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Un semplice esame del sangue potrebbe prevedere il rischio di demenza fino a 25 anni prima

L’Alzheimer e altre forme di demenza rappresentano una delle principali sfide per la medicina moderna. Individuare la malattia prima della comparsa dei sintomi è infatti uno degli obiettivi più ambiziosi degli scienziati.

Una nuova ricerca suggerisce che un semplice esame del sangue potrebbe aiutare a prevedere il rischio di demenza fino a 25 anni prima della comparsa dei primi segnali clinici, almeno in alcune categorie di persone.

Lo studio, pubblicato su una rivista scientifica internazionale, ha analizzato il ruolo di una proteina legata ai processi neurodegenerativi chiamata p-tau217, che potrebbe diventare uno dei biomarcatori più promettenti per individuare precocemente il rischio di Alzheimer.

Perché la diagnosi precoce della demenza è così importante

Le malattie neurodegenerative come l’Alzheimer si sviluppano lentamente nel tempo. Prima che compaiano sintomi evidenti, come perdita di memoria o difficoltà cognitive, nel cervello possono già essere presenti alterazioni biologiche.

Gli scienziati ritengono che questi cambiamenti possano iniziare anche decenni prima della diagnosi clinica. Per questo motivo la ricerca si concentra sempre di più sulla possibilità di individuare segnali precoci della malattia.

Riconoscere il rischio con largo anticipo potrebbe permettere alle persone di intervenire sul proprio stile di vita e ai medici di sviluppare strategie preventive o terapie mirate prima che il danno neurologico diventi significativo.

Il ruolo dei biomarcatori nel sangue

Il ruolo dei biomarcatori nel sangue (blitzquotidiano.it)

Negli ultimi anni i ricercatori hanno iniziato a studiare i cosiddetti biomarcatori, cioè indicatori biologici che possono segnalare la presenza o il rischio di una malattia.

Nel caso dell’Alzheimer, uno degli elementi più importanti riguarda l’accumulo anomalo di alcune proteine nel cervello, tra cui la beta-amiloide e la tau fosforilata.

Queste proteine tendono a formare aggregati che interferiscono con il normale funzionamento delle cellule nervose. Per molto tempo la loro presenza poteva essere rilevata solo attraverso esami complessi, come scansioni cerebrali o analisi del liquido cerebrospinale.

Queste procedure, tuttavia, sono costose o invasive, motivo per cui la ricerca sta puntando sempre di più su test del sangue che possano individuare gli stessi segnali biologici in modo più semplice e accessibile.

La proteina p-tau217 e il rischio di demenza

Tra i biomarcatori più studiati negli ultimi anni c’è la p-tau217, una particolare forma della proteina tau che può essere rilevata nel sangue.

Secondo diversi studi, livelli più elevati di questa proteina sono associati ai cambiamenti cerebrali tipici dell’Alzheimer.

La ricerca più recente ha analizzato proprio la relazione tra i livelli di p-tau217 nel sangue e il rischio futuro di sviluppare problemi cognitivi.

I risultati suggeriscono che valori più alti di questa proteina possono essere collegati a un aumento della probabilità di sviluppare demenza o deterioramento cognitivo lieve negli anni successivi.

Lo studio condotto su migliaia di donne

La ricerca ha coinvolto oltre 2.700 donne inizialmente sane, con un’età compresa tra i 65 e i 79 anni all’inizio dello studio.

Le partecipanti sono state seguite nel tempo per un periodo molto lungo, fino a 25 anni. Durante questo periodo gli scienziati hanno monitorato sia i livelli della proteina p-tau217 nel sangue sia lo stato delle loro funzioni cognitive.

Nel corso degli anni circa la metà delle partecipanti ha sviluppato una forma di deterioramento cognitivo o demenza.

Analizzando i dati raccolti, i ricercatori hanno osservato che le donne con livelli più elevati di p-tau217 all’inizio dello studio avevano una probabilità maggiore di sviluppare problemi cognitivi nel corso degli anni successivi.

Questo suggerisce che la proteina potrebbe essere un indicatore precoce del rischio di malattia.

Il ruolo dell’età e della genetica

Lo studio ha evidenziato anche che il rischio non dipende solo dal livello della proteina nel sangue.

Altri fattori possono influenzare la probabilità di sviluppare demenza, tra cui l’età e la predisposizione genetica.

In particolare, il rischio associato alla p-tau217 sembra essere più elevato nelle persone oltre i 70 anni e in chi possiede alcune varianti genetiche già note per aumentare la probabilità di Alzheimer.

Questo significa che i biomarcatori nel sangue potrebbero diventare ancora più utili se combinati con altre informazioni cliniche e genetiche.

Cosa potrebbe cambiare per la diagnosi dell’Alzheimer

Se confermati da ulteriori studi, test del sangue come quello basato sulla p-tau217 potrebbero trasformare il modo in cui vengono individuate le malattie neurodegenerative.

Rispetto agli esami attuali, un semplice prelievo di sangue sarebbe molto più accessibile e potrebbe essere utilizzato su larga scala per identificare le persone a rischio.

Questo non significa però che un risultato positivo indichi con certezza che una persona svilupperà Alzheimer. I biomarcatori indicano piuttosto la presenza di cambiamenti biologici associati alla malattia, ma non garantiscono che i sintomi si manifesteranno.

Prevenzione e stile di vita

Uno degli aspetti più interessanti della diagnosi precoce riguarda la possibilità di intervenire prima della comparsa dei sintomi.

Gli esperti sottolineano che alcuni comportamenti possono contribuire a ridurre il rischio di deterioramento cognitivo nel tempo.

Dormire bene, mantenere una vita socialmente attiva, fare attività fisica regolare e stimolare il cervello con attività cognitive sono strategie che possono aiutare a proteggere la salute del cervello.

Sapere in anticipo di avere un rischio maggiore potrebbe quindi motivare molte persone ad adottare abitudini più salutari.

Published by
Claudia Montanari