Il sangue blu di Genova e gli imprenditori assenti (foto ANSA) - Blitz quotidiano
Ora che il principe Domenico Antonio Pallavicino, ultimo erede di una della più nobili schiatte genovesi, più di mille anni di storia, tre dogi e quattro cardinali nella dinastia, ha investito con la sua Fondazione in una compagnia aerea che volerà da Genova, forse si può fare un bel discorso su come il sangue blu dei genovesi sta veramente scommettendo sul futuro.
Proprio ora che celebriamo gli 80 anni della Repubblica qui c’è una specie di rilancio di monarchia, attraverso grandi famiglie, impegnate su diverse fronti per migliorare la città. Non c’è solo Pallavicino con i suoi soci aerei in “Aeridea”, ma prima di lui il marchese Giacomo Cattaneo Adorno e sua moglie Emanuela, architetta di grande gusto, avevano aperto in via del Campo 12 un superalbergo a cinque stelle, il più elegante della città, lanciando una sfida di alto livello alla accoglienza e proprio nel cuore dei “caruggi” più difficili.
E che dire di un altro marchese, Carlo Clavarino, uno dei leader mondiali di AON, la grande azienda di brokeraggio assicurativo, che fonda “Friends of Genoa” con illustri soci, appassionati del futuro di Genova, compra Palazzo Spinola nella strada dei Re e ne fa uno scrigno moderno di bellezze, puntando secco sul rilancio turistico-culturale della città, con tante operazioni.
Se si mettono in fila questi cognomi e queste dinastie, che affondano nella storia profonda di Genova si scopre che quella vena, appunto di colore blù, sembra molto più impegnata, rispetto alla assente borghesia genovese e ai suoi leader, da decenni oramai più propensi a capitalizzare le loro aziende, vendendo, piuttosto che investendo sulla città”. Fatte salve le dovute, ma poche eccezioni. E’ come se lo spirito imprenditoriale fosse tornato alle origini secolari delle famiglie o dinastie che hanno reso illustre e potente nel mondo la Repubblica.
D’altra parte un personaggio come Giacomo Cattaneo Durazzo Adorno Giustiniani, l’imprenditore lo fa da sempre. Con le sue aziende ha ricostruito lo stadio di Marassi nel 1990, il complesso sportivo della Sciorba ed oggi è un grande produttore di vino, coltivato nel mitico castello di Gabiano, dimora avita, e esportato ovunque con grande successo, anche in particolare in Cina. Insomma libretto rosso e sangue blù.
Sul fronte degli imprenditori, che innervano ovviamente la grande borghesia genovese, un tempo fatta di grandi industriali e sopratutto di grandi armatori e del mondo ricco di professionalità che ruotava intorno al pimpante settore marittimo, con fior di competenze e primogeniture, non c’è tanta vivacità, né spirito di iniziativa a favore della città e delle sua trasformazione.
La tendenza della categoria da anni è quella di chiudersi in un cerchio fatto di vendite degli asset principali delle loro cospicue attività a grandi gruppi, a grandi fondi internazionali, magari conservando per qualche generazione ruoli manageriali di livello. Questo standard ha accomunato anche tante diverse tipologie di attività, da quelle marittime , a quelle assicurative, a quelle peritali, per non parlare di quelle espressamente armatoriali. Se si pensa che la storica flotta dei rimorchiatori del porto di Genova , di proprietà di grandi e anche piccole famiglie storiche genovesi, è stata venduta a Msc del comandante Luigi Aponte, si capisce quanto le categorie dell’impresa vogliano ancora tenere in pugno la città.
L’altra faccia della medaglia è che oggi, più di ieri, Genova “strippa” di soldi. I capitali accumulati formano una liquidità che è sempre stata una caratteristica delle banche genovesi, ma che oggi è diventata veramente imponente nel sistema creditizio italiano.
Già negli anni profondi della crisi di trasformazione, tra gli Ottanta e i Novanta, Romano Prodi, allora presidente dell’Iri, non aveva pudore di dire che, appunto, Genova “strippa” di soldi, contrapponendo questa potenza finanziaria, tradizione storica e atavica, alle enormi difficoltà, sopratutto del settore parastatale delle grandi fabbriche IRI, che erano in una profonda crisi.
E che sarebbero, uno a una, e quasi tutte, sparite dallo scenario genovese che le aveva viste prosperare. Parliamo dell’ Italsider, poi diventata Ilva, poi sprofondata nella incertezza di oggi, dell’Italimpianti grande giacimento di professionalità uniche, tutt’ora esistenti e sparse per il mondo, come Elsag, come Ansaldo, che era l’”industria” per eccellenza nel processo italiano di industrializzazione dalla fine dell’Ottocento, a Fincantieri, che poi è risorta decenni dopo, grazie al mondo delle crociere, ma che sembrava destinata a costruire solo piattaforme marittime, altro che navi…
L’uscita da questo mondo parapubblico, ma sopratutto da quello privato, ha disseminato perfino di cadaveri il territorio genovese, sopratutto la Valle Polvecera e la Valbisagno, ma anche la costa di Ponente, dove l’industria aveva cancellatole spiagge e perfino il mare per costruire stabilimenti, , aeroporti, banchine funzionali alle attività industriali come quelle fondamentali concesse, in “autonomia funzionale”, alla fabbrica dell’acciaio, riservando alle navi che portavano i rottami e il prodotto semilavorato gli spazi che altrimenti potevano essere dedicati al traffico marittimo classico.
Genova è così zeppa di territori ex fabbriche, di vecchi depositi, silos, capannoni, che non servono a nulla e che la città del Terzo Millennio cerca di recuperare in qualche modo. Per esempio insediando al loro posto le “cattedrali” della grande distribuzione. In una mutazione genetica che non si ferma e che è passata anche attraverso capovolgimenti urbanistici che sicuramente gli avi delle grandi famiglie nobili di oggi, prodighe di iniziative non avrebbero neppure immaginato.