Perché vivere in alta montagna può ridurre il rischio di diabete: lo studio sorprendente (blitzquotidiano.it)
Chi vive in alta montagna sembra avere un rischio più basso di sviluppare diabete rispetto a chi abita a livello del mare. Non è una semplice suggestione legata allo stile di vita o alla maggiore attività fisica: diversi studi epidemiologici hanno osservato questa tendenza nel tempo. Ora, una nuova ricerca scientifica offre finalmente una spiegazione biologica convincente.
Secondo uno studio pubblicato sulla rivista Cell Metabolism, l’aria più rarefatta tipica delle zone montane attiverebbe un meccanismo metabolico capace di abbassare i livelli di zucchero nel sangue. La chiave non sarebbe nei muscoli, nel fegato o nel pancreas, ma in un protagonista finora sottovalutato: i globuli rossi.
Negli anni, diversi studi hanno evidenziato che le popolazioni che vivono ad altitudini elevate presentano una minore incidenza di diabete di tipo 2. Le ragioni ipotizzate erano molte: maggiore movimento, dieta diversa, peso corporeo inferiore o adattamenti fisiologici legati all’altitudine.
Tuttavia, nessuna di queste spiegazioni era riuscita a chiarire completamente il fenomeno. Serviva un tassello biologico più preciso. Ed è proprio ciò che ha cercato di fare il team di ricercatori dei Gladstone Institutes in California.
La loro attenzione si è concentrata sull’ipossia, ovvero la condizione di ridotta disponibilità di ossigeno nel sangue che si verifica quando si vive in alta quota.
In montagna, l’aria contiene meno ossigeno rispetto al livello del mare. L’organismo si adatta attivando una serie di meccanismi per compensare questa carenza. Tra questi, uno dei più noti è l’aumento della produzione di globuli rossi, le cellule del sangue responsabili del trasporto dell’ossigeno.
La nuova ricerca ha però dimostrato che i globuli rossi non sono solo “navette” passive di ossigeno. In condizioni di ipossia, cambiano comportamento metabolico e iniziano ad assorbire quantità significative di glucosio dal sangue.
Nei modelli animali esposti a bassi livelli di ossigeno, i ricercatori hanno osservato che, dopo un pasto ricco di zuccheri, la glicemia diminuiva molto più rapidamente del previsto. Il glucosio sembrava scomparire dal circolo sanguigno in tempi sorprendentemente brevi.
Dopo aver analizzato organi come fegato, cervello e muscoli senza trovare spiegazioni sufficienti, la risposta è emersa grazie a tecniche di imaging avanzate: i globuli rossi si comportavano come una sorta di “serbatoio” capace di catturare e utilizzare glucosio in modo più intenso rispetto alla norma.
Tradizionalmente, il metabolismo del glucosio viene associato principalmente al pancreas, che regola l’insulina, e ai tessuti periferici come muscoli e fegato. Il ruolo dei globuli rossi era considerato marginale in questo contesto.
La scoperta ribalta questa prospettiva. In condizioni di bassa ossigenazione, non solo aumenta il numero di globuli rossi, ma ogni singola cellula sembra potenziare la propria capacità di captare glucosio.
Questo doppio effetto — più globuli rossi e maggiore attività metabolica di ciascuno — contribuisce a ridurre la concentrazione di zucchero nel sangue. È un adattamento fisiologico che, nel lungo periodo, potrebbe tradursi in una minore probabilità di sviluppare iperglicemia cronica.
Lo studio non si è limitato all’osservazione del fenomeno. I ricercatori hanno testato anche un composto sperimentale in grado di simulare gli effetti dell’ipossia senza necessità di cambiare altitudine.
Nei modelli animali con diabete, questo farmaco ha mostrato la capacità di ridurre significativamente i livelli di glucosio nel sangue. Si tratta di risultati preliminari, ma aprono prospettive interessanti per lo sviluppo di nuove strategie terapeutiche.
Naturalmente, vivere in montagna non è una soluzione pratica o universale per prevenire il diabete. Tuttavia, comprendere i meccanismi che si attivano in condizioni di scarsa ossigenazione potrebbe aiutare a sviluppare trattamenti innovativi.
Il diabete rappresenta una delle principali sfide sanitarie globali. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, centinaia di milioni di persone convivono con questa patologia, che aumenta il rischio di complicanze cardiovascolari, renali e neurologiche.
Individuare nuovi meccanismi biologici che influenzano la glicemia significa ampliare il ventaglio di possibili interventi. Finora l’attenzione si è concentrata soprattutto su dieta, esercizio fisico, farmaci che stimolano l’insulina o migliorano la sensibilità insulinica.
L’idea che i globuli rossi possano avere un ruolo attivo nel controllo del glucosio apre una nuova frontiera nella comprensione del metabolismo.
È importante chiarire che lo studio non suggerisce di trasferirsi in alta quota per ridurre il rischio di diabete. L’altitudine comporta anche altre modificazioni fisiologiche e non è adatta a tutti.
Inoltre, i risultati derivano in gran parte da modelli animali e richiedono ulteriori conferme nell’uomo. Tuttavia, le evidenze epidemiologiche che mostrano una minore incidenza di diabete nelle popolazioni di alta montagna trovano ora un supporto biologico più solido.
La ricerca suggerisce che l’ambiente può influenzare il metabolismo in modi più complessi di quanto si pensasse.