Vuoi rallentare l'invecchiamento? La strategia più efficace è molto più semplice di quanto pensi (blitzquotidiano.it)
Fino a pochi anni fa parlare di anti-age significava soprattutto scegliere una buona crema, proteggere la pelle dal sole e cercare di attenuare qualche ruga. Oggi la promessa è diventata molto più grande.
Non si parla più soltanto di sembrare più giovani davanti allo specchio, ma di rallentare l’invecchiamento dell’organismo, modificare l’età biologica, intervenire sul metabolismo e persino aumentare gli anni trascorsi in buona salute.
Sul mercato sono comparsi test dell’età biologica, integratori per la longevità, protocolli alimentari, trattamenti ormonali e molecole che vengono studiate dalla ricerca geroscientifica. Il tema è reale e la ricerca è tutt’altro che fantascienza.
Il problema nasce quando un’ipotesi scientifica viene trasformata in una promessa commerciale.
Perché, mentre la scienza cerca di capire come rallentare alcuni processi dell’invecchiamento, esiste già un “trattamento anti-age” molto meno spettacolare e molto più difficile da vendere: muoversi regolarmente, non fumare, dormire bene, seguire un’alimentazione equilibrata e tenere sotto controllo pressione, glicemia e colesterolo.
Ed è proprio questo il paradosso: la strategia più solida per invecchiare bene è anche quella che non richiede un flacone.
Il primo punto da chiarire è che l’invecchiamento è un fenomeno estremamente complesso. Con il passare degli anni cambiano contemporaneamente diversi sistemi dell’organismo: metabolismo, sistema immunitario, muscoli, ossa, vasi sanguigni, cervello e capacità delle cellule di riparare alcuni tipi di danno.
La ricerca sulla longevità cerca di comprendere proprio questi meccanismi e, soprattutto, di capire se sia possibile intervenire su alcuni di essi per ritardare la comparsa di più malattie legate all’età contemporaneamente.
È qui che entra in gioco il concetto di healthspan, cioè gli anni vissuti in buona salute.
L’obiettivo della moderna ricerca sull’invecchiamento non è quindi semplicemente far vivere una persona più a lungo. È cercare di fare in modo che una quota maggiore della vita venga trascorsa mantenendo autonomia, capacità fisica e qualità della vita.
È proprio da questa idea che nasce uno dei concetti più affascinanti degli ultimi anni: l’età biologica.
Due persone che hanno entrambe 60 anni possono presentare caratteristiche metaboliche e biologiche differenti. Una può avere un buon livello di attività fisica, pressione nella norma e un profilo metabolico favorevole; l’altra può avere diversi fattori di rischio.
La ricerca ha quindi sviluppato diversi biomarcatori dell’invecchiamento, compresi alcuni cosiddetti “orologi epigenetici”, che cercano di stimare la velocità con cui l’organismo sta invecchiando.
Il concetto è estremamente interessante, ma bisogna evitare una semplificazione: un test che indica un’età biologica inferiore a quella anagrafica non significa che una persona abbia davvero “ringiovanito”.
Gli strumenti disponibili utilizzano metodologie differenti e non esiste ancora un singolo orologio biologico universalmente riconosciuto come misura definitiva dell’invecchiamento umano.
Per questo questi test sono molto interessanti per la ricerca, ma non dovrebbero essere interpretati come una sorta di certificato di giovinezza.
Questo è uno dei problemi più importanti quando si parla di longevità. Supponiamo che una determinata dieta o un integratore riesca a modificare un biomarcatore associato all’invecchiamento. È una scoperta interessante.
Ma la domanda successiva è molto più difficile: questa modifica si traduce davvero in meno infarti, meno demenza, meno tumori, maggiore autonomia e più anni di vita in buona salute?
Per dimostrarlo servono studi clinici molto più complessi e, soprattutto, più lunghi.
Un esempio interessante arriva dallo studio CALERIE, uno dei principali trial randomizzati sulla restrizione calorica in adulti sani. La ricerca ha analizzato anche diversi marcatori epigenetici dell’invecchiamento. La restrizione calorica ha prodotto un rallentamento significativo secondo DunedinPACE, mentre altri orologi epigenetici non hanno mostrato lo stesso risultato.
Il dato è importante perché dimostra quanto sia facile confondere un cambiamento di un biomarcatore con una dimostrazione di ringiovanimento dell’intero organismo. La scienza, in questo campo, deve quindi procedere con molta cautela.
È qui che il tema diventa ancora più interessante. Da anni vengono studiate molecole che intervengono su alcuni dei processi biologici associati all’invecchiamento. Tra queste ci sono farmaci e sostanze sperimentali che agiscono su metabolismo, senescenza cellulare e vie molecolari coinvolte nella regolazione dell’energia cellulare.
I senolitici, per esempio, sono studiati per la capacità di eliminare selettivamente alcune cellule senescenti, cioè cellule che hanno smesso di proliferare ma che possono rimanere nei tessuti e contribuire a modificare l’ambiente cellulare.
Anche molecole come rapamicina e metformina vengono studiate nell’ambito della geroscienza.
Il punto fondamentale, però, è non confondere tre concetti molto diversi: una molecola può essere biologicamente interessante, può funzionare in modelli animali e può persino essere oggetto di studi clinici senza essere ancora un trattamento anti-aging dimostrato nell’uomo.
La distanza tra “potrebbe funzionare” e “sappiamo che funziona” è enorme.
Lo stesso ragionamento vale per il vastissimo mercato degli integratori.
NAD+, precursori metabolici, antiossidanti, aminoacidi e numerose altre sostanze vengono spesso presentati facendo riferimento alla loro funzione nelle cellule.
Ma conoscere il meccanismo biologico di una sostanza non significa automaticamente sapere se assumerla come integratore permetta di vivere più a lungo o invecchiare più lentamente.
È uno dei passaggi più importanti da ricordare quando si leggono notizie sulla longevità.
Una sostanza può avere un ruolo fondamentale nell’organismo e, allo stesso tempo, non avere alcun beneficio dimostrato quando viene assunta sotto forma di integratore da una persona sana.
Il marketing tende a fermarsi al meccanismo. La ricerca clinica deve arrivare molto più avanti.
Non c’è bisogno di un test sofisticato dell’età biologica per sapere che l’attività fisica è uno degli strumenti più importanti per mantenere la salute con l’avanzare degli anni.
L’esercizio regolare aiuta a preservare massa e forza muscolare, contribuisce alla salute cardiovascolare e metabolica e permette di mantenere più a lungo una buona capacità funzionale.
In particolare, l’allenamento di forza assume un’importanza crescente con l’età perché la perdita progressiva di massa muscolare può compromettere autonomia ed equilibrio.
Non significa necessariamente trascorrere ore in palestra.
Camminare, svolgere attività aerobica e inserire esercizi di forza adattati alle proprie capacità può rappresentare una strategia molto più concreta di qualsiasi promessa di “ringiovanimento cellulare”.
Un’altra abitudine apparentemente banale ha un’importanza enorme: dormire bene.
Il sonno è coinvolto in numerosi processi fisiologici, compresi quelli legati alla funzione cerebrale, al metabolismo e alla regolazione del sistema immunitario.
Eppure difficilmente troveremo pubblicità di un “protocollo della longevità” che dica semplicemente di dormire abbastanza.
È molto meno affascinante di una molecola innovativa, ma proprio per questo rischia di essere sottovalutato.
La stessa logica vale per il controllo dei principali fattori di rischio cardiovascolare: pressione alta, diabete, colesterolo elevato e fumo possono avere conseguenze molto più concrete sulla salute futura rispetto a un presunto trattamento anti-aging privo di prove cliniche solide.
Anche l’alimentazione è diventata protagonista della ricerca sulla longevità. Modelli alimentari ricchi di verdure, frutta, legumi, cereali integrali, pesce e grassi insaturi sono associati a numerosi benefici sulla salute cardiovascolare e metabolica.
Ma anche in questo caso bisogna diffidare delle promesse assolute.
Non esiste, almeno oggi, un singolo alimento capace di “spegnere” l’invecchiamento.
La longevità è il risultato di un insieme di fattori che interagiscono tra loro. È molto più sensato parlare di stile di vita complessivamente favorevole che cercare l’alimento o l’integratore miracoloso.
Assolutamente no. Ed è importante non cadere nell’eccesso opposto. La geroscienza è uno dei campi più interessanti della ricerca biomedica contemporanea. Gli scienziati stanno studiando senescenza cellulare, infiammazione cronica, metabolismo, modificazioni epigenetiche e altri processi che potrebbero contribuire all’invecchiamento.
La domanda scientifica è seria: possiamo intervenire sui meccanismi dell’invecchiamento per ritardare più malattie contemporaneamente?
Se in futuro arriveranno risposte positive, potrebbe trattarsi di una delle più importanti evoluzioni della medicina.
Ma proprio perché la ricerca è seria, bisogna distinguere i risultati preliminari dalle terapie dimostrate.
Forse il termine “anti-age” è già parte del problema. L’espressione suggerisce che l’obiettivo sia combattere l’età, come se invecchiare fosse qualcosa che possiamo semplicemente cancellare.
La medicina potrebbe invece avere un obiettivo molto più interessante: fare in modo che gli anni che viviamo siano il più possibile anni di buona salute.
Non necessariamente vivere fino a 120 anni, quindi, ma arrivare a 70, 80 o 90 anni conservando il più possibile forza, autonomia, capacità cognitive e qualità della vita.
E paradossalmente, mentre la ricerca continua a studiare molecole sempre più sofisticate, alcune delle strategie con le prove più solide rimangono estremamente semplici: non fumare, muoversi, allenare i muscoli, mangiare in modo equilibrato, dormire bene e controllare i principali fattori di rischio.
Sono poco glamour, difficili da trasformare in una pubblicità e impossibili da vendere come una pillola miracolosa.
Ma se oggi cerchiamo il vero anti-age della scienza, probabilmente è proprio da qui che conviene cominciare.