Ebola Bundibugyo, il ceppo senza vaccino che terrorizza l’Africa: l’Oms lancia l’allarme globale (foto ANSA) - Blitz quotidiano
L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato l’emergenza sanitaria internazionale per il nuovo focolaio di Ebola Bundibugyo scoppiato nella Repubblica Democratica del Congo. Si tratta di una delle varianti più rare e meno studiate del virus Ebola, ma anche di una delle più temute dagli esperti per un motivo preciso: non esistono vaccini approvati né terapie specifiche contro questo ceppo.
Mentre i casi continuano ad aumentare tra Congo e Uganda, cresce la paura di una diffusione incontrollata in un’area già destabilizzata da conflitti armati, povertà estrema e sistemi sanitari fragili.
Il Bundibugyo virus appartiene alla famiglia degli orthoebolavirus, gli stessi responsabili della malattia da virus Ebola. Questa variante fu identificata per la prima volta nel 2007 nel distretto ugandese di Bundibugyo, da cui prende il nome, durante un’epidemia che provocò centinaia di contagi.
A differenza del più noto ceppo Zaire, protagonista della devastante epidemia africana tra il 2014 e il 2016, il Bundibugyo è molto più raro. Tuttavia resta estremamente pericoloso. Secondo i Centers for Disease Control and Prevention, il tasso di mortalità può oscillare tra il 25% e il 50%, con percentuali ancora più alte nelle zone prive di cure adeguate.
Gli esperti sottolineano che questa variante è geneticamente differente dal ceppo Zaire, circostanza che rende inefficaci molti dei vaccini e degli anticorpi monoclonali sviluppati negli ultimi anni.
La principale fonte di preoccupazione riguarda proprio l’assenza di strumenti medici specifici. Al momento non esistono vaccini autorizzati contro il Bundibugyo virus né trattamenti mirati approvati a livello internazionale.
Per questo motivo il contenimento dell’epidemia si basa quasi esclusivamente sulle misure sanitarie tradizionali: isolamento dei pazienti, tracciamento dei contatti, quarantene, utilizzo di dispositivi di protezione e sepolture controllate.
Secondo l’Oms, il rischio maggiore è rappresentato dalla possibile diffusione del virus in aree densamente popolate e difficili da controllare. L’epicentro dell’epidemia si trova infatti nella provincia dell’Ituri, nel nord-est della Repubblica Democratica del Congo, una regione attraversata da violenze armate, traffici illegali e continui spostamenti di popolazione.
Il virus avrebbe già raggiunto Goma, città strategica con oltre un milione di abitanti, mentre l’Uganda ha confermato diversi casi importati dal Congo.
Come gli altri ceppi di Ebola, anche il Bundibugyo si trasmette attraverso il contatto diretto con fluidi corporei infetti. Sangue, saliva, sudore, vomito, urine e secrezioni di persone malate o decedute rappresentano i principali veicoli del contagio.
Particolarmente esposti risultano gli operatori sanitari e i familiari dei pazienti. Uno dei momenti più critici riguarda inoltre i funerali tradizionali, durante i quali il contatto diretto con i corpi può favorire la diffusione del virus. Le autorità sanitarie internazionali stanno insistendo soprattutto sulla necessità di introdurre protocolli di sepoltura sicuri per evitare nuovi focolai.
I sintomi iniziali del Bundibugyo virus possono essere facilmente confusi con malaria, influenza o altre febbri tropicali. La malattia inizia generalmente con febbre alta improvvisa, forti dolori muscolari, stanchezza, mal di testa e mal di gola. Nelle fasi successive compaiono vomito, diarrea, dolori addominali e grave disidratazione. Nei casi più severi si verificano emorragie interne ed esterne, insufficienza multiorgano e shock settico.
Il periodo di incubazione varia tra i 2 e i 21 giorni, rendendo difficile individuare rapidamente tutti i contatti dei pazienti infetti.
Secondo le autorità congolesi, molti casi potrebbero non essere stati registrati ufficialmente. In diverse comunità locali, infatti, i sintomi iniziali sarebbero stati attribuiti a fenomeni mistici o a presunte maledizioni, spingendo molte persone a rivolgersi a guaritori tradizionali invece che agli ospedali.
Prima dell’attuale epidemia, il ceppo Bundibugyo era stato responsabile soltanto di due grandi focolai documentati: uno in Uganda nel 2007 e uno nella Repubblica Democratica del Congo nel 2012.
Proprio per la rarità del virus, gli studi scientifici disponibili risultano ancora limitati rispetto ad altre varianti di Ebola. Gli esperti temono ora che questo nuovo focolaio possa diventare uno dei più gravi mai registrati tra quelli non legati al ceppo Zaire.
L’attuale emergenza rappresenta inoltre il diciassettesimo focolaio di Ebola registrato nella Repubblica Democratica del Congo dalla scoperta del virus nel 1976. Una crisi sanitaria che rischia di aggravarsi ulteriormente se il contagio dovesse continuare a espandersi nelle regioni di confine dell’Africa centrale.