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Quante tazze di caffè al giorno fanno davvero bene? La risposta della scienza ti sorprenderà

Se ogni mattina la tua giornata inizia con una tazza di caffè, o due, o tre… hai appena ricevuto una buona notizia dalla scienza. Uno studio pubblicato sul Journal of Affective Disorders, condotto su quasi 462.000 persone seguite per oltre tredici anni, suggerisce che bere caffè in modo moderato è associato a un rischio significativamente più basso di sviluppare ansia e depressione. La notizia è importante perché si tratta di uno degli studi osservazionali più grandi mai condotti sul tema, e i risultati sono coerenti tra loro in modo difficile da ignorare.

La scoperta più interessante non è solo che il caffè sembri protettivo per la salute mentale. È che esiste una quantità precisa in cui questo beneficio è massimo, e che superarla produce l’effetto opposto.

Lo studio e cosa ha trovato

I ricercatori dell’Università di Fudan hanno analizzato i dati sanitari di 461.586 individui tratti dal database UK Biobank, uno dei più grandi archivi di dati biologici e di salute al mondo. I partecipanti erano tutti privi di disturbi mentali al momento dell’arruolamento e sono stati seguiti per una mediana di oltre tredici anni, con il consumo di caffè registrato all’inizio dello studio.

L’analisi ha rivelato una relazione a forma di J tra consumo di caffè e rischio di disturbi mentali legati allo stress. Questa curva a J significa che i benefici aumentano fino a un certo punto e poi diminuiscono o si invertono, invece di seguire un andamento lineare in cui più caffè equivale sempre a più benefici o sempre a più rischi.

Il punto più basso della curva, ovvero quello associato al rischio più basso di ansia e depressione, corrisponde a un consumo di 2 o 3 tazze di caffè al giorno. Chi si collocava in questa fascia mostrava la minore probabilità di sviluppare condizioni come ansia generalizzata, depressione e altri disturbi correlati allo stress rispetto sia a chi non beveva caffè affatto, sia a chi ne beveva quantità elevate.

Chi consumava 5 o più tazze al giorno mostrava invece un aumento del rischio di disturbi mentali, suggerendo che oltre una certa soglia i possibili benefici vengono non solo annullati ma invertiti.

Perché il caffè potrebbe proteggere la salute mentale

Lo studio non ha misurato direttamente i meccanismi cerebrali che potrebbero spiegare questa associazione, ma i ricercatori, e i clinici consultati a margine della ricerca, offrono alcune ipotesi convincenti basate su ciò che già sappiamo sulle proprietà bioattive del caffè.

Il meccanismo più studiato riguarda la caffeina e il suo effetto sul sistema dopaminergico. La caffeina blocca i recettori dell’adenosina, una molecola che promuove la sonnolenza e riduce l’attività neuronale. Bloccando questi recettori, la caffeina favorisce il rilascio di dopamina, il neurotrasmettitore legato alla motivazione, al piacere e alla regolazione dell’umore. A dosi moderate questo effetto si traduce in miglioramento dell’attenzione, riduzione della fatica e una sensazione generale di benessere che può indirettamente ridurre la vulnerabilità ai disturbi dell’umore.

A questo si aggiunge una proprietà meno nota del caffè: la sua ricchezza in composti bioattivi con proprietà antiossidanti e antinfiammatorie. L’infiammazione cronica di basso grado è sempre più riconosciuta dalla ricerca scientifica come uno dei fattori che contribuiscono allo sviluppo della depressione, un legame che ha aperto un intero filone di ricerca sulla cosiddetta “teoria infiammatoria della depressione”. I polifenoli presenti nel caffè, in particolare l’acido clorogenico, hanno dimostrato in studi di laboratorio e clinici di modulare i marcatori infiammatori, il che potrebbe spiegare parte dell’effetto protettivo osservato.

Un dettaglio che ha sorpreso i ricercatori riguarda il caffè decaffeinato: l’associazione positiva è risultata consistente anche per chi consumava questa varietà, suggerendo che i benefici non siano attribuibili esclusivamente alla caffeina ma anche agli altri composti presenti nel caffè indipendentemente dal contenuto di caffeina.

Perché troppe tazze fanno l’effetto opposto

Perché troppe tazze fanno l’effetto opposto (blitzquotidiano.it)

Se il caffè moderato sembra protettivo, l’eccesso si rivela controproducente, e la spiegazione è altrettanto coerente con ciò che sappiamo di fisiologia e clinica.

Dosi elevate di caffeina stimolano il sistema nervoso simpatico in modo eccessivo, attivando la risposta allo stress del corpo: aumento della frequenza cardiaca, innalzamento della pressione arteriosa, rilascio di cortisolo e adrenalina. Questi effetti, che a dosi moderate durano poco e vengono rapidamente compensati, a dosi elevate possono diventare persistenti e portare a uno stato di iperattivazione fisiologica che mima e amplifica i sintomi dell’ansia. Chi soffre già di disturbi d’ansia conosce bene questa dinamica: oltre una certa quantità, il caffè smette di aiutare e comincia a peggiorare la tensione, l’irritabilità e il sonno.

Il sonno è un altro nodo cruciale: la caffeina ha un’emivita di circa cinque o sei ore, il che significa che una tazza consumata nel pomeriggio ha ancora metà della sua concentrazione nel sangue a sera. Consumare grandi quantità di caffè nel corso della giornata interferisce con la qualità e la durata del sonno, e il sonno di scarsa qualità è uno dei fattori di rischio più documentati per ansia e depressione. Si crea così un ciclo in cui il caffè eccessivo peggiora il sonno, il sonno peggiore peggiora l’umore e l’ansia, e l’ansia porta a cercare ulteriore caffeina per compensare la stanchezza.

Un risultato coerente su tutti i tipi di caffè

Uno degli aspetti più robusti dello studio è che i risultati si sono confermati indipendentemente dal tipo di caffè consumato dai partecipanti: caffè macinato, caffè istantaneo e caffè decaffeinato hanno mostrato associazioni simili con il rischio di disturbi mentali. Questo è un dato importante perché esclude che i benefici osservati siano spiegabili semplicemente dal profilo socioeconomico o dallo stile di vita dei consumatori di caffè di qualità superiore rispetto a quelli di caffè istantaneo.

I ricercatori hanno anche condotto un’analisi genetica, cercando di identificare individui con varianti genetiche che influenzano la velocità di metabolizzazione della caffeina, ovvero chi la smaltisce rapidamente versus chi la smaltisce lentamente. Sorprendentemente, queste differenze genetiche non hanno alterato significativamente le associazioni osservate, il che suggerisce che i benefici non dipendano principalmente dalla quantità di caffeina circolante nel sangue ma da meccanismi più complessi legati all’insieme dei composti presenti nel caffè.

Cosa significa in pratica

I clinici che hanno commentato lo studio sottolineano che si tratta di un risultato osservazionale, il che significa che mostra un’associazione statisticamente robusta ma non prova in modo definitivo che sia il caffè a causare direttamente la riduzione del rischio. Potrebbero esistere variabili di confondimento non completamente controllate: le persone che bevono caffè moderatamente potrebbero condividere altri tratti dello stile di vita che contribuiscono a una migliore salute mentale.

Detto questo, la coerenza dei risultati su un campione così vasto e su un periodo di osservazione così lungo, combinata con i meccanismi biologici plausibili che li spiegano, rende questi dati difficilmente riducibili a una semplice coincidenza statistica.

Il messaggio clinico che emerge è quello della moderazione come principio guida: 2 o 3 tazze al giorno sembrano essere la fascia in cui i potenziali benefici sono massimi e i rischi minimi. Chi consuma abitualmente 4 o 5 tazze o più al giorno, soprattutto se lamenta ansia, irritabilità o sonno disturbato, potrebbe valutare una riduzione graduale osservando se i sintomi migliorano. Chi non beve caffè non ha necessariamente un motivo per iniziare a farlo sulla base di questo studio, che fotografa associazioni in chi già lo consuma abitualmente.

Published by
Claudia Montanari