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Prima era un posto speciale, poi l’hanno scoperto gli influencer: il prezzo che paghiamo per qualche click

Conosci da anni un piccolo ristorante che sembra esistere quasi fuori dal tempo. Pochi tavoli, un proprietario che conosce i clienti, una cucina fatta bene senza bisogno di scenografie. Oppure una spiaggia poco frequentata, un bar nascosto in un quartiere lontano dalle rotte turistiche, una piccola pasticceria che lavora per lo più con gli abitanti della zona.

Poi magari ci torni nel giro di qualche mese e non è più lo stesso posto.

C’è la fila fuori, le recensioni su Google sono esplose, le persone arrivano con il telefono in mano, mostrano i video al proprietario, ordinano esattamente quello che hanno visto su Instagram. Nei commenti qualcuno chiede: “Ma è davvero così buono o è solo hype?”. Qualcun altro si lamenta perché il servizio è lento.  Il posto che era speciale perché piccolo, tranquillo e profondamente legato al territorio è diventato l’ennesima attrazione da consumare. Spesso è bastato un Reel, o il primo di una serie di Reel copia-incolla.

Quando scoprire un posto significa cambiarlo per sempre

Il punto non è che un luogo debba rimanere segreto. Sarebbe assurdo, oltre che egoista, pensare che le cose belle debbano essere conosciute soltanto da pochi eletti. Il problema è un altro: oggi la scoperta non avviene più gradualmente.

Un tempo un buon ristorante costruiva la propria reputazione nel tempo. Qualcuno lo consigliava a un amico, usciva una recensione, arrivavano nuovi clienti, magari lentamente. Il locale aveva il tempo di crescere, organizzarsi e trovare il proprio equilibrio.

Oggi un creator può pubblicare un video di trenta secondi e portare, potenzialmente, migliaia di persone nello stesso posto nel giro di pochi giorni, e questa differenza è enorme.

Perché un piccolo locale non è una catena internazionale. Un borgo non è un parco divertimenti. Una spiaggia non è progettata per assorbire all’improvviso un flusso incontrollato di persone. Esistono realtà la cui qualità dipende anche dalla loro scala: dal fatto che siano piccole, lente, tranquille. Non tutto ciò che è bello è fatto per essere scalabile.

Eppure sembra che sui social questa distinzione sia stata completamente cancellata.

La grande macchina del “dovete assolutamente andarci”

Il problema non è nemmeno soltanto Instagram. Il problema è il linguaggio con cui ormai raccontiamo i luoghi.

“Dovete assolutamente provarlo” – “Correte prima che lo scoprano tutti” – “Il posto segreto che nessuno vi dice” – “Non capisco come sia possibile che nessuno ne parli.”

Frasi che hanno un evidente paradosso: vengono pronunciate davanti a centinaia di migliaia di persone.

Il cosiddetto posto “di nicchia”, il panificio di quartiere, il bar sotto casa che magari ha la qualità di avere dei cornetti buonissimi, smette di esserlo nel momento esatto in cui viene mostrato a un pubblico enorme. E forse non sarebbe nemmeno un problema se chi lo racconta si limitasse a suggerirlo con misura. Ma la logica dei social non premia la misura ma premia l’idea che bisogna essere i primi a scoprire qualcosa. E soprattutto premia chi riesce a trasformare un luogo in un contenuto irresistibile.

Un piatto deve essere spettacolare, una vista deve sembrare irreale, un piccolo locale deve diventare “il migliore della città”. Un borgo deve essere “il più bello d’Italia”. Tutto deve essere definitivo, imperdibile, urgente.

E così, pur di ottenere qualche visualizzazione in più, si finisce per lanciare addosso a piccole realtà locali una quantità di attenzione che forse non hanno mai chiesto e che, soprattutto, non sempre sono in grado di gestire.

Il paradosso: il successo può distruggere ciò che lo ha generato

È questo, forse, l’aspetto più difficile da accettare. Molti di questi luoghi diventano virali proprio per caratteristiche che la viralità rischia poi di cancellare.

Un piccolo ristorante è speciale perché ha dieci tavoli e il proprietario può dedicare tempo alle persone? Dopo il video si trova a gestire una fila di cinquanta persone.

Una spiaggia è bellissima perché è ancora relativamente poco frequentata? Dopo essere comparsa in decine di video geolocalizzati diventa una destinazione obbligata.

Un borgo ha conservato una sua autenticità perché è rimasto fuori dai grandi circuiti? Improvvisamente arrivano pullman, tour organizzati, parcheggi saturi e persone che si fermano il tempo necessario a girare un video.

Poi accade qualcosa di ancora più assurdo perché gli stessi luoghi che abbiamo contribuito a rendere invivibili vengono definiti “sopravvalutati”. Il ristorante che fino a pochi mesi prima era una gemma nascosta diventa “troppo turistico”. Il servizio non è più quello di una volta. Il personale è nervoso. Il prodotto è cambiato.

Ma siamo sicuri che sia cambiato solo il posto o forse abbiamo cambiato noi le condizioni in cui quel posto poteva esistere?

Non ogni scoperta deve diventare contenuto

Non ogni scoperta deve diventare contenuto (blitzquotidiano.it)

Questa è probabilmente la domanda che dovremmo iniziare a farci. Davvero tutto ciò che scopriamo deve essere immediatamente pubblicato? Davvero ogni angolo autentico deve essere geolocalizzato, filmato, taggato e consigliato a centinaia di migliaia di persone?

La risposta, per qualcuno che lavora creando contenuti, può sembrare scomoda ma dovrebbe essere ovvia: no.

Esistono luoghi che hanno una capacità limitata, esistono delle realtà familiari, attività che lavorano con ritmi precisi. Posti in cui non c’è personale sufficiente per gestire un improvviso assalto quotidiano. Comunità locali che non hanno alcun interesse a trasformarsi nell’ennesima destinazione turistica di massa perché il turismo non è automaticamente positivo, in qualsiasi quantità e in qualsiasi forma.

Una piccola attività può certamente beneficiare di nuovi clienti. Una visibilità maggiore può salvare un ristorante in difficoltà, aiutare un artigiano o portare risorse in un territorio. Ma tra far conoscere un luogo e travolgerlo c’è una differenza enorme.

Il turismo come consumo: vedere, filmare, spuntare, andare via

C’è poi un altro fenomeno su cui dovremmo riflettere. Sempre più spesso non scegliamo una destinazione perché siamo davvero interessati a conoscerla, ma perché l’abbiamo vista sul nostro feed: andiamo dove siamo stati mandati oppure ordiniamo ciò che abbiamo visto sul Social di turno. Facciamo tutti le stesse foto, cerchiamo tutti lo stesso tavolo con quella determinata prospettiva del panorama. E questa è una forma di turismo che rischia di essere sempre meno legata alla curiosità e sempre più alla ripetizione, che rischia di cambiare anche il comportamento stesso delle attività.

Se migliaia di persone arrivano per provare esattamente quel piatto che ha fatto cinque milioni di visualizzazioni, è inevitabile che il locale inizi a costruire parte della propria identità attorno a quella richiesta. A quel punto il rischio è che la realtà cominci ad adattarsi al contenuto che l’ha resa famosa.

Anche chiamarle recensioni è diventato un problema

Un altro punto riguarda il modo in cui molti influencer raccontano i posti.

Perché una recensione, in teoria, dovrebbe essere un’altra cosa e chi è giornalista lo sa bene. Dovrebbe avere un giudizio. Un contesto. Dovrebbe raccontare anche ciò che non funziona. Dovrebbe aiutare una persona a capire se un luogo è adatto alle proprie esigenze. Oggi, invece, moltissimi contenuti che definiamo recensioni sono semplicemente promozioni entusiaste.

È tutto “pazzesco”, tutto “da provare” e tutto “il migliore”.

E se ogni ristorante è imperdibile, ogni gelateria è incredibile e ogni piccolo posto è una scoperta da condividere immediatamente, viene da chiedersi dove sia finito il senso critico.

Ma forse il problema è proprio questo: il senso critico genera meno engagement dell’entusiasmo.

Dire “è buono, ma ha pochi posti, quindi forse eviterei di trasformarlo in una meta per 200 mila persone” non è una frase particolarmente efficace per un Reel. Mentre dire “dovete correre qui” lo è molto di più.

La responsabilità di chi ha un pubblico

Avere un grande seguito non significa soltanto avere un grande potere di promozione, significa anche avere una responsabilità. Perché chi crea contenuti di viaggi e food non si limita a raccontare la realtà ma sempre più spesso contribuisce a modificarla.

Può riempire un ristorante o cambiare il destino commerciale di un quartiere, può trasformare una piccola spiaggia in un luogo sovraffollato. E, soprattutto, può fare arrivare migliaia di persone in una località che fino a quel momento aveva un equilibrio completamente diverso.

E forse sarebbe arrivato il momento di ammettere che non tutti i luoghi hanno bisogno di essere salvati dall’algoritmo. Alcuni stanno bene così.

Piccoli, poco conosciuti, frequentati soprattutto da chi vive lì.

Il problema non sono i turisti, ma il turismo senza misura

Sarebbe troppo semplice, e anche sbagliato, prendersela con chi parte per un weekend o con chi vuole provare un ristorante visto online. Le persone sono portate a fare ciò che i social sono progettati per far fare loro: vedono qualcosa, si incuriosiscono e vogliono viverla in prima persona.

Il problema è il sistema che trasforma ogni luogo in una risorsa da sfruttare fino all’ultima visualizzazione.

Oggi bisogna continuamente trovare qualcosa di nuovo, e appena quel posto è stato consumato dall’algoritmo, si passa al successivo. Nel frattempo, però, qualcuno continua a vivere lì.

Ci sono residenti che non trovano più parcheggio, oppure che per comprare il pane sono costretti a fare 1 ora di fila quando prima stavano comprando semplicemente del buon pane di quartiere. Lavoratori che vedono cambiare completamente il posto in cui vivono o lavorano. Piccoli imprenditori costretti a trasformare la propria attività per gestire un flusso che non avevano previsto. Luoghi naturali sottoposti a una pressione crescente.

Il contenuto dura trenta secondi ma le conseguenze possono durare anni.

Forse dovremmo imparare anche a non dire tutto

Non significa smettere di raccontare i viaggi né tornare a un mondo in cui le informazioni erano riservate a pochi, ma sarebbe bene iniziare a distinguere. Un grande ristorante strutturato per accogliere migliaia di persone non è la stessa cosa di una piccola trattoria familiare con sei tavoli, così come una città turistica non è la stessa cosa di un borgo abitato da poche centinaia di persone.

E chi ha un pubblico dovrebbe forse chiedersi, prima di pubblicare: questo posto ha davvero bisogno di tutta questa attenzione? Perché raccontare un luogo non è un gesto neutrale. Oggi, con un telefono e un account, può significare cambiarlo per sempre.

Forse è arrivato il momento di considerarlo prima di premere “pubblica”. Perché se continuiamo a trasformare ogni posto speciale nell’ennesima destinazione virale, un giorno ci ritroveremo a lamentarci che non esistono più posti autentici.

Ma non saranno scomparsi da soli, li avremo semplicemente scoperti tutti, troppo velocemente.

Published by
Claudia Montanari