Giorgia Meloni (foto ANSA) - Blitz quotidiano
Con grande fatica e qualche dubbio è cominciato il tempo della ricostruzione, quello del governo guidato da Giorgia Meloni che pochi giorni fa è stato raggiunto da un uppercut che ha lasciato diversi strascichi. La premier si interroga, ne parla a quattr’occhi (anzi a sei) con i suoi due vice, Salvini e Tajani. Che fare? I numeri non l’aiutano se si leggono e studiano gli ultimi sondaggi. Fratelli d’Italia vanno giù di un punto, il Pd cresce con lo stesso ritmo, la Lega non presenta novità, mentre l’altro partito del carpo largo, ovverosia i 5Stelle, prendono un brodino che dimostra come Giorgio Conte non arretra di un passo e il suo chiodo fisso è sempre quello di tornare a Palazzo Chigi.
Non è un momento facile per chi ha perso pesantemente il referendum. Ci si interroga su come andare avanti. Pensare, ad esempio, di cambiare la legge elettorale? L’esecutivo ha perso pezzi: un ministro e un sottosegretario si sono dimessi, sarebbe meglio dire “li hanno invitati a fare le valigie”.Pure un capo di gabinetto in gonnella ha alzato le braccia in segno di resa. Saranno sostituiti? Chissà? Per il momento nascono i soliti pettegolezzi che non hanno il minimo fondamento. Al Turismo dovrebbe essere dirottato Adolfo Urso (finirebbe l’interim della Meloni), mentre alle Imprese il posto dovrebbe toccare a Luca Zaia, rimasto fuori al primo giro.
Questa è l’ipotesi di chi ritiene indispensabile non mollare. Sarebbe un errore imperdonabile andarsene e non capire che sull’onda della vittoria l’opposizione farebbe l’en plein. Però non tutti sono convinti che sarebbe un bene rimanere a Palazzo Chigi. Meglio il voto piuttosto che farsi rosolare in questi mesi che mancano alle politiche. I dubbi e le perplessità aumentano ed i due schieramenti di governo si contrappongono nemmeno fossero nemici. Ma il fatto è che il pugno in pieno viso ha fatto molto male tramortendo chi è stato colpito e non ragiona con la freddezza dovuta.
L’unica a non farsi travolgere dalla situazione creatasi dopo il trionfo del No è Giorgia Meloni che mostra la caparbietà del suo carattere e agli indecisi risponde con forza: “Abbattersi è proibito, significherebbe alzarsi da quella poltrona di Palazzo Chigi che occupiamo da quasi quattro anni”. La verità è che a sinistra già si sentono padroni del campo e si comportano di conseguenza. Elly Schlein è sempre più sicura delle sue scelte, i riformisti non la preoccupano più, sono all’angolo e lì rimarranno. Alzano la voce gli esponenti della sinistra estrema e il loro sei o sette per cento non può far paura. A destra Forza Italia traballa: il capogruppo dei senatori Maurizio Gasparri toglie il disturbo ed è difficile capire quali sono le intenzioni di Marina Berlusconi: vuole togliere di mezzo pure Antonio Tajani oppure pensa che oggi come oggi è meglio temporeggiare?
Non c’è tempo da perdere se si vuole salvare il governo. I manifestanti per la pace che hanno invaso sabato scorso le strade di Roma hanno mostrato la loro arroganza: cartelli con la testa in giù per Meloni, La Russa e Chiodi, una ghigliottina montata in piazza, libertà per Cospito condannato all’ergastolo. “Questi sono i signori della pace”, tuonano a destra. Con loro in prima fila Maurizio Landini che affida alla piazza il suo futuro da esponente di spicco. Sa che questo è il momento opportuno per ambire ad un posto “che gli spetta”, chi può aiutarlo se non questa gente che grida e invoca una svolta immediata? Un atteggiamento da onnipresente che ha un solo avversario.
Volete sapere il suo nome? Si chiama Matteo Renzi: nel fine settimana trascorso si è fatto intervistare da cinque giornaloni, è apparso in quasi tutti i talk show. Non sa più che fare per apparire e dire alla Schlein: “Guarda che qui ci sono pure io”, per lui il governo Meloni si scioglierà in pochi mesi, prima delle politiche del 2027. Non ha fatto in tempo a parlare del cardinale Pizzaballa al quale è stato vietato di dire Messa al Santo Sepolcro nella domenica delle Palme. Peccato, poteva essere un’altra occasione per puntare il dito contro il governo reo di essere succubo di Israele. Insomma, uno tsunami contro questa destra che sbaglia tutto. Interrogativo: se non fosse così? Se il leader di un partito al due per cento si illudesse solo per cercare di rientrare nel grande giro?
Più che il periodo della cagnara o delle liti di cortile che non servono a nessuno, soprattutto al Paese sarebbe bene che ognuno di noi tornasse a ragionare con il proprio cervello: placare gli animi e non dimenticarsi mai che l’arroganza e la violenza alla fine non hanno mai vinto.