Il tesoro nascosto di Messina Denaro: 200 milioni tra offshore e investimenti all’estero (foto ANSA) - Blitz quotidiano
Un patrimonio immenso, costruito nel corso di decenni attraverso traffici illeciti, reinvestimenti internazionali e una rete di società sparse in diversi paradisi fiscali. È questo il cuore della maxi operazione coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Palermo, che ha portato all’arresto di tre persone e al sequestro di beni, società e disponibilità finanziarie per un valore stimato di 200 milioni di euro.
L’indagine, coordinata dal procuratore Maurizio de Lucia e dall’aggiunto Vito Di Giorgio, contesta il reato di impiego di denaro di provenienza illecita aggravato dall’agevolazione mafiosa. Secondo gli investigatori, il denaro sarebbe parte dello sterminato tesoro accumulato negli anni dai narcos vicini a Matteo Messina Denaro e successivamente reinvestito in attività apparentemente lecite.
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L’inchiesta ha oltrepassato i confini italiani arrivando fino ad Andorra, Gibilterra, Isole Cayman, Lussemburgo, Svizzera, Libano, Principato di Monaco e Spagna, in particolare nelle località di Malaga, Marbella, Benahavis e Puerto Banùs.
Grazie alla collaborazione con autorità giudiziarie e forze dell’ordine internazionali, gli investigatori hanno ricostruito parte della rete economica usata per occultare i capitali provenienti dal narcotraffico. Si tratta, secondo gli inquirenti, solo di una porzione dell’enorme patrimonio riconducibile al boss di Castelvetrano, che nel corso degli anni avrebbe accumulato ricchezze stimate in miliardi di euro.
Una parte rilevante del patrimonio sarebbe stata investita nel settore delle energie rinnovabili, in particolare nell’eolico, attraverso l’imprenditore trapanese Vito Nicastri, considerato per anni uno dei principali custodi finanziari del boss. Altri investimenti avrebbero riguardato la grande distribuzione alimentare tramite la rete di supermercati.
Il settore turistico rappresentava un altro snodo strategico. Le inchieste hanno fatto emergere possibili collegamenti con il patrimonio di un imprenditore divenuto proprietario di un resort di Mazara del Vallo, a cui la Guardia di Finanza sequestrò beni per circa 60 milioni.
Le indagini suggeriscono che il tesoro ricostruito finora rappresenti solo una parte delle reali disponibilità accumulate da Messina Denaro. Secondo diverse testimonianze di collaboratori di giustizia, gli investimenti del boss si sarebbero estesi anche al Sudamerica, in particolare in Venezuela, attraverso attività apparentemente lecite utilizzate per riciclare denaro.
A confermare l’enorme consistenza del patrimonio mafioso furono anche le parole intercettate di Totò Riina, che faceva riferimento a una ricchezza tale da poter garantire comunque un futuro milionario.