Politica

Il referendum sulla giustizia e non solo, la lunga tradizione delle consultazioni popolari

Oggi e lunedì 23 marzo 2026 gli elettori italiani saranno chiamati alle urne per il referendum costituzionale sulla giustizia, il quinto della storia repubblicana. La riforma punta a modificare il Titolo II e il Titolo IV della Costituzione, separando le carriere tra giudici e pubblici ministeri e riformando il Consiglio Superiore della Magistratura (CSM), con la creazione di un organo disciplinare specifico. La legge è stata approvata dal Parlamento ma senza maggioranza qualificata, quindi è sottoposta al giudizio diretto dei cittadini.

Questo referendum si inserisce in una lunga tradizione di consultazioni popolari in Italia. Dal 1946 ad oggi si sono svolti 83 referendum nazionali, di cui 77 abrogativi, un istituzionale, un referendum di indirizzo e quattro costituzionali prima di questo. Il primo, e forse più simbolico, fu quello del 2 giugno 1946, con cui gli italiani scelsero la Repubblica sulla monarchia.

Altri referendum storici includono quello del 1974 sul divorzio, che confermò la legge introdotta sei anni prima, e quello sul nucleare del 2011, in cui gli italiani decisero di non tornare all’energia nucleare dopo Fukushima.

Tra i referendum costituzionali recenti c’è stato quello del 2006, respinto dagli elettori, che prevedeva una profonda riforma istituzionale: riduzione del numero di deputati e senatori, fine del bicameralismo perfetto, maggiore potere del Primo Ministro, modifiche ai rapporti Stato-Regioni e cambiamenti nella Corte Costituzionale.

Il 2016, anch’esso respinto, proponeva una riforma ampia: abolizione del CNEL, superamento del bicameralismo perfetto trasformando il Senato in una camera rappresentativa delle istituzioni locali, riduzione dei senatori e dei poteri legislativi del Senato, e ridefinizione dei rapporti tra Stato e Regioni. L’obiettivo dichiarato era snellire l’iter legislativo e rendere più stabile il governo, ma gli elettori scelsero di non approvarla, mantenendo l’assetto istituzionale vigente.

In sintesi, i referendum in Italia non sono mai stati meri esercizi tecnici: rappresentano momenti di democrazia diretta in cui il popolo può incidere su assetti istituzionali, diritti civili e valori costituzionali. E il voto del 22-23 marzo 2026 si inserisce in questa lunga tradizione.

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Gianluca Pace