Vitamina D2 e D3, non sono uguali: che cosa cambia e quale aumenta la vitamina D nel sangue (blitzquotidiano.it)
Con l’arrivo dell’autunno si torna a parlare di vitamina D, soprattutto perché nei mesi con meno sole la pelle ne produce generalmente una quantità inferiore. Questa vitamina è importante per la salute delle ossa e per permettere all’organismo di assorbire correttamente il calcio, ma c’è un aspetto che non tutti conoscono: non esiste una sola forma di vitamina D.
Le più diffuse sono la D2 e la D3. Entrambe contribuiscono ad aumentare i livelli di vitamina D nel sangue, ma non lo fanno esattamente allo stesso modo. Gli studi indicano infatti che la D3 è generalmente più efficace nel far salire questi valori e nel mantenerli più a lungo.
Ma qual è la differenza tra le due? In quali alimenti si trovano e quando può essere utile assumere un integratore?
Quando si parla di vitamina D si fa riferimento soprattutto a due forme: la D2, chiamata ergocalciferolo, e la D3, conosciuta come colecalciferolo. La differenza riguarda innanzitutto la loro origine.
La vitamina D2 si trova principalmente in alcuni funghi e lieviti, soprattutto quando vengono esposti alla luce ultravioletta. È utilizzata anche in alcuni alimenti fortificati e negli integratori.
La vitamina D3, invece, viene prodotta dalla pelle quando è esposta ai raggi UVB del sole. Si trova inoltre in alcuni alimenti di origine animale, come pesci grassi e tuorlo d’uovo, ed è presente in molti integratori. Esistono anche versioni di D3 ottenute da fonti vegetali, come i licheni.
Una volta introdotte nell’organismo, entrambe vengono trasformate in sostanze che partecipano alla regolazione del calcio e del fosforo. Il loro effetto sui livelli di vitamina D nel sangue, però, non è identico.
La risposta che emerge dagli studi è abbastanza chiara: in media, la vitamina D3 è più efficace della D2 nell’aumentare i livelli di vitamina D nel sangue.
Una revisione sistematica con metanalisi pubblicata nel 2024 sulla rivista Advances in Nutrition ha confrontato i risultati di 20 studi sulla supplementazione con le due forme. Nel complesso, la D3 ha prodotto un aumento maggiore della concentrazione totale di 25-idrossivitamina D, il parametro utilizzato più comunemente per valutare lo stato vitaminico attraverso un esame del sangue.
Anche il National Institutes of Health statunitense segnala questa differenza: la D3 tende a far aumentare i valori più della D2 e, in genere, a mantenerli elevati più a lungo.
Il risultato, tuttavia, non è uguale per tutti. L’effetto dipende anche dalla dose utilizzata, dalla frequenza di assunzione, dai livelli di partenza e dalle caratteristiche individuali.
Questo non significa che la vitamina D2 sia inutile. Anche questa forma può contribuire a correggere una carenza, se utilizzata in modo appropriato. La D3 presenta semplicemente un vantaggio medio nell’aumentare la concentrazione totale di vitamina D nel sangue.
La vitamina D svolge un ruolo fondamentale soprattutto per le ossa. Aiuta l’organismo ad assorbire calcio e fosforo, due minerali indispensabili per mantenere una corretta mineralizzazione dello scheletro.
Quando la carenza è importante e prolungata, possono comparire problemi anche seri: nei bambini può provocare rachitismo, mentre negli adulti può causare osteomalacia, una condizione caratterizzata da un’alterata mineralizzazione delle ossa.
Per capire se i livelli sono adeguati, l’esame più utilizzato misura la 25-idrossivitamina D, indicata anche con la sigla 25(OH)D. È la principale forma circolante impiegata per valutare lo stato vitaminico.
Avere valori adeguati è importante, ma assumere più vitamina D del necessario non significa ottenere automaticamente maggiori benefici. L’obiettivo è evitare una carenza, non aumentare i livelli senza una ragione precisa.
L’alimentazione può contribuire all’apporto di vitamina D, anche se gli alimenti che ne contengono quantità significative non sono moltissimi.
La vitamina D3 si trova soprattutto nei pesci grassi, come salmone, sgombro, sardine e aringhe. Quantità variabili sono presenti anche nel tuorlo d’uovo e nel fegato.
La vitamina D2 è associata principalmente ad alcuni funghi, in particolare quelli esposti alla luce ultravioletta. Entrambe le forme possono inoltre essere aggiunte ad alcuni prodotti fortificati, come determinate bevande vegetali, margarine e cereali per la colazione.
Per sapere quanta vitamina D contiene un prodotto è importante leggere l’etichetta, perché le quantità possono cambiare sensibilmente da un alimento all’altro.
In alcune situazioni, la sola alimentazione potrebbe non essere sufficiente a garantire un apporto adeguato. Questo, però, non significa che tutti debbano ricorrere agli integratori: la necessità va valutata in base all’età, allo stato di salute, all’alimentazione e agli eventuali fattori di rischio.
Con meno ore di sole e una minore esposizione ai raggi UVB, la produzione di vitamina D attraverso la pelle può diminuire. È uno dei motivi per cui la questione torna d’attualità durante i mesi freddi.
Non è detto, però, che in autunno e in inverno tutti debbano iniziare ad assumere un integratore. La situazione cambia da persona a persona e dipende, tra le altre cose, dall’età, dall’alimentazione, dall’esposizione solare e dalle condizioni di salute.
Il medico può valutare se ci siano motivi per controllare i livelli di vitamina D nel sangue e se sia opportuno intervenire con un’integrazione. L’esame non è necessariamente indicato per tutti, né deve essere ripetuto automaticamente a ogni cambio di stagione.
È importante anche non cercare di aumentare la vitamina D esponendosi al sole senza protezione. La salute della pelle resta una priorità e l’esposizione deve essere sempre gestita con attenzione.
Il fatto che la D3 sia generalmente più efficace della D2 non significa che sia necessario assumerne dosi elevate.
La vitamina D è liposolubile e può accumularsi nell’organismo. Un eccesso, dovuto soprattutto all’uso improprio di integratori, può provocare ipercalcemia, cioè un aumento eccessivo del calcio nel sangue, con possibili conseguenze anche per i reni.
Per questo è importante rispettare le dosi indicate dal medico e prestare attenzione quando si utilizzano più prodotti contemporaneamente. Alcuni multivitaminici, per esempio, contengono già vitamina D e potrebbero sommarsi ad altri integratori.
La scelta tra D2 e D3 non dovrebbe basarsi soltanto sulla presunta superiorità di una forma. Contano anche il motivo della supplementazione, la dose, le condizioni cliniche e la risposta individuale.
Un discorso a parte riguarda il calcifediolo, una sostanza derivata dalla vitamina D utilizzata in specifici medicinali. Non è semplicemente un’altra versione di un comune integratore di D3 e non va considerato intercambiabile con essa senza indicazione medica.
Le evidenze scientifiche indicano che entrambe le forme possono aumentare i livelli di vitamina D nel sangue, ma la D3 tende a ottenere un incremento maggiore e più duraturo.
Questo è un elemento utile da conoscere quando si valuta un integratore, ma non basta da solo per stabilire quale prodotto sia più adatto a ogni persona.
La cosa più importante è capire se esista davvero una carenza o una necessità di supplementazione e, in caso affermativo, individuare con il medico la formulazione e la dose appropriate. Una dieta varia, con alimenti che apportano vitamina D, e un’integrazione quando indicata sono gli strumenti da considerare per mantenere livelli adeguati, senza ricorrere al fai-da-te.