Politica

Le accuse reciproche tra il Sì e il No, il solito scontro tra Guelfi e Ghibellini: il referendum “all’italiana”

Ormai non si può parlare semplicemente di campagna elettorale. Ora siamo al delirio, al “mors tua vita mea”. Uno spettacolo poco edificante per un paese che ha sposato da anni la democrazia. Al 22 marzo mancano 33 giorni e dobbiamo metterci l’animo in pace: il popolo sovrano andrà a votare in un clima che non ha aggettivi, si potrebbe azzardare arroventato.

Si è indagati o imputati, secondo alcuni: queste persone saranno per il si. Al contrario, chi predilige il no continuerà a difendere un apparato paramafioso che ha un nome e un cognome: si chiama Consiglio Superiore della Magistratura. Il merito del referendum dove è andato a finire? Nella spazzatura. Se si dovesse dar retta a quel che si dice nei Palazzi e dintorni, si dovrebbe acquistare un vocabolario che traduce il politichese in italiano.”Si fa guerra alla Costituzione”, si precisa da una parte; mentre dall’altra si sostiene che “non si faranno più riforme se non vince il si”. Non sono opinioni di persone di poco conto, ma interventi di “professionisti” della legge.

Perchè c’è tanto divario fra le due posizioni? Semplice: per il semplice fatto che non si voterà per approvare o meno una riforma di grande spessore, ma scegliere tra Guelfi o Ghibellini. Uno scontro tra destra e sinistra: i primi perchè vogliono continuare a guidare il Paese; i secondi perchè sono convinti che si può dare una forte spallata al governo che traballerebbe fin quasi a cadere in caso di una sconfitta. Sono convinzioni che si basano sulla propaganda e nulla più.

Purtroppo, è sempre così nel nostro Paese: si butta tutto in caciara di modo che il povero elettore non sa a che santo votarsi. Giorgia aveva tentato nella conferenza stampa dei primi dell’anno a dire che non si sarebbe dimessa anche in caso di vittoria del no. Potrebbe darsi, anzi ne siamo convinti che la premier non mentiva, ma fra il dire e il fare c’è di mezzo il mare.

L’opposizione ha voluto dare al voto una identità politica ben precisa perchè ritiene che la guerra è aperta e ogni pronostico potrà essere smentito dalle urne. I sondaggi danno ragione a questa ipotesi: la differenza secondo gli esperti, si basa sulle poche centinaia di voti, forse meno. Allora, non si perda tempo in chiacchiere diplomatiche che farebbero contento soltanto il “politically correct”.

Di fronte ad una simile battaglia  la Meloni ha preferito finora stare alla finestra e a non dar retta a queste liti da cortile. Poi, i suoi fedelissimi hanno cominciato ad incalzarla perchè la sinistra ha messo in vetrina il potentato del cosiddetto campo largo con Elly Schlein e Giuseppe Conte in prima fila. “Devi far sentire la tua voce, la maggioranza del Paese è con te. Non bisogna aver paura dei precedenti negativi di Silvio Berlusconi e di Matteo Renzi”, dicono i più incattiviti.

Ecco, siamo tornati al passato e a quel che ci ha insegnato: per questo, la Meloni non voleva impegnarsi in prima persona. Adesso, spintonata anche dai suoi più stretti collaboratori, scenderà in piazza per far sentire l’autorevole voce del presidente del consiglio. Si vuole sapere chi sono i finanziatori del no. “Siamo alle liste di proscrizione” si replica” “A Washington noi andremo (il ministro Tajani probabilmente) per essere presenti come osservatori e poter dire la nostra con maggior precisione”. Il solito asservimento a Trump, si risponde a tono. Bisogna smetterla di baciare la pantofola del presidente americano.

Certo, non sarà un periodo facile nè per la sinistra impegnata allo spasimo, nè per la destra, soprattutto perchè i sondaggi dell’ultima ora mostrano qualche defaillance. Fratelli d’Italia è scesa al di sotto del trenta per cento di preferenze, un traguardo che non aveva mai abbandonato. Pure il Pd cincischia, mentre i Verdi e l’estrema sinistra superano la Lega.

Ma quel che più preoccupa la maggioranza è il salto del generale Vannacci che al suo esordio, si presenta con  un importante 3,3. Da chi prenderà i voti il Futuro Nazionale? Da chi se non da quella destra che vorrebbe essere più autoritaria con uno sguardo al passato? Tanto più che ogni polemica, come quella ultima dei giornalisti della Rai, non mira tanto a detronizzare il capo dei servizi sportivi, ma colpire a nuora perchè suocera intenda. Un altro siluro a chi siede da più di tre anni sulla poltrona di Palazzo Chigi.
In questo bailamme senza tregua, entra di prepotenza una parte della Chiesa.

Al vescovo di Cassano all’Ionio che criticava la riforma, risponde il suo pari di Ventimiglia che è di parere opposto. Forse  la religione farebbe meglio a interessarsi dei fedeli e dei tanti problemi che assillano il Vaticano. Il referendum lasciamolo da parte visto che se ne parla pure troppo.
Bruno Tucci

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