Che noia questo Sanremo, meglio rituffarsi nei pettegolezzi politici (Fonte Ansa) - Blitz Quotidiano
Si pensava e si diceva: “Meno male che inizia il festival di Sanremo. Così finalmente parleremo d’altro e ci occuperemo per qualche giorno solo di canzonette”. Manco per idea, la speranza è svanita perché pure al teatro Ariston vince la noia. Precipita lo share, la Rai entra in crisi, qualcuno si difende parlando di Telemeloni; altri sono dell’avviso che siamo in presenza di una nuova Telekabul. La verità è che la potremo chiamare Telecasino perché nemmeno la più rinomata rassegna canora riesce ad infiammare gli animi e ad “impadronirsi” di milioni di telespettatori. Si sbadiglia, c’è chi non resiste e decide di andare a letto, ai ritornelli penserà quando sarà più sveglio. Insomma, è crisi perché dopo tanto vociare, dopo una infinità di discussioni inutili e di falsi scoop, la realtà ha mostrato il suo vero volto.
Se questa è la situazione meglio ributtarsi nel pettegolezzo politico, nella guerra che si stanno facendo le due forze pur di strappare una sola preferenza agli avversari, La destra contro la sinistra e viceversa. Non essendoci il quorum anche un solo voto può essere determinante. Al diavolo il merito, la spiegazione di che cosa voglia significare questa divisione delle carriere o spiegare le ragioni del si e del no. A poco meno di un mese dal voto, si deve essere più pratici, se volete più furbi o più inventivi alla ricerca di un qualcosa che possa incuriosire e magari convincere i più riottosi, i cosiddetti astensionisti che il giorno delle elezioni preferiscono andarsene in gita “tanto nei Palazzi si pensa solo al proprio tornaconto”.
Capita così che il generale Vannacci, alla ricerca disperata di un alleato (della maggioranza o dell’opposizione non importa) organizzi un pullman a prezzi stracciati, compreso il pranzo, per portare un certo numero di persone ad assistere ad un suo comizio, magari applaudendo a comando. Questo avviene nel migliore dei casi. Se invece i protagonisti sono volti noti si deve solo cercare di mandare definitivamente al tappeto l’avversario. L’arbitro deve contare fino a dieci, non ci debbono essere dubbi su chi è stato il vincitore e chi lo sconfitto. Stavolta, crediamo che la palma spetti al leader dei 5Stelle, il pluripresente Giuseppe Conte che ha voluto sfidare a singolar tenzone niente popò di meno che il ministro Carlo Nordio, il padrino della riforma. Voi capirete che in occasioni del genere il politically correct può andare a farsi benedire. Chi se ne frega delle regole, dell’educazione politica, delle parole sacrosante di Sergio Mattarella che ha invitato tutti ad abbassare i toni. Se ne riparlerà dopo il 23 marzo, a referendum andato in archivio. Per il momento, l’importante è vincere, dimostrare che la ragione è solo da una parte. Così, “Giuseppi” si lascia andare e ritiene che si stia portando avanti “un disegno di politica criminale”. Avete letto bene, il virgolettato è autentico.
Come mai tanta acredine? Gli oppositori dell’ex presidente del consiglio ritengono che il pentastellato sia in crisi perché ha saputo che alcuni sondaggi riferiscono che un venti per cento degli iscritti al suo Movimento voterà si. E’ una indiscrezione, ma comunque sia, meglio affondare il coltello nella piaga per smentire quanti affermano questa fake news.
Nascono e fioriscono i comitati del si e del no. I magistrati sono impegnati in prima persona: mai visti tanti giudici parlare e prendere al volo qualsiasi occasione per dire che gli “altri vogliono solo screditare la magistratura” e sottometterla al potere politico. “No”, dicono a destra. “Vogliono solo difendere la loro casta e non perdere tutti i privilegi di cui godono. Perché medici, avvocati, ingegneri e tutti i professionisti debbono pagare un conto se sbagliano e loro no?” Spunta pure un comitato islamico che invita a votare no. Chi, di grazia, se chi appartiene a quella religione non è italiano?
A Palazzo Chigi, Giorgia Meloni usa la prudenza a “tutti i costi”. Si è limitata ad invitare Carlo Nordio ad essere meno aggressivo e rivolgendosi ai suoi alleati ha fatto capire a Matteo Salvini e Antonio Tajani di limitare anche le piccole zuffe che possono danneggiare il voto “a nostro favore”.
Se vogliamo per una volta almeno occuparci dell’obiettività, non possiamo dimenticare quel che è avvenuto ieri in una trasmissione televisiva de La7. Ognuno è libero di pensarla come gli pare, ci mancherebbe, ma l’insulto professionale è bene dimenticarlo a casa. Succede che uno degli ospiti (un giornalista che ha trovato l’America in Italia) si scagli violentemente contro un collega, redattore di un giornale che vende pochissime migliaia di copie (a suo dire). Quindi insignificante. Ne è scaturita una bagarre, ma quel che ci preme sostenere è che il conduttore del dibattito non ha pronunciato verbo, non ha redarguito chi si era macchiato di una simile” cattiveria deontologica”. Ne parlo perché sono stato per diciotto anni presidente dell’ordine dei giornalisti di Roma e del Lazio. Forse in questi casi sarebbe stato necessario intervenire, magari solo per sostenere che certe espressioni non possono appartenere ad un signore che giornalista lo è, anche se magari non è iscritto come professionista in Italia.