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Il video dell’agente della Penitenziaria che spara al detenuto in fuga. Il collega lo scarica: “Io non l’avrei fatto”

A Prato un agente della Penitenziaria è indagato per tentato omicidio dopo aver sparato ad un detenuto di 22 anni che cercava di scappare dallo spazio destinato alle ambulanze all’interno del pronto soccorso dell’ospedale Santo Stefano. Ora il collega che era con lui lo scarica e ai magistrati che stanno indagando sulla vicenda dichiara: “Io non avrei mai sparato”. L’agente in questione è stato sentito come persona informata sui fatti per ben due volte. Si tratta dell’agente più anziano: quello che ha sparato ha infatti meno di 18 mesi di servizio.

La scena ripresa dalle telecamere

Le immagini registrate dalle telecamere interne dell’ospedale mostrano il giovane marocchino che corre ammanettato nell’area del pronto soccorso riservata alle ambulanze. L’uomo cerca di trovare riparo dietro uno dei mezzi in sosta dopo aver preso e scaricato un estintore. Come mostrano le immagini si muove all’interno di uno spazio chiuso apparentemente senza una via di fuga. Ed è proprio questo il motivo per cui all’agente è stato negato lo scudo penale previsto dal recente decreto Sicurezza. La Procura vuole capire se la scelta di utilizzare l’arma sia stata legittima oppure se i tre colpi siano stati esplosi “deliberatamente” come sostiene l’accusa. Per capirlo alle immagini vengono affiancate le testimonianze e gli accertamenti compiuti dalla Polizia scientifica.

In pochi secondi l’agente spara tre volte a distanza ravvicinata e uno dei proiettili raggiunge il 22enne a una gamba ferendolo. Dopo essere stato soccorso il 22enne non risulta essere in pericolo di vita.

La protesta del Sappe: “Piena solidarietà al collega”

Sulla vicenda è intervenuto Donato Capece, segretario generale del Sindacato autonomo polizia penitenziaria Sappe che ha espresso “piena solidarietà, umana e professionale, al collega della polizia penitenziaria indagato per tentato omicidio dopo aver utilizzato l’arma in dotazione nel tentativo di fermare la fuga di un detenuto dall’ospedale di Prato. Massimo rispetto per la magistratura e piena fiducia nel suo operato, ma proprio per questo riteniamo che debbano essere gli atti, le indagini e infine il giudice a stabilire che cosa sia realmente accaduto”, ha scritto in una nota.

“Iscrizione nel registro degli indagati un fatto enorme”

“L’iscrizione del collega nel registro degli indagati – ha proseguito Capece – è già di per sé un fatto enorme. Le indagini sono appena iniziate e riteniamo doveroso evitare che una ricostruzione ancora necessariamente provvisoria finisca per assumere, nell’opinione pubblica, il valore di una verità già accertata”.

Il Sappe, ha sottolineato ancora Capece, “non chiede alcun privilegio per il collega e non pretende che nessuno chiuda gli occhi davanti alla legge”. “Chiediamo – ha proseguito – esattamente il contrario: che sia la legge, attraverso tutti gli strumenti di indagine e le garanzie del processo, a stabilire che cosa sia realmente accaduto. Se il collega ha sbagliato saranno gli accertamenti a dimostrarlo. Se invece ha agito nell’adempimento del proprio dovere, trovandosi a fronteggiare una situazione che in quei momenti ha percepito come pericolosa e nella quale doveva impedire una fuga, anche questo dovrà emergere con la stessa chiarezza. Essere indagati non significa essere colpevoli e questo principio deve valere per tutti, anche nella comunicazione pubblica”.

Published by
Lorenzo Briotti