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Van Gogh non firmava i quadri che riteneva brutti: ecco perché

Oggi la firma di Vincent van Gogh è diventata quasi un marchio, riprodotto su souvenir, libri e oggetti di ogni genere. Per l’artista olandese, però, quel semplice “Vincent” aveva un significato molto più profondo. La sua firma rappresentava infatti una sorta di certificazione della qualità dell’opera, il segnale che quel dipinto era arrivato a un livello di compiutezza tale da poter essere mostrato e giudicato da altre persone.

Van Gogh non firmava dunque automaticamente tutto ciò che realizzava. Al contrario, era estremamente selettivo e severo nei confronti della propria produzione. Secondo una ricerca condotta da Julia Engelmayer per il Van Gogh Museum di Amsterdam, soltanto una parte molto ridotta dei suoi dipinti ricevette la celebre firma.

Un artista estremamente critico

Attraverso l’analisi delle numerose lettere scritte e ricevute dall’artista, comprese quelle indirizzate al fratello Theo, Engelmayer ha ricostruito la storia delle opere firmate. Il risultato mostra come Van Gogh evitasse di apporre il proprio nome sui dipinti che considerava ancora incompleti o semplicemente “brutti”.

L’artista iniziò a firmare le proprie tele soltanto nel 1884, tre anni dopo aver cominciato a dipingere a olio. Un cambiamento importante arrivò durante il periodo trascorso ad Arles, quando Van Gogh sembrò acquisire maggiore fiducia nel proprio lavoro e diventare, almeno in parte, meno severo con se stesso.

Soltanto 133 dipinti su 840

I numeri raccontano bene quanto fosse rara quella firma. Dei circa 840 dipinti conosciuti, Van Gogh ne firmò appena 133, poco meno del 16%. Tra questi figurano alcune delle opere oggi più celebri, come I mangiatori di patate e I girasoli.

Per Van Gogh, I mangiatori di patate rappresentava in particolare il suo primo grande capolavoro. L’artista vi lavorò per settimane e, una volta considerato concluso il dipinto, appose il proprio nome sullo schienale della sedia raffigurata sulla sinistra. Una firma che il passare del tempo ha purtroppo reso quasi illeggibile.

Regali, scambi e il “brand” Vincent

Non tutte le opere firmate, però, furono necessariamente quelle che Van Gogh considerava superiori alle altre. Alcune vennero autografate perché destinate a familiari, amici o altri artisti. È il caso della Pietà, realizzata a partire da un’opera di Delacroix e regalata alla sorella Willemien.

Un altro esempio è Tre paia di scarpe, donato al pittore australiano John Peter Russell in cambio di una sua opera. Van Gogh firmò il dipinto, ma Russell aggiunse successivamente un secondo “Vincent” in stampatello.

Quella scelta del solo nome non era casuale. Van Gogh aveva infatti intuito il valore di un’identità artistica semplice e facilmente riconoscibile, preferendo “Vincent” al proprio cognome. Una sorta di strategia di marketing ante litteram, diventata oggi ancora più evidente: il suo nome è immediatamente riconoscibile anche senza il cognome, come dimostrano opere e produzioni dedicate alla sua figura, dal film Loving Vincent alla celebre canzone Vincent di Don McLean.

Published by
Filippo Limoncelli