Cronaca

Ghost gun: cosa sono le armi stampate in 3D e il loro mercato online

L’assassinio di Brian Thompson, amministratore delegato della United Healthcare, ha riportato al centro del dibattito pubblico il fenomeno delle cosiddette “ghost gun”. L’attenzione degli investigatori si è concentrata anche sul presunto killer, Luigi Mangione, trovato in possesso di una stampante 3D compatibile con la produzione di armi fai da te.

Negli Stati Uniti si tratta di un tema noto da anni, ma episodi di cronaca come questo contribuiscono a riaccendere le preoccupazioni anche in Europa. Il concetto di “ghost gun” viene spesso associato alle armi stampate in 3D, ma la definizione è in realtà più ampia.

Con questo termine si indicano infatti tutte le armi prive di numero di matricola, quindi non tracciabili. Possono essere pistole costruite artigianalmente, ma anche armi tradizionali a cui il codice identificativo è stato rimosso, spesso per facilitarne la vendita illegale.

Un simbolo politico oltre che un problema legale

Negli Stati Uniti, la diffusione delle ghost gun non è legata esclusivamente alla criminalità. In molti casi, rappresenta una scelta ideologica. Alcuni gruppi libertari e dell’area dell’alt-right vedono l’autoproduzione di armi come un gesto politico, una forma di opposizione al controllo statale.

Alla base di questa posizione c’è il richiamo al Secondo Emendamento della Costituzione americana, che tutela il diritto dei cittadini a possedere armi. Costruire una pistola in autonomia diventa quindi, per alcuni, una dichiarazione di indipendenza e un rifiuto delle regolamentazioni governative.

Questo aspetto rende il fenomeno particolarmente complesso da affrontare: non si tratta solo di sicurezza pubblica, ma anche di identità politica e culturale. Di conseguenza, ogni tentativo di limitazione incontra forti resistenze.

Come funzionano le armi stampate in 3D

Dal punto di vista tecnico, le armi realizzate con stampanti 3D sono una realtà concreta, anche se con importanti differenze qualitative. I modelli completamente in plastica, come la celebre Liberator, sono generalmente rudimentali, poco affidabili e spesso a colpo singolo.

Le versioni più efficaci sono invece quelle “ibride”: solo alcune parti, come il fusto, vengono stampate in 3D, mentre le componenti più sollecitate — come la canna — sono in metallo. Questo tipo di assemblaggio garantisce una maggiore resistenza e funzionalità.

Realizzare una di queste armi non è particolarmente complesso dal punto di vista tecnico. Le stampanti 3D di fascia media sono ormai accessibili e i file necessari alla produzione, spesso in formato STL, circolano liberamente online. Non è necessario accedere al dark web: molti progetti si trovano facilmente su piattaforme di condivisione o forum dedicati.

Negli Stati Uniti, inoltre, la pubblicazione di questi file è generalmente consentita, grazie alla tutela della libertà di espressione garantita dal Primo Emendamento. Questo crea una situazione paradossale: costruire o possedere un’arma illegale è vietato, ma le istruzioni per farlo sono facilmente reperibili.

I rischi e le differenze con l’Italia

Il dibattito sulle ghost gun ha inevitabilmente raggiunto anche l’Europa. In Italia, dove la normativa sulle armi è molto più restrittiva rispetto agli Stati Uniti, la situazione è però diversa.

Ogni arma da fuoco e ogni sua componente — dal fusto alla canna — deve essere registrata e associata a un proprietario in possesso di regolare autorizzazione. Questo rende molto più difficile assemblare legalmente un’arma “ibrida” come quelle diffuse negli USA.

L’uso della stampa 3D, quindi, non semplifica realmente l’accesso alle armi nel contesto italiano. Chi volesse procurarsene una illegalmente dovrebbe comunque ricorrere al mercato nero, dove sono già disponibili armi complete senza necessità di costruirle.

Il rischio esiste, soprattutto per quanto riguarda modelli completamente in plastica, ma resta limitato rispetto al contesto americano. Il caso Thompson, tuttavia, dimostra come il fenomeno sia globale e in evoluzione, e come la tecnologia possa aprire nuovi scenari difficili da regolamentare.

Published by
Filippo Limoncelli