questo non significa che raggiungere la normoglicemia garantisca di non sviluppare mai il diabete.
Il rischio dipende da numerosi fattori e la glicemia può tornare ad aumentare nel tempo. Ma il risultato suggerisce che il ritorno a valori normali rappresenta un indicatore importante di un miglioramento reale della salute metabolica.
La remissione del prediabete non sembra essere legata a un unico meccanismo. Nello studio, le persone che sono tornate alla normoglicemia senza perdere peso presentavano soprattutto un miglioramento della sensibilità all’insulina e della capacità delle cellule beta del pancreas di produrre insulina.
Un altro elemento interessante riguarda il modo in cui il grasso viene distribuito nell’organismo. Non conta infatti soltanto quanto grasso corporeo è presente, ma anche dove viene accumulato. Nei partecipanti che non hanno raggiunto la remissione è stato osservato un aumento maggiore del grasso viscerale, quello che si accumula attorno agli organi e che è metabolicamente più attivo.
Chi invece ha raggiunto la remissione senza dimagrire ha mostrato una distribuzione diversa del tessuto adiposo, con una maggiore tendenza ad accumulare grasso nel compartimento sottocutaneo.
È un elemento che aiuta a spiegare perché due persone con un peso simile possono avere un rischio metabolico molto diverso.
No, sarebbe una conclusione sbagliata. La ricerca non dimostra che perdere peso sia inutile per chi ha il prediabete.
Al contrario, la perdita di peso rimane una delle strategie più importanti per ridurre il rischio di diabete tipo 2 nelle persone con sovrappeso o obesità.
Il messaggio è un altro: il peso non dovrebbe essere l’unico parametro con cui valutare se una strategia preventiva sta funzionando.
Una persona potrebbe, per esempio, ottenere un miglioramento significativo della glicemia e della sensibilità all’insulina anche in assenza di una grande variazione sulla bilancia.
Per questo gli autori propongono di affiancare agli obiettivi di peso anche obiettivi metabolici.
La nuova prospettiva non significa che esista una dieta speciale capace di “curare” il prediabete. Le raccomandazioni attuali continuano a puntare su un’alimentazione equilibrata, sulla riduzione dell’eccesso calorico quando necessario e sull’attività fisica regolare.
L’American Diabetes Association indica, tra gli approcci alimentari possibili, modelli basati su alimenti nutrienti e adeguati alle preferenze individuali, compresi schemi mediterranei e a ridotto contenuto di carboidrati.
Anche l’esercizio fisico ha un ruolo che va oltre la perdita di peso.
L’attività muscolare può infatti migliorare la sensibilità all’insulina e favorire un migliore utilizzo del glucosio anche quando la bilancia cambia poco.
È uno dei motivi per cui il concetto di “salute metabolica” può essere più informativo del semplice peso corporeo.
In alcuni casi sì.
Ed è proprio questo il concetto che la ricerca vuole portare maggiormente al centro della prevenzione.
Il prediabete non deve essere considerato necessariamente come una strada a senso unico verso il diabete tipo 2. La progressione può essere modificata e alcune persone possono tornare a una regolazione normale della glicemia.
La nuova proposta di Nature Medicine chiede quindi di spostare l’attenzione dalla semplice domanda “quanto peso hai perso?” a una domanda più completa: “il tuo metabolismo sta tornando a funzionare meglio?”
È un cambiamento importante anche dal punto di vista della comunicazione con i pazienti, perché evita di trasformare la prevenzione del diabete in una semplice questione di peso.
C’è però una distinzione fondamentale. Parlare di remissione del prediabete non significa parlare di guarigione definitiva.
Una persona che torna a valori normali può sviluppare nuovamente alterazioni della glicemia, soprattutto se nel tempo cambiano peso, attività fisica, alimentazione o altri fattori di rischio.
Per questo il ritorno alla normoglicemia dovrebbe essere visto come un risultato da mantenere nel tempo, non come un traguardo raggiunto una volta per tutte.
Ed è proprio qui che si trova la parte più interessante della nuova strategia: intervenire quando l’alterazione metabolica è ancora modificabile, invece di aspettare che il diabete tipo 2 sia già comparso.