(Foto Ansa)
Rilevo anzitutto che non possiamo giudicare il livello di preparazione della nostra classe politica andando a sentire la televisione o leggendo i giornali d’area. Per convincere l’elettore bisogna essere ascoltati, bisogna insinuarsi nell’animo dell’uomo “qualunque” senza ricorrere a ragionamenti astrusi. Che il Referendum sulla Giustizia si potesse trasformare in un No verso la Meloni lo aveva capito il portaborse di un senatore.
L’aspetto incredibile è che esistano magistrati convinti di avere ricevuto le stigmate del consenso popolare. Fratoianni, Conte e Bonelli non sono sprovveduti come può sembrare quando collegano la Meloni con le bollette del gas e il prezzo della benzina, perché in questo modo essi trovano un responsabile “politico” da additare alle casalinghe e ai camionisti.
Tuttavia, la stabilità politica è un elemento di giudizio della stabilità economica del paese e la tecnica di banalizzare i problemi rappresenta un vulnus della nostra democrazia. L’elettore deve mettere all’angolo i “partiti- truffa”, capaci di trasformarsi da rivoluzionari in conservatori in una sola stagione.
Qual è il bagaglio culturale che tutti i partiti dovrebbero comunicare alla propria base elettorale? Il conflitto capitale-lavoro, il salario minimo, il disarmo, le lotte religiose e quella Israele-Palestina, sono solo episodi che rappresentano la conseguenza naturale di un fenomeno più grande, complesso e universale, che non possiamo nascondere ai cittadini.
La ricerca da parte di un popolo dello spazio vitale e delle fonti energetiche che muovono l’apparato produttivo, é sempre stata la causa dei conflitti militari.
L’accumularsi della ricchezza nelle mani delle “minoranze” è senza dubbio un fenomeno che accompagna il progresso della Civiltà. I popoli sono sempre stati governati da autarchie religiose, da eserciti-polizie-burocrazie-giudici, oppure dalle democrazie dei “mediocri”.
Peraltro, tutti i regimi del mondo hanno finito per essere annessi al “Regno” della Rivoluzione industriale.
L’ultimo grande paese “industrializzato” è stato la Cina, quello che ha che applicato con il massimo rigore i principi originari del liberalismo economico. I membri del partito comunista popolare affermano che i salari bassi “sono necessari per avere ridotti costi di produzione, per la conquista dei mercati stranieri da parte di un’industria che dipende dall’importazione dei combustibili e dei minerali, e per acquistare gli armamenti senza i quali il Paese non potrebbe difendersi dal rapace Occidente”.
Sembra di sentire il presidente della nostra Confindustria che chiede sussidi statali per resistere all’invasione dei prodotti “orientali” e all’aumento dei costi energetici, senza preoccuparsi del debito pubblico.
Ma come si verificano i passaggi di capitali, prodotti e forza lavoro ai quali si deve il benessere delle Nazioni? Noi pensiamo al “globalismo economico” come ad una scelta di import ed export determinata dal “mercato”. Non è affatto così, si tratta sempre di decisioni guidate dall’alto. L’esempio classico è stato quello del Giappone.
Alla fine di un millenario isolamento, i giapponesi vennero in Europa, ne visitarono le industrie e le istituzioni, si meravigliarono delle conquiste tecnologiche e tornarono in patria animati dalla patriottica risoluzione di “europeizzarsi”.
Chiamarono specialisti inglesi per dirigere la costruzione di ferrovie e l’allestimento di una Marina.
Ai tedeschi spettò l’organizzazione della medicina e agli americani la formazione della scuola pubblica.
Si verificarono fenomeni di contestazione sociale “nazionalistica”, ma alla fine l’economia di mercato pose solide radici, fino al punto di trasformare il Giappone in un colosso economico in grado di impensierire le industrie americane. Gli imponenti flussi di mano d’opera giapponese per costruire le ferrovie del West americano, determinarono forti preoccupazioni nella popolazione, come oggi l’Europa sta vivendo crisi sociali per l’immigrazione incontrollata.
Alcuni Stati dell’Unione prolungarono leggi contro la mano d’opera “gialla” che avrebbe dovuto tornare nel proprio paese con la fine delle opere ferroviarie. Venne così varata la legge sull’immigrazione, che fu una concausa della guerra con il Giappone.
Una situazione analoga si è verificata nei rapporti con la Cina. L’esportazione della tecnologia americana da parte di industriali come Bill Gates ed Elon Musk è avvenuta sotto la regia e il controllo del governo cinese, in cambio di aperture sull’emigrazione di mano d’opera e all’aumento delle quote dei giovani studenti verso le università americane. La Cina si è rafforzata dopo decenni di sacrifici delle masse popolari, sfruttate ai limiti della resistenza umana e che sono state in grado di “competere” vittoriosamente “importando” l’industrialismo americano e liberandosi dalla relativa “sudditanza”.
I cinesi ricordano ora agli americani che la legge di mercato si basa sul postulato, storicamente esatto, che i “boicottaggi” presto o tardi vengono frustrati dalla tendenza del commercio a seguire la direzione dei costi più bassi. Non esistono difese “doganali” o “sindacali” in grado di proteggere il livello di “benessere” raggiunto. Infatti, il blocco dell’immigrazione e le politiche dei dazi adottate da Trump non stanno producendo risultati concreti. Sembra arrivata l’ora degli eserciti come avvenne con il Giappone.
Siamo forse alla vigilia di una guerra globale innescata dalle strategie del tycoon, che sono peraltro più chiare di quanto si dica in casa nostra?
Se Trump riuscisse a controllare il Venezuela e l’Iran, da cui i cinesi acquistano gran parte dei prodotti energetici, si potrebbe verificare una reazione militare dagli effetti imprevedibili: si tratterebbe di una guerra per la sopravvivenza di oltre un miliardo di persone.
Trump attende di entrare a patti con il regime degli ayatollah ed è pronto ad abbandonare al loro destino le popolazioni iraniane prive di diritti umani e sociali. È sempre stato così: l’ingresso nella Seconda guerra mondiale degli Usa, era stata nobilitato dall’esigenza di annientare il regime hitleriano che perseguitava gli ebrei. Questa persecuzione era peraltro nota agli americani fin dagli anni Trenta, allorché era iniziata la fuga di migliaia di cittadini che chiedevano asilo. Non si dovevano possedere facoltà divinatorie per capire la sorte che sarebbe toccata agli ebrei a chi avesse ascoltato i messaggi del nazismo. Così come, ai nostri giorni, era facile capire i progetti di espansione dell’Iran. Bastava sentire i 3 fondamentalisti islamici negli ultimi quarant’anni, per nutrire dubbi sulla incolumità dei turisti europei e americani o sullo svolgimento di una vita pacifica in Israele.
Ho ricordato alcuni scampoli di Storia abbastanza recenti, per rilevare che le Costituzioni delle Nazioni europee, le loro economie, i sistemi giuridici, i partiti, il sindacalismo, la politica interna ed internazionale, l’idea stessa di democrazia, rappresentano Valori fondanti su cui la politica deve interrogarsi al di là degli slogan costruiti a tavolino dagli addetti alla comunicazione.
Per prima cosa, Trump ci dice che non esiste alcuna differenza tra una guerra difensiva e quella di attacco: in entrambi i casi occorre disporre di armamenti dissuasivi verso un “qualsiasi” nemico alle porte. L’entità degli investimenti nel comparto è lo stesso: non puoi limitarti a costruire i Patriot per intercettare i missili lanciati sul tuo territorio, devi inviare missili a tua volta. Se il nemico potenziale dispone di atomiche, le devi costruire anche tu.
L’alternativa a questa logica è il disarmo, ossia la decisione di non stare da nessuna parte accettando i rischi del villaggio contadino che può subire la razzia dei propri raccolti. Devi prendere atto che l’ONU è stata trasformata in ente inutile dai detentori del diritto di veto, perché i focolai di guerra sono provocati proprio dalle grandi potenze che cercano di allargare le loro sfere di influenza e per smaltire i propri arsenali militari. Quando un rappresentante delle nostre Istituzioni afferma che bisogna avere il placet dell’ONU per assumere iniziative militari internazionali, devi capire che ti sta prendendo in giro.
In campo economico, puoi essere un fedele osservante delle Regole del libero mercato, ma ti devi domandare cosa accade e quale reazione deve avere il tuo governo se i paesi del petrolio arrivassero a chiudere i rubinetti delle forniture per oltre un mese. Devi mandare a tua volta le truppe per eliminare i blocchi navali ai trasporti marittimi come pretende Trump o devi tirare a campare? Non puoi ignorare che esistono già gli schieramenti contrapposti e che l’Iran fa parte di una coalizione con la Cina e la Russia basata sull’odio contro il sistema di vita degli occidentali, che si cerca di scardinare attraverso il terrorismo. Se poi decidi che è più conveniente fare nuove alleanze con Putin e Xi Jinping, devi dire apertamente che vuoi rinunciare a difendere l’Ucraina e i diritti umani e politici degli iraniani, finendola con i proclami europei in difesa delle democrazie.
L’Europa avverte le sue fragilità di natura energetica. Certo, ci sono le rinnovabili e il nucleare, ma parliamo di futuro. La nostra produzione industriale, le nostre abitazioni, il costo della vita, possono essere compromesse riportandoci a condizioni di guerra. Le forze politiche che si dichiarano antiamericane per ottenere consenso elettorale e plaudono alla decisione di alcuni Stati di prendere le distanze dagli Usa rispetto al conflitto del Golfo, non 4 potranno lamentarsi se il parlamento americano dovesse decidere di abbandonare la Nato, costringendo tutti gli Stati europei a triplicare gli investimenti nella Difesa.
L’Italia, a sua volta, deve al più presto recuperare la stabilità di governo attraverso nuove tecniche elettorali che permettano di limitare il potere dei gruppi “populisti” di tipo condizionante- ricattatorio. Infatti, le aggregazioni preventive dei partiti in campi “artificiali” finiscono per creare dissidi permanenti dovuti alla lotta “interna” per la leadership.