Un composto presente nei melograni può aiutare a migliorare la salute del cuore (blitzquotidiano.it)
Il melograno viene spesso inserito tra gli alimenti più ricchi di sostanze benefiche, ma un nuovo studio suggerisce che alcuni composti presenti nel melograno, nelle noci e in diversi frutti di bosco potrebbero essere trasformati dall’intestino in una molecola capace di influenzare direttamente il funzionamento del cuore.
La ricerca, pubblicata su Science Advances, si è concentrata sull’urolitina A, una sostanza che non assumiamo direttamente mangiando un determinato alimento. Viene invece prodotta, almeno in alcune persone, dal microbiota intestinale quando metabolizza particolari polifenoli presenti soprattutto in alimenti vegetali ricchi di ellagitannini.
I risultati sono particolarmente interessanti per una forma comune di insufficienza cardiaca chiamata HFpEF, cioè insufficienza cardiaca con frazione di eiezione preservata. Nei modelli utilizzati dai ricercatori, l’urolitina A ha migliorato la capacità del muscolo cardiaco di rilassarsi e ha ridotto alcuni segnali di disfunzione.
Ma è fondamentale chiarire subito un punto: non significa che mangiare un melograno possa curare l’insufficienza cardiaca. La ricerca è ancora in una fase preliminare e i risultati dovranno essere confermati da studi clinici sulle persone.
Quando si parla di insufficienza cardiaca si tende a immaginare un cuore troppo debole per pompare sangue in modo efficace. In realtà, non tutti i casi funzionano allo stesso modo.
Nella forma denominata HFpEF, il cuore può mantenere una capacità di contrazione apparentemente conservata, ma il muscolo cardiaco diventa più rigido e fatica a rilassarsi tra un battito e l’altro. Questo rende più difficile il corretto riempimento del cuore con il sangue.
Possono comparire affanno, stanchezza e ritenzione di liquidi. Si tratta di una condizione importante anche dal punto di vista della ricerca perché rappresenta una quota consistente dei casi di insufficienza cardiaca e, nonostante i progressi degli ultimi anni, trovare trattamenti in grado di agire direttamente sulla rigidità del muscolo cardiaco rimane una delle grandi sfide.
È proprio qui che si inserisce il nuovo studio.
Il protagonista della ricerca non è direttamente il melograno, ma la relazione tra alimentazione, microbiota e metabolismo.
Alcuni alimenti vegetali contengono ellagitannini, composti appartenenti alla grande famiglia dei polifenoli. Tra le fonti alimentari più note ci sono il melograno, alcuni frutti di bosco e la frutta a guscio, comprese le noci.
Dopo il consumo di questi alimenti, il nostro organismo non utilizza necessariamente tutti i loro composti nello stesso modo. Una parte del processo coinvolge infatti i microrganismi che vivono nell’intestino. Il microbiota può trasformare determinate sostanze in metaboliti differenti, tra cui, in alcune condizioni, proprio l’urolitina A.
Questo aspetto è importante perché due persone che mangiano gli stessi alimenti non producono necessariamente la stessa quantità di metaboliti. Il microbiota intestinale varia molto da individuo a individuo e può modificare il modo in cui l’organismo interagisce con ciò che mangiamo.
In altre parole, non è corretto considerare il melograno come una sorta di farmaco naturale contenente già pronto il principio attivo studiato dai ricercatori.
Per verificare il possibile effetto dell’urolitina A, gli autori dello studio hanno utilizzato modelli animali di HFpEF e tessuti cardiaci umani ingegnerizzati a partire da cellule staminali.
Nei modelli animali trattati con la molecola, i ricercatori hanno osservato un miglioramento di diversi parametri legati alla funzione cardiaca, con risultati che in alcune misurazioni arrivavano fino a circa l’80% rispetto ai modelli non trattati.
Anche nei tessuti cardiaci umani creati in laboratorio sono emersi segnali interessanti: l’urolitina A avrebbe migliorato in modo significativo la capacità del tessuto di rilassarsi.
È proprio la capacità di rilassamento uno dei punti centrali nella HFpEF. Un cuore rigido non riesce infatti a comportarsi come dovrebbe durante la fase in cui si riempie di sangue.
I ricercatori hanno concentrato la loro attenzione su una proteina chiamata PKG1alpha, coinvolta nei meccanismi che aiutano il muscolo cardiaco a rilassarsi.
Secondo gli autori, l’urolitina A potrebbe agire su questo percorso biologico, contribuendo a contrastare alcuni dei meccanismi alla base della rigidità cardiaca osservata nella HFpEF.
La scoperta è interessante soprattutto perché potrebbe aprire due strade diverse. Da un lato, ulteriori studi potrebbero approfondire il ruolo della dieta e del microbiota nella produzione di molecole biologicamente attive. Dall’altro, la stessa conoscenza del meccanismo potrebbe aiutare a sviluppare in futuro nuovi farmaci capaci di agire sullo stesso bersaglio biologico in modo più mirato.
Per ora, però, siamo ancora molto lontani dal poter parlare di una nuova cura disponibile.
È probabilmente la domanda più immediata, ma anche quella alla quale bisogna rispondere con maggiore prudenza.
No, questo studio non dimostra che mangiare melograno, noci o frutti di bosco possa trattare l’insufficienza cardiaca. I risultati non derivano da un grande studio clinico nel quale persone con HFpEF hanno mangiato questi alimenti e hanno visto migliorare la loro malattia.
L’urolitina A è stata studiata direttamente in modelli sperimentali e in tessuti cardiaci creati in laboratorio. Il passaggio successivo sarà verificare se gli stessi effetti possono essere osservati anche nei pazienti.
Inoltre, la produzione di urolitina A dopo il consumo di alimenti vegetali può variare in base al microbiota intestinale. Non tutti gli organismi rispondono quindi allo stesso modo.
Questo non significa che questi alimenti non abbiano valore all’interno di una dieta equilibrata. Melograno, frutti di bosco e noci apportano fibre e diversi composti bioattivi e possono essere inseriti, nelle quantità adatte alla singola persona, in un’alimentazione sana.
Il punto è non trasformare una ricerca promettente in un messaggio del tipo: “questo alimento cura il cuore”. La scienza non ha detto questo.
Forse l’aspetto più affascinante dello studio è proprio il collegamento tra organi che tendiamo a considerare separati.
Mangiamo un alimento. Alcuni suoi composti arrivano nell’intestino. Il microbiota li trasforma. I metaboliti prodotti possono entrare in circolo e interagire con tessuti e organi distanti, compreso il cuore.
La ricerca sull’urolitina A si inserisce quindi in un campo sempre più studiato: il rapporto tra microbiota, alimentazione e salute dell’intero organismo.
Non esiste però un singolo superfood capace di sostituire tutto il resto. La salute cardiovascolare continua a dipendere da molti fattori: alimentazione complessivamente equilibrata, attività fisica, controllo della pressione e delle altre condizioni di rischio, sonno e, quando necessario, terapie prescritte dal medico.